Nel capitolo precedente, Tirando le somme, sono arrivata – inutile girarci intorno – a una conclusione netta: l’Italia di oggi non è una società patriarcale in senso strutturale. Una conclusione del genere, però, vale poco se non la si mette alla prova contro le obiezioni migliori; non contro le caricature, ma contro le versioni più solide e in buona fede.
È un esercizio che mi sta a cuore per ragioni di metodo. Lo scout mindset chiede di trattare le idee avversarie come le tratterebbe chi le sostiene, non come fa comodo a noi: prima di rispondere a un’obiezione, conviene renderla il più forte possibile (ciò che in inglese si chiama steelman, l’uomo d’acciaio, l’opposto del più noto uomo di paglia). Per ciascuna obiezione, quindi, seguirò lo stesso schema: la enuncio nella sua forma migliore, riconosco cosa coglie di vero, e poi mi chiedo se basti a sostenere la diagnosi “patriarcato”.
Una precisazione, prima di cominciare: smontare un’obiezione non significa dire che il problema che solleva non esista. Significa solo dire che quel problema non dimostra l’esistenza di un sistema di dominio maschile istituzionalizzato. La distinzione tra patriarcato e mentalità sessista, che mi ha accompagnata per tutta la serie, vale anche qui.
Gruppo 1: «I dati confermano il patriarcato»
È l’obiezione più diretta, e in un certo senso la più sana: appella ai numeri, non alle intuizioni, né tantomeno a un sentore comune. Vediamone le declinazioni principali.
«C’è il gender pay gap»
L’obiezione: a parità di condizioni, le donne in Italia guadagnano meno degli uomini. Se il mercato del lavoro paga di meno metà della popolazione, qualcosa di sistemico c’è.
Cosa coglie di vero: un divario retributivo esiste, e in alcune sue componenti – per esempio la penalizzazione legata alla maternità – riflette davvero dinamiche di genere che vale la pena correggere.
Perché non basta: la formula “a parità di condizioni” è proprio ciò che il dato grezzo non rispetta. Come ho mostrato nel capitolo Lavoro, quando si scompone il gap per ore lavorate, settore, anzianità e continuità di carriera, gran parte del divario si spiega con fattori diversi dalla discriminazione retributiva diretta, peraltro vietata per legge da decenni. Restano margini non spiegati, ed è giusto indagarli; ma “non spiegato dal modello” non equivale a “spiegato dal patriarcato”, o anche solo dal sessismo. E soprattutto: parte di quei fattori sono scelte, individuali e collettive, che una teoria seria deve poter distinguere dai vincoli imposti.
«Le donne subiscono più violenza»
L’obiezione: i centri antiviolenza, i femminicidi, le aggressioni sessuali raccontano una realtà in cui sono le donne a pagare il prezzo più alto. Questo è il vero volto del patriarcato.
Cosa coglie di vero: le donne sono effettivamente più colpite da alcune forme specifiche di violenza – quella sessuale e quella grave nelle relazioni intime (IPV, intimate partner violence) – e si tratta di un problema reale, documentato e che merita risorse.
Perché non basta: qui si gioca tutto sulla parola “violenza” usata senza aggettivi. Come ho documentato nel capitolo Sicurezza, se si guarda alla violenza in generale (lesioni, minacce, rapine, omicidi, tentati omicidi), le vittime prevalenti sono uomini. So però che a questo si risponde subito, e con una mossa che sembra chiudere il discorso: «anche quella è violenza patriarcale – sono uomini che aggrediscono altri uomini, è la mascolinità tossica». Il guaio è che la mossa è disponibile per qualunque distribuzione delle vittime: se a subire sono le donne è patriarcato; se a subire sono gli uomini è patriarcato lo stesso; se subiscono in egual misura, sono le norme di genere che fanno male a tutti. Quando il sesso delle vittime non cambia la diagnosi, i dati sulla violenza hanno smesso di essere una prova: sono l’illustrazione di una conclusione presa altrove.
C’è però un punto su cui quella mossa non ha presa, ed è quello che a me pare decisivo. Non riguarda chi subisce la violenza, ma di chi ci importa quando la subisce. E non è una domanda laterale: “patriarcato” è esattamente una tesi su quali interessi una società mette al centro. Come ho mostrato nel capitolo Violenza di genere, sulla violenza contro le donne l’Italia ha piani nazionali, centri antiviolenza, case rifugio, un numero verde, campagne di prevenzione, una corsia preferenziale in procura e una mole di ricerca che permette di sapere quante sono le vittime, chi le ha aggredite, quante hanno denunciato, se si sono sentite supportate. Sulla violenza contro gli uomini non c’è quasi nulla: nessun servizio dedicato, nessuna campagna, e soprattutto nessun dato. L’unica indagine sul sommerso maschile che sono riuscita a trovare è uno studio del 2012 su un migliaio di persone: non sappiamo quanto sia grande il fenomeno perché nessuno ha mai voluto misurarlo. E quando qualcuno prova a colmare il vuoto per conto proprio – un numero d’ascolto, uno sportello, una commissione – viene criticato, delegittimato, a volte ridicolizzato.
Proviamo allora ad applicare a questo l’«è comunque patriarcato». Ne verrebbe fuori che il dominio maschile istituzionalizzato produce istituzioni (guidate in maggioranza da uomini, si noti) che finanziano e proteggono le vittime donne e lasciano quelle uomini senza servizi, senza numeri e senza la legittimità perfino di dirsi tali; che il sistema di privilegio maschile fa del dolore delle donne una priorità di Stato e di quello degli uomini una battuta. A quel punto la parola non è più imprecisa: dice l’opposto di ciò che significa. “Patriarcato” può descrivere una società che sacrifica gli uomini in guerra o nei mestieri più rischiosi, e resta almeno coerente, perché il sacrificio serve un fine che il sistema considera proprio; non può descrivere una società a cui degli uomini, semplicemente, non importa.
«I ruoli di genere persistono»
L’obiezione: le donne fanno ancora la maggior parte dei lavori di cura, gli uomini quasi tutti i lavori nell’ambito pubblico e del potere. I ruoli tradizionali reggono: è l’eredità del patriarcato che si autoperpetua.
Cosa coglie di vero: i ruoli di genere esistono ancora, e pesano – come mostrato nel capitolo Famiglia per il lavoro domestico.
Perché non basta: che i ruoli esistano non ci dice perché esistano, ed è lì che la teoria si gioca la sua forza esplicativa. “Costruzione sociale imposta dall’alto” è una delle ipotesi; “preferenze medie diverse”, “esiti di scelte entro vincoli”, “fattori biologico-evolutivi” sono altre, e una buona analisi le mette a confronto invece di assumere la prima per definizione. Soprattutto, leggere i ruoli femminili sempre e solo come imposizione subìta nega alle donne ogni agency – la capacità di scegliere – e finisce, paradossalmente, per trattarle come oggetti passivi: un’idea difficile da conciliare con il principio di autonomia femminile.
«Le donne sono sottorappresentate ai vertici»
L’obiezione: pochi amministratori delegati donna, poche rettrici, poche premier. Il potere resta in mano maschile: definizione da manuale di patriarcato.
Cosa coglie di vero: nelle gerarchie economiche, politiche e sociali gli uomini sono ancora maggioranza ai vertici.
Perché non basta: la sottorappresentazione ai vertici è compatibile con cause molto diverse dall’esclusione (il cosiddetto pipeline problem, gli effetti di coorte, le scelte di carriera, la selezione per anzianità). Ma c’è un punto che trovo decisivo, e che da solo dovrebbe far vacillare il modello: se il patriarcato è un sistema che distribuisce potere e vantaggi agli uomini in quanto uomini, come si spiega che siano gli uomini a costituire la stragrande maggioranza dei morti sul lavoro, dei detenuti, dei senzatetto, dei suicidi? Un sistema di privilegio maschile dovrebbe mostrarsi tanto in cima quanto in fondo alla scala sociale. Non si può guardare solo i vertici, se si vuole avere un quadro completo della situazione.
«L’aborto è legale, ma di fatto ostacolato»
L’obiezione: il controllo del corpo femminile è il nucleo storico del patriarcato. In Italia la legge 194 garantisce l’interruzione di gravidanza sulla carta, ma l’altissima quota di medici obiettori di coscienza rende l’accesso diseguale e a volte solo teorico. Una discriminazione strutturale mascherata da neutralità.
Cosa coglie di vero: l’accesso effettivo all’IVG varia parecchio sul territorio, e in alcune aree l’obiezione di coscienza comprime davvero un diritto riconosciuto. È un problema serio, non un dettaglio – ed è forse l’obiezione che entra meglio nella mia stessa griglia, come caso da manuale di “norma neutra applicata in modo sistematicamente sfavorevole”.1
Perché non basta: proprio perché la prendo sul serio, due precisazioni. La prima: l’ostacolo nasce da una libertà (l’obiezione di coscienza) prevista dalla stessa legge che garantisce l’aborto, non da una norma che subordina le donne in quanto tali. È un difetto di attuazione di un diritto, non la sua negazione strutturale, e il rimedio (garantire l’accesso) è dentro la legge, non contro di essa. La seconda, più importante: anche concedendo che qui sopravviva una discriminazione strutturale, sarebbe un caso circoscritto, per giunta al centro di un dibattito pubblico vivace e di interventi correttivi, non la prova di un sistema uniforme di dominio. Una falla, per quanto seria, non fa il patriarcato.
«La parità formale non basta: contano gli esiti»
L’obiezione: una società può avere leggi perfettamente egualitarie e restare patriarcale, se gli esiti (redditi, ruoli, tempo libero, potere…) restano sistematicamente diseguali. Fermarsi alle leggi e ignorare i risultati è puro formalismo.
Cosa coglie di vero: la parità formale non garantisce quella sostanziale; gli esiti contano.
Perché non basta: l’obiezione assume che ogni differenza di esito tra i due gruppi sia il prodotto di una discriminazione. Ma esiti diversi possono nascere da preferenze, scelte e vincoli diversi, non solo da barriere: distinguere uguaglianza di opportunità e uguaglianza di risultato è esattamente il lavoro che un’analisi seria deve fare. Se definiamo patriarcale ogni società in cui gli esiti medi di uomini e donne differiscono, allora nessuna società potrà mai non esserlo – perché esiti perfettamente identici non esistono, e forse non sarebbero nemmeno desiderabili (significherebbe azzerare ogni differenza di scelta).
Gruppo 2: «Il patriarcato fa male anche agli uomini»
Questa è l’obiezione che mi interessa di più, perché è la più sofisticata e perché viene spesso usata proprio per neutralizzare le evidenze del capitolo precedente. Quando si fa notare che gli uomini stanno peggio in tanti indicatori (morti sul lavoro, suicidi, carcere, durata della vita, custodia dei figli), la risposta pronta è: «certo, perché il patriarcato fa male anche agli uomini».
Cosa coglie di vero: i ruoli di genere rigidi danneggiano davvero anche gli uomini; la mascolinità prescrittiva ha un costo, e molti svantaggi maschili sono reali e ignorati. Su questo sono pienamente d’accordo – è metà del senso di un blog antisessista.
Perché non basta: il problema è che questa mossa, per quanto generosa nelle intenzioni, fa collassare il concetto in due passaggi.
Il primo è una contraddizione interna. Se un sistema danneggia sistematicamente anche gli uomini (e in alcuni ambiti più delle donne) in che senso è ancora un sistema di privilegio maschile? O il patriarcato avvantaggia gli uomini (e allora gli svantaggi maschili sono un’anomalia da spiegare), oppure danneggia tutti (e allora “dominio maschile” è il nome sbagliato per descriverlo). Non si può avere l’uno e l’altro a comando, scegliendo di volta in volta quello che salva la tesi.
Il secondo è un cambio di definizione a metà discorso. Per assorbire gli svantaggi maschili, “patriarcato” smette silenziosamente di significare dominio maschile istituzionalizzato e passa a significare l’insieme delle norme di genere rigide che fanno soffrire le persone. Questa seconda dinamica ha però già un nome: si chiama sessismo, o mentalità sessista. Sono perfettamente d’accordo che esista e che vada combattuta, ma chiamarla “patriarcato” non aggiunge nulla alla descrizione – aggiunge solo l’implicazione, ormai infondata, che a opprimere siano gli uomini in quanto tali. Si tiene la parola carica di accusa e si scarta il significato che la giustificava.
Detto altrimenti: o “patriarcato” è una tesi forte e specifica (gli uomini dominano, tramite le istituzioni, a danno delle donne) e allora è falsificabile e, come ho argomentato, in Italia oggi falsificata; oppure è diventato un sinonimo di “norme di genere” e allora è vero quasi per definizione, ma non spiega più niente e non indica più nessun colpevole. La forza retorica della parola vive interamente in questa ambiguità.
«Non è o l’uno o l’altro: coesistono»
L’obiezione: perché ragionare in aut-aut? La realtà è stratificata. Il sistema può privilegiare gli uomini in certi ambiti e danneggiarli in altri: patriarcato e svantaggi maschili coesistono, come insegna l’intersezionalità.
Cosa coglie di vero: la realtà è plurale; vantaggi e svantaggi si distribuiscono in modo disomogeneo, a seconda dell’ambito, della classe, del contesto.
Perché non basta: il punto è proprio cosa ci autorizziamo a chiamare “patriarcato”. Se ammettiamo che il sistema è multidirezionale, che cioè privilegia e danneggia entrambi i sessi a seconda dell’ambito, allora abbiamo descritto qualcosa che non è più dominio maschile: è un intreccio di norme di genere che intervengono in più direzioni. È, ancora una volta, lo slittamento di significato: la coesistenza è un ottimo argomento per parlare di sessismo, che è bidirezionale, non per salvare una parola che alla lettera significa “governo dei padri”. Tenere l’etichetta “patriarcato” per un fenomeno plurale serve a una cosa sola: conservare il primato di un genere di vittime sull’altro.
«Ogni privilegio ha i suoi costi»
L’obiezione: nessuna posizione di privilegio è gratis. I nobili avevano obblighi militari, matrimoni combinati, faide, duelli, congiure di palazzo: morivano giovani e di morte violenta assai più dei contadini. Eppure a nessuno verrebbe in mente di sostenere che non fossero privilegiati. Gli svantaggi maschili sono la stessa cosa: effetti collaterali del privilegio.
Cosa coglie di vero: un privilegio può comportare costi anche gravi senza smettere di essere un privilegio.
Perché non basta: l’analogia regge a una condizione – che il saldo netto sia stabilito indipendentemente dagli effetti collaterali. Ed è proprio per questo che l’esempio dei nobili convince: quel saldo lo conosciamo già, e da altra fonte (terre, rendite, titoli ereditari, esenzioni fiscali, accesso esclusivo alle cariche…). L’attivo è documentato e misurabile, e i costi si sottraggono da lì: a chiunque è evidente che il nobile stesse tutto sommato meglio del contadino. Per gli uomini, invece, il saldo netto è esattamente ciò che è in discussione. Usare l’analogia per derubricare morti sul lavoro, suicidi e senzatetto a “effetti collaterali del privilegio” dà per acquisito proprio il punto che dovrebbe servire a stabilire.
Se il privilegio maschile funzionasse come quello nobiliare, dovremmo trovare gli uomini _sovra_rappresentati in cima e _sotto_rappresentati in fondo: è così che si riconosce una classe privilegiata. Invece li troviamo sovrarappresentati a entrambe le estremità – nei CDA e tra i morti sul lavoro, tra i capi di governo e tra i detenuti.
Gruppo 3: le obiezioni di metodo
Questo terzo gruppo raccoglie le obiezioni più affilate, perché non contestano questo o quel dato: contestano il modo stesso in cui ho impostato la ricerca. Se reggono, non cade una sezione – cade l’intera serie. Proprio per questo meritano la risposta più onesta.
«Il potere vero passa per canali informali, non per le leggi»
L’obiezione: abolire i divieti formali non ha smontato il dominio maschile, lo ha solo reso più sofisticato. Il potere oggi si trasmette per reti, cooptazione, club informali, raccomandazioni, cameratismo maschile – cose che nessun codice registra. Misurare solo le leggi è ingenuo: il patriarcato si è spostato dove la tua griglia non guarda.
Cosa coglie di vero: le istituzioni informali esistono, e a volte pesano più di quelle formali; le reti contano e storicamente sono spesso maschili.
Perché non basta: la prima risposta è concettuale. Una rete informale non è una struttura nel senso che serve a definire un patriarcato: perché si possa parlare di sistema occorrono meccanismi sovra-individuali, relativamente uniformi e dotati di enforcement – non comportamenti diffusi ma variabili e privi di sanzione formale. Reti e favoritismi sono il regno della mentalità, cioè esattamente ciò che chiamo sessismo; etichettarli “struttura patriarcale” è di nuovo lo slittamento di definizione.
La seconda è empirica: se il potere informale fosse davvero dominio sistematico, dovrebbe lasciare tracce negli esiti: chi viene promosso, eletto, chi controlla le risorse. Ma quei dati, nei capitoli Lavoro, Politica ed Economia, non disegnano un dominio maschile uniforme. E se l’unica prova del potere informale è che gli uomini stanno in cima – ma non in fondo, dove pure stanno – siamo tornati al problema dei vertici-senza-scantinati.
«La prassi conta quanto il diritto, se non di più»
L’obiezione: guardare le norme significa guardare la facciata. Nell’Alabama degli anni ‘50, i giudici garantivano un’impunità di fatto a chi aggrediva o linciava i neri. Nessuna legge razzista da esibire, eppure un razzismo strutturale che nessuno si sognerebbe di negare. Lo stesso vale qui: il carabiniere che chiede “com’era vestita” alla donna che denuncia uno stupro non viola nessun articolo, ma è lì che il patriarcato vive davvero. La tua griglia, puntata sulle norme, guarda dove il fenomeno non è.
Cosa coglie di vero: quasi tutto – una legge vale quanto la sua applicazione, e un diritto sistematicamente non fatto valere è un diritto solo sulla carta2.
Perché non basta: serve una distinzione che finora ho lasciato implicita, ossia quella tra episodico e sistematico. Il carabiniere che chiede “com’era vestita” è un fatto grave, ed è sessismo. Ma un comportamento diventa struttura solo se è la regola prevedibile del sistema, non la condotta di singoli operatori. In Alabama, ad esempio, lo era: l’impunità era misurabile, prevedibile prima ancora di entrare in aula, e sostenuta dalla gerarchia anziché sanzionata.
In Italia, invece, il poliziotto che fa victim blaming sta violando una prassi istituzionale. Esistono protocolli, procedimenti disciplinari, gradi di giudizio e un impianto normativo che spinge nella direzione opposta. Che funzioni sempre e bene è falso, e che i singoli fallimenti siano gravi è fuori discussione. Ma un sistema i cui fallimenti sono trattati come fallimenti è la definizione di ciò che l’Alabama non era: allora il razzismo era il sistema che funzionava, qui il sessismo è il sistema che si inceppa.
«Chi ha scelto questa griglia? Anche i tuoi criteri sono di parte»
L’obiezione: la mossa “discriminazione istituzionale = condizione necessaria, cultura = non sufficiente” non è neutra. È una scelta teorica che alza l’asticella fino a renderlo quasi impossibile da rilevare: in pratica hai definito il patriarcato nell’inesistenza, costruendo la griglia per arrivare all’assoluzione.
Cosa coglie di vero: la premessa è giusta, in quanto ogni griglia incorpora assunzioni; la mia non è l’unica possibile e non posso renderla neutra.
Perché non basta: “non neutra” però non significa “arbitraria”. Tre difese.
Primo: i criteri li ho dichiarati prima di guardare i dati, proprio per non cucirli a misura del risultato; è l’opposto del cherry picking.
Secondo: non li ho inventati io. Il primato della dimensione strutturale-istituzionale viene dalla letteratura femminista, che il patriarcato lo definisce come sistema di dominio, non come somma di atteggiamenti; sto chiedendo alla teoria di essere coerente con la propria definizione, non le sto imponendo la mia.
Terzo, e decisivo: la mia griglia resta falsificabile. Dice con precisione cosa la smentirebbe – una legge che subordina sistematicamente le donne, una norma neutra applicata in modo sfavorevole, una discriminazione istituzionale documentata. È la differenza cruciale rispetto al modello che critico: io sto dichiarando cosa mi farebbe cambiare idea. Chiedo lo stesso a chi sostiene che l’Italia sia patriarcale: cosa, in linea di principio, vi convincerebbe del contrario? Se la risposta è “niente”, la griglia di parte non è la mia.
«Hai fatto cherry picking»
L’obiezione: con una selezione accurata dei dati si dimostra qualunque cosa. Hai scelto i numeri che ti danno ragione e lasciato fuori quelli che ti smentiscono; l’apparato di fonti serve solo a dare un’aria di rigore a una conclusione presa in partenza.
Cosa coglie di vero: è un rischio reale, ed è probabilmente la deformazione più diffusa in questo genere di analisi – spesso in buona fede, perché nessuno seleziona le prove sentendo di star selezionando.
Perché non basta: cherry picking significa una cosa precisa – selezionare le prove a sostegno di una conclusione predeterminata. Che i criteri li abbia dichiarati prima di guardare i dati l’ho appena detto qui sopra, e basterebbe da solo: se la conclusione fosse stata decisa in anticipo, non servirebbe un criterio capace di dire il contrario. Ma restano altri due punti su cui l’accusa non regge.
Il primo: i dati più forti contro la mia tesi non li ho omessi: gender pay gap, violenza contro le donne, sottorappresentazione ai vertici, accesso all’IVG sono le prime voci di questo stesso articolo. Un cherry picker sicuramente eviterebbe il capitolo delle obiezioni.
Il secondo è il vero test, perché l’onestà selettiva non si misura dal numero di fonti: citare molto è del tutto compatibile con lo scegliere male cosa citare. Si misura da una cosa sola: se riporti risultati che complicano la tua posizione. E lo faccio ripetutamente: la penalizzazione da maternità, l’IPV che colpisce prevalentemente le donne, l’accesso all’aborto compromesso in alcune regioni sono tutti punti in cui segnalo uno svantaggio femminile reale – esattamente ciò che chi volesse dimostrare “non è patriarcato” avrebbe avuto interesse a minimizzare.
Resta un invito: la versione seria di questa accusa nomina il dato; dice quale ricerca ho ignorato, quale numero ho travisato, quale fonte contraddice la mia lettura. Se ci si limita a teorizzare l’esistenza di dati contrari, ma questi non saltano mai fuori, l’accusa rimane infondata. Nominatemi la ciliegia rimasta sull’albero e la affronterò; se regge, cambio idea.
Gruppo 4: le obiezioni epistemiche
Questo quarto gruppo non porta dati nuovi: difende il modello sul piano epistemico, spiegando perché l’assenza di prove non sarebbe un problema. Sono le obiezioni che ho trovato più interessanti, ma anche più scivolose.
«È la norma storica, siamo patriarcali per inerzia»
L’obiezione: il patriarcato ha dominato per millenni; qualche decennio di riforme non cancella un’eredità così profonda. Siamo ancora patriarcali per inerzia, anche se le leggi sono cambiate.
Cosa coglie di vero: i mutamenti culturali sono più lenti di quelli legislativi, e i retaggi del passato sopravvivono ai codici che li avevano sanciti. È esattamente ciò che intendo con “mentalità sessista in via di superamento”.
Perché non basta: l’inerzia è una metafora, non un criterio. Quanta inerzia basta a giustificare l’etichetta? Cinquant’anni dalla riforma del diritto di famiglia sono pochi, tanti, abbastanza? Senza una soglia dichiarata – un punto in cui saremmo disposti a dire “ecco, ora non è più patriarcato” – l’argomento dell’inerzia diventa un modo per tenere in vita l’etichetta a tempo indeterminato. Una categoria che non prevede le condizioni della propria estinzione torna a essere infalsificabile.
«Anzi, stiamo regredendo»
L’obiezione: altro che superamento – guardati intorno. Manosphere, influencer misogini, modelli tradwife, forze politiche che attaccano i diritti acquisiti. Il patriarcato non è un residuo in via d’estinzione: sta tornando.
Cosa coglie di vero: il progresso non è lineare, esistono reazioni culturali regressive, e le conquiste non sono irreversibili. Mantenersi vigili è doveroso.
Perché non basta: bisogna distinguere il rumore dal trend. Fenomeni mediatici molto visibili – e molto amplificati, proprio perché indignano – non equivalgono a un cambiamento strutturale: una corrente di influencer non riscrive il Codice Civile. Finché certe pulsioni non si traducono in norme che subordinano le donne, restano mentalità sessista, magari rumorosa e sgradevole, ma non patriarcato istituzionale. E c’è un’ironia che vale la pena cogliere: se oggi un arretramento fa notizia e scandalo, è perché la norma di fondo ormai è l’uguaglianza. In una società davvero patriarcale, quella regressione non farebbe nemmeno notizia.
«Se non lo vedi è perché è invisibile»
L’obiezione: il patriarcato moderno non funziona con i divieti espliciti, ma con meccanismi interiorizzati, normalizzati, invisibili proprio a chi ci vive dentro. Non vederlo non è una prova della sua assenza: è l’effetto stesso del suo funzionamento.
Cosa coglie di vero: esistono dinamiche sociali implicite, bias inconsapevoli, aspettative così normalizzate da non essere percepite.
Perché non basta: come argomento epistemico, questa è la mossa più pericolosa, perché trasforma in conferma ogni possibile smentita. Se la presenza del patriarcato è una prova del patriarcato, e la sua assenza è la prova che è “invisibile e normalizzato”, allora nessuna osservazione potrà mai contraddirlo. È la definizione stessa di teoria infalsificabile, quella che già nel capitolo precedente ho indicato come il vero limite del modello.
«Le donne che difendono il sistema hanno una falsa coscienza»
L’obiezione: se molte donne dicono di non sentirsi oppresse, o difendono ruoli tradizionali, è perché hanno interiorizzato il dominio maschile fino a scambiarlo per scelta propria.
Cosa coglie di vero: le preferenze si formano dentro un contesto, nessuno sceglie nel vuoto; le aspettative sociali plasmano i desideri di uomini e donne.
Perché non basta: l’argomento della falsa coscienza è circolare. Se le donne che criticano il sistema hanno ragione perché vedono il patriarcato, e le donne che lo difendono hanno torto perché vittime di falsa coscienza, allora la teoria si è messa al riparo da qualsiasi testimonianza femminile contraria. Resta la domanda di fondo: chi decide quale coscienza è “vera” e quale è “falsa”? Sospettare che metà delle donne italiane non sappia leggere la propria vita, e che lo sappiano meglio gli osservatori esterni, è una posizione che nega l’agency femminile con una disinvoltura che mal si concilia con le premesse del femminismo stesso.
«Chiedi a qualunque donna: l’esperienza vissuta parla chiaro»
L’obiezione: si può discutere di statistiche all’infinito, ma le donne sanno com’è – le molestie per strada, la paura tornando a casa di sera, il non essere prese sul serio se denunciano. L’esperienza vissuta è il dato più vero che ci sia.
Cosa coglie di vero: l’esperienza soggettiva è reale, va ascoltata, e racconta cose che i numeri aggregati non catturano.
Perché non basta: l’esperienza vissuta documenta in modo prezioso come ci si sente, ma percezione e struttura non coincidono. L’ho mostrato nel capitolo Sicurezza, dove la paura femminile è reale ma non sempre proporzionata al rischio misurato, e dove gli uomini – statisticamente più esposti a molte forme di violenza – la temono meno. C’è poi un’esperienza vissuta anche dall’altra parte: l’uomo che perde la causa di affido, che non viene creduto come vittima, che muore nel cantiere. Se accettiamo la testimonianza come prova decisiva, dobbiamo accettarla per tutti. Il privilegio epistemico di un solo gruppo, il “solo chi subisce può capire”, è la versione gentile della falsa coscienza: rende la tesi invincibile, perché autorizza a parlare solo chi è già d’accordo.
Gruppo 5: il confronto internazionale
L’ultimo gruppo sposta lo sguardo fuori dai confini: se l’Italia non sembra patriarcale in sé, lo si dimostrerebbe per confronto.
«Altrove è molto meglio/peggio, quindi siamo ancora patriarcali»
L’obiezione: pensa all’Afghanistan, all’Iran, all’Arabia Saudita, o viceversa ai paesi Scandinavi e all’Islanda. Rispetto alla parità perfetta siamo lontani; il patriarcato è una questione di grado, e di gradi ne abbiamo ancora parecchi da scalare.
Cosa coglie di vero: esistono società dove il patriarcato strutturale è vivo e codificato (divieti legali espliciti, gerarchie scritte nelle leggi), e il confronto aiuta a non dare per scontate le conquiste italiane. Al contrario, in altri paesi la parità di genere ha raggiunto livelli più avanzati rispetto che da noi, mostrando che ci sono ancora passi da fare.
Perché non basta: il confronto relativo non stabilisce una presenza assoluta. Che esista un paese più freddo non rende “caldo” il mio inverno. La domanda della serie non era «l’Italia è il posto più egualitario del mondo?», ma «la parola patriarcato – dominio maschile istituzionalizzato – descrive correttamente l’Italia di oggi?». Che altrove esista quel sistema in forma piena è semmai un buon argomento per non usare la stessa parola per realtà che strutturalmente non si somigliano: tenere lo stesso termine per l’Iran e per l’Italia confonde solo le idee.
«Il Gender Gap Index ci classifica male»
L’obiezione: gli indici internazionali, come il Global Gender Gap Index del WEF, piazzano l’Italia in posizioni mediocri. Se misurazioni autorevoli ci danno indietro, un problema sistemico ci sarà.
Cosa coglie di vero: l’Italia ha effettivamente ritardi su alcuni indicatori; la partecipazione femminile al mercato del lavoro, per esempio, è bassa nel confronto europeo.
Perché non basta: questi indici hanno una caratteristica metodologica che ne limita l’uso come prova di patriarcato. Misurano i divari solo nella direzione sfavorevole alle donne: dove un divario le avvantaggia (maggiore istruzione, aspettativa di vita più lunga, minore mortalità sul lavoro) l’indice lo tratta come parità raggiunta e non lo conteggia a favore. È una scelta legittima per certi scopi, ma rende l’indice strutturalmente incapace di registrare gli svantaggi maschili: usarlo per dimostrare il patriarcato è circolare, perché il patriarcato è già incorporato nella scelta di cosa contare.
Coda: le obiezioni all’autrice, non all’analisi
Un ultimo gruppo lo tratto in fondo, e in breve; non per sufficienza, ma perché non riguarda l’analisi in sé, bensì me che l’ho prodotta. Le riporto lo stesso, perché sono di gran lunga le più frequenti.
- «Hai un’agenda antifemminista» – avvelenamento del pozzo: la provenienza di un argomento non ne scalfisce la validità. Se la tesi è sbagliata si mostri dove, non chi la firma.
- «Non sei sociologa, non puoi parlarne» – argomento d’autorità: le fonti sono citate e verificabili, e chiunque può controllarle senza bisogno di tirare in ballo i miei titoli.
- «Lo dicono tutti che c’è il patriarcato» – ad populum: il numero di chi crede una cosa non la rende vera; e quella percezione diffusa è precisamente ciò che questa serie si è messa a verificare, invece di darla per scontata.
- «Tantissimi studi dimostrano il patriarcato» – la via di mezzo tra i due precedenti: “lo dicono gli esperti”. La replica non cambia, ovvero “me li si faccia leggere”. Li ho cercati, e larga parte di quelli che ho trovato presuppone il patriarcato anziché verificarlo: lo assume nelle premesse e poi ne misura le manifestazioni 3.
- «Guarda che pubblico ti applaude» – colpa per associazione: le idee non diventano false in base a chi le cita a sproposito.
Il filo che le tiene insieme è che nessuna di queste indica un dato sbagliato, una fonte inventata o un passaggio logico rotto: parlano di chi firma l’analisi, di chi la legge, o di studi che nessuno cita. Dell’argomento, mai. Per questo la replica è identica per tutte, ed è la stessa che percorre l’intera serie: ditemi quale affermazione è falsa, e perché. Finché la critica non scende a quel livello, non è una confutazione: è un modo per “scappare” da essa.
Cosa resta in piedi
Mettendo in fila le obiezioni, mi sembra che nessuna riesca a fare ciò che dovrebbe: dimostrare l’esistenza di un sistema di dominio maschile istituzionalizzato nell’Italia odierna. Quasi tutte colgono problemi reali, che vanno affrontati; solo, non sono quel problema: non sono il patriarcato.
La differenza non è un puntiglio terminologico. Le obiezioni empiriche confondono “non spiegato dal mio modello preferito” con “spiegato dal patriarcato”. Quelle sugli svantaggi maschili salvano la parola cambiandone il significato, o danno per acquisito il saldo netto che è in discussione. Quelle di metodo, le più serie, colgono un punto vero – nessuna griglia è davvero neutra – ma sbagliano il bersaglio: la mia dichiara apertamente cosa la falsificherebbe. Quelle epistemiche difendono il modello rendendolo infalsificabile. Le ultime non parlano dell’analisi, ma di chi la firma. In ogni caso, ciò che tiene in piedi l’etichetta non è un dato, ma una scelta a monte su cosa contare come prova.
E qui torna il filo di tutta la serie: la diagnosi corretta cambia la cura. Se il problema è un patriarcato strutturale, la risposta sono nuove leggi che abbattano discriminazioni formali. Ma quelle discriminazioni, in Italia, non ci sono quasi più. Se invece il problema è una mentalità sessista bidirezionale, la risposta è un’altra: cultura, educazione, smontaggio di stereotipi che limitano tanto le donne quanto gli uomini. Continuare a chiamarlo “patriarcato” non è solo impreciso: ci porta a cercare la cura nel posto sbagliato.
Nell’ultimo capitolo della serie raccoglierò alcuni lavori che hanno percorso una strada simile alla mia, e proverò a tirare davvero le somme: cosa ho imparato, dove ho cambiato idea, e cosa resta aperto.
Note
Footnotes
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Secondo la Relazione del Ministro della Salute sull’attuazione della legge 194, la quota di ginecologi obiettori di coscienza è elevata e molto disomogenea sul territorio, con diverse regioni del Centro-Sud oltre il 70-80%: https://www.salute.gov.it/new/it/pubblicazione/relazione-del-ministro-della-salute-sulla-attuazione-della-legge-contenente-norme-0/ ↩
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Va notato che la mia griglia lo diceva già: tra gli indicatori di discriminazione istituzionale elencati nell’Introduzione ci sono le “norme apparentemente neutre ma applicate in modo sistematicamente sfavorevole alle donne”. L’Alabama sarebbe il caso da manuale di quell’indicatore. ↩
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A uno di questi ho dedicato un articolo a parte: “Measuring patriarchy in Italy”. ↩