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Patriarcato

La società italiana è patriarcale? — Cosa resta

Tempo di lettura: 7 minuti
La società italiana è patriarcale? — Cosa resta
La società italiana è patriarcale? — Cosa resta

Ormai una quindicina di articoli fa, questa serie nasceva da un disagio: l’impressione di essere l’unica in una stanza piena di gente convinta di vedere qualcosa che a me sfuggiva. Avevo deciso di non risolverlo né dandomi torto né dandomi ragione in partenza, ma costruendo una griglia di indicatori e applicandola, ambito per ambito, alla società italiana.

Adesso che il lavoro è fatto, vorrei chiudere con quattro cose: una riflessione su cosa cambia a seconda del nome che usiamo per definire i fenomeni; un bilancio personale di questo percorso, compresi i punti su cui ho cambiato idea; quello che ho imparato pubblicando la serie e discutendone con chi la leggeva; e, in coda, alcune letture di chi ha percorso una strada simile alla mia.


Perché non è (solo) una questione di parole

A questo punto un’obiezione legittima sarebbe: va bene, se non ti sta bene “patriarcato” parliamo pure di “mentalità sessista” – non stiamo solo litigando sul vocabolario? Le donne fanno ancora più lavoro di cura, gli uomini muoiono ancora di più sul lavoro: cambia qualcosa chiamarlo in un modo o nell’altro?

Cambia, e parecchio. L’ho già scritto e lo ripeto: la diagnosi serve a determinare la cura.

Se il problema è un patriarcato strutturale – leggi e istituzioni che subordinano le donne – la risposta giusta sono riforme legislative che abbattano quelle discriminazioni. È esattamente ciò che l’Italia ha fatto, con successo, tra il 1975 e gli anni Ottanta. Ma quelle discriminazioni formali oggi non ci sono quasi più: continuare a cercarle significa combattere un nemico che ha già lasciato il campo, e rischiare – come ho mostrato nel capitolo Legge e Giustizia – di introdurre nuove asimmetrie in direzione opposta, in nome di una correzione ormai avvenuta.

Se invece il problema è una mentalità sessista bidirezionale, la cura è di tutt’altro tipo: cultura, educazione, smontaggio di stereotipi che ingabbiano tanto le donne quanto gli uomini. È un lavoro più lento e meno spettacolare di una riforma, ma è l’unico che possa incidere su ciò che davvero resta – i carichi di cura squilibrati, la solitudine maschile, le aspettative rigide da entrambi i lati.

E c’è un costo ulteriore nel continuare a utilizzare la parola sbagliata. Definire “patriarcale” una società in cui le donne contribuiscono a pieno titolo alla cultura implica, più o meno consapevolmente, trattarle come oggetti passivi di un dominio altrui, anziché come soggetti che la realtà la costruiscono. Insistere su una cornice che fa degli uomini, in quanto tali, gli oppressori, mentre i dati raccontano svantaggi diffusi su entrambi i fronti, alimenta una guerra dei sessi che non aiuta nessuno.

L’antisessismo che mi interessa non sceglie una squadra: prova a vedere il problema di genere per intero, da tutte e due le parti.


Cosa mi porto via

Ho iniziato questa serie con una domanda onesta e – lo dico senza giri di parole – un’idea già abbastanza precisa di dove sarei andata a parare: che l’Italia non fosse (o perlomeno non fosse più) una società patriarcale.

Proprio perché quell’idea ce l’avevo, il rischio era enorme: andare a caccia solo delle prove che mi davano ragione. Per questo ho fatto la scelta opposta: stabilire i criteri prima di guardare i numeri e cercare tutti i dati possibili, non soltanto quelli comodi. Qualcuno mi sarà sfuggito, è inevitabile; ma se è successo, è successo in entrambe le direzioni, non perché lo abbia escluso apposta per dare ragione a me stessa.

Lungo la strada ho cambiato idea più volte, e mi fa piacere dirlo, perché cambiare la mappa di fronte ai dati non è una sconfitta.

Su alcuni temi mi aspettavo asimmetrie nette a sfavore delle donne e ho trovato quadri molto più ambigui (la sicurezza, la salute). Su altri ho scoperto svantaggi maschili che non immaginavo così marcati (la mortalità sul lavoro, i suicidi, il divario scolastico).

E su un punto in particolare sono diventata più cauta: ho imparato a diffidare tanto della narrazione che vede patriarcato ovunque quanto della tentazione opposta, quella di liquidare ogni problema delle donne come “turba delle femministe”. Nessuna delle due mappe corrisponde al territorio.


Quello che ho imparato dopo la pubblicazione

La domanda che resta senza risposta

Una cosa l’ho imparata solo dopo aver pubblicato, discutendo tra i commenti. Nel capitolo precedente chiedevo, in astratto, quale osservazione dovrebbe farci concludere che l’Italia non è patriarcale; nelle settimane successive ho posto quella domanda a molte persone, direttamente, in decine di scambi.

Non ho quasi mai ricevuto una risposta – e in un caso me la sono sentita restituire nella forma più limpida possibile: «l’Italia è indubbiamente patriarcale, quindi non saprei dirti dove non lo è».

Non lo riporto per prendere in giro nessuno, bensì perché è la prova più concreta di ciò che sospettavo. Una cornice per cui nessuno riesce a immaginare uno stato di cose che la smentirebbe non è una descrizione del mondo: è una lente che indossiamo e che conferma e rinforza ogni nostra credenza pregressa, senza possibilità di smentita.

«E grazie al…»

All’estremo opposto, un altro commento ricorrente suonava così: «La società è patriarcale? No.», con un sottotesto che, tradotto, faceva più o meno «e grazie al cavolo, non serve un genio per arrivarci».

È verissimo, e capisco bene chi mi chiede – che sia una domanda genuina o uno sfottò, cambia poco – come mai abbia impiegato mesi e mesi a ricercare e scrivere fiumi di parole per arrivare a una conclusione tutto sommato scontata.

La mia risposta è che la conclusione può anche essere scontata; il percorso con cui ci si arriva, no. Una convinzione che non sa dire su cosa si regge vale esattamente quanto quella opposta: è un’opinione, e come tale si sbriciola al primo dato contrario o alla prima discussione seria.

Quello che questa serie prova a offrire non è il “no” – quello ce l’aveva già in tasca parecchia gente – ma il perché: i criteri messi giù prima di guardare, i numeri ambito per ambito, i punti in cui il quadro è più sfumato di come lo si racconta da entrambe le parti. E, non da ultimo, la scoperta che scontato non lo è affatto per tutti: se lo fosse, non avrei passato settimane a fare la stessa domanda senza ricevere una risposta.

Le obiezioni che non sono arrivate (per ora)

C’è un ultimo aspetto che ho notato solo mettendo il lavoro alla prova pubblica, e riguarda la forma che ha preso il disaccordo. Mi aspettavo che, se chi leggeva avesse ritenuto la conclusione incorretta, sarebbe arrivato con il dato mancante: la discriminazione istituzionale sistematica che mi era sfuggita, l’ambito che avevo misurato male.

Non è successo. Le obiezioni serie, quelle che scendevano ambito per ambito sui numeri, non sono ancora arrivate; quelle che ho ricevuto si muovevano quasi tutte su un altro piano. In alcuni casi il disaccordo era chiaramente con la conclusione in sé – e da lì, invece di discutere i dati che l’avevano prodotta, si passava ad accusarmi di parzialità (quando non di disonestà intellettuale). In altri, un fatto che io leggevo come prova che l’Italia non è patriarcale veniva reinterpretato, con una certa acrobazia, come prova ulteriore che lo è – mostrando per l’ennesima volta come “patriarcato” sia diventato un termine “jolly” che significa tutto e il contrario di tutto.

Non lo dico per cantare vittoria, e il campione non è sicuramente abbastanza vasto per concludere che una confutazione non arriverà: i commenti sotto un post sono un ritaglio autoselezionato di lettori, e chi avrebbe i dati per smontarmi difficilmente sceglie quel posto per farlo. L’assenza di obiezioni, insomma, non dimostra affatto che ho ragione; ma il tipo di risposta che si riceve dice comunque qualcosa.

Un’analisi che finora è stata attaccata quasi solo mettendo in discussione le intenzioni di chi la firma, e quasi mai i numeri su cui si regge, sta indicando che il problema non è più il merito: è la conclusione, che risulta inaccettabile a prescindere da come ci si arriva. È esattamente il punto da cui era partita tutta questa serie – e continuo a pensare che l’unico modo per uscirne sia tornare, ogni volta, ai dati.


La porta è sempre aperta

Resta molto di aperto, perché questa serie è un percorso di indagine, non una sentenza: ho analizzato gli ambiti che ritenevo più rivelatori, ma altri restano da esplorare; e poi i dati cambiano, le definizioni anche. Se domani emergessero discriminazioni istituzionali sistematiche che mi sono sfuggite, cambierei di nuovo idea, o come minimo rivedrei la mia posizione – è il patto che ho fatto all’inizio.

La conclusione a cui sono arrivata – che l’Italia oggi non è una società patriarcale in senso strutturale, ma piuttosto una società ancora attraversata da una mentalità sessista che colpisce entrambi i sessi – non è una bandiera da piantare.

È una mappa, la più accurata che sia riuscita a disegnare con gli strumenti che avevo; e le mappe si correggono e si aggiornano.

Per questo, ancora una volta, non vi chiedo di credermi sulla parola: vi chiedo di prendere i dati, incrociarli, contraddirmi se sbaglio. È così che si costruisce qualcosa di utile – e l’unica cosa che, alla fine di tutto, mi interessa davvero.


Non sono la prima a porsi il problema

Chiudo con una delle scoperte più rassicuranti di questa ricerca: accorgermi di non essere sola. Chiedersi se la cornice del “patriarcato” descriva ancora bene le società occidentali contemporanee – o se sia diventata un’etichetta che spiega tutto e perciò niente – è una domanda che diversi autori e autrici, da prospettive molto diverse, si sono posti prima di me.

Le segnalo qui con la solita premessa noiosa ma importante: citare un autore non significa sottoscriverlo per intero. Di ciascuno di questi testi condivido alcune analisi e contesto altre; li elenco perché aiutano a guardare il problema da angolazioni che il dibattito mainstream tende a trascurare, non come autorità da invocare. Come sempre, l’invito è a leggerli con spirito critico – lo stesso che chiedo di riservare a me.

E un’avvertenza di metodo: per non cadere nel confirmation bias, accanto a queste voci critiche resta fondamentale la letteratura femminista che ho discusso in Cosa si intende per “patriarcato”?. Le idee migliori vengono dal far dialogare le due sponde, non dal leggere solo quella che ci dà ragione.

Prima di tutte, però, il libro che mi ha dato il metodo più che le risposte: Julia Galef, The Scout Mindset. Non parla di patriarcato né di questioni di genere se non di sfuggita, ma di come si fa a guardare un problema volendo capirlo invece che vincerlo. È la bussola di questa serie, ed è l’unico titolo di questa lista che consiglierei a chiunque, indipendentemente da cosa pensi del resto.

Voci che ridimensionano la cornice monocausale

  • Warren Farrell, The Myth of Male Power, Simon & Schuster, 1993. Uno dei primi testi a sostenere, dati alla mano, che l’idea di un potere maschile unilaterale ignora il rovescio della medaglia: i ruoli che gli uomini pagano con la salute e la vita. Datato in alcune parti, ma seminale per la riflessione sugli svantaggi maschili.
  • Roy F. Baumeister, Is There Anything Good About Men?, Oxford University Press, 2010. Uno psicologo sociale prova a smontare l’idea che la storia dei sessi sia la storia di un’oppressione a senso unico, proponendo letture alternative – e discutibili, ma argomentate – delle differenze tra uomini e donne.
  • Steven Pinker, The Blank Slate, Viking, 2002. Non parla di patriarcato in senso stretto, ma è una difesa serrata dell’idea che le differenze tra i sessi non siano solo costruzione sociale. Utile come antidoto al monocausalismo culturale, da soppesare senza prenderlo come parola definitiva.

Voci sul “problema maschile”

  • Richard Reeves, Of Boys and Men, Swift Press, 2022. Forse il testo più equilibrato e recente: Reeves, che si definisce progressista e pro-femminista, documenta come ragazzi e uomini stiano scivolando indietro su istruzione, lavoro e salute mentale, e sostiene che si possa fare di questo un tema serio senza per questo negare i problemi delle donne. È lo spirito a cui guardo.
  • Christina Hoff Sommers, The War Against Boys, Simon & Schuster, 2000. Più polemico e schierato, ma porta sul tavolo dati sul divario scolastico maschile con anni di anticipo sul dibattito italiano.

Per il contraddittorio

Per non trasformare questa lista in una camera dell’eco, rimando alla bibliografia femminista di Cosa si intende per “patriarcato”? e ai dati istituzionali (ISTAT, EIGE, INAIL…) citati capitolo per capitolo. Sono la prova del nove di tutto ciò che ho scritto: se le mie conclusioni reggono, devono reggere proprio a partire da quelle fonti.


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