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La mia storia col femminismo — Come sono diventata femminista

Tempo di lettura: 12 minuti
La mia storia col femminismo — Come sono diventata femminista
La mia storia col femminismo — Come sono diventata femminista

Penso di aver sentito parlare per la prima volta di femminismo nel periodo tra le scuole medie e il liceo, e ho iniziato a definirmi in prima persona femminista non prima dei diciotto o vent’anni, per poi abbandonare l’etichetta verso i venticinque. Tuttavia, guardandomi indietro, non posso fare a meno di notare come abbia sempre toccato fin da bambina i temi connessi alle differenze e alla parità di genere, anche senza rendermene conto.

Quello che segue è un tentativo di ricostruire la mia storia del rapporto con il femminismo, perché ciò che sono adesso è inevitabilmente frutto di un percorso, e averne chiari i vari passaggi è per me fondamentale. Scrivere tutto nero su bianco è il mio modo per mettere ordine, ma anche per condividere riflessioni che forse altri si sono trovati a fare.

In principio, Dio creò l’azzurro per i maschietti e il rosa per le femminucce. Piccola Marta rispose: “Sticazzi”.

Se qualcuno chiedesse a mia mamma di descrivere come ero da piccola, dubito fortemente che utilizzerebbe l’aggettivo “femminile”. Non ero un vero e proprio maschiaccio, perlomeno non nell’aspetto (anche se per un periodo da bambina ho avuto i capelli corti, e sono stata più volte scambiata, con mia grande ilarità, per un maschietto) o nel comportamento. Però, per fare degli esempi, preferivo il blu al rosa, i Lego alle bambole, i pantaloni comodi alle gonne. Non ho mai sopportato collane, braccialetti, orecchini, e meno che mai trucchi o smalti per le unghie.

Insomma, sentivo abbastanza la pressione a soddisfare il mio ruolo di genere, ma questo non da parte di un ipotetico sistema patriarcale, bensì da qualcosa di molto più concreto e impattante. Mi riferisco alla cultura cattolica in cui ero immersa, e più nello specifico nell’idea di femminilità che mi veniva trasmessa dalle donne nella mia famiglia: una brava bambina è docile e obbediente, non schiamazza e non fa giochi in cui si lotta o ci si sporca; poi, una brava ragazza è modesta e riservata, sempre disponibile a prendersi cura degli altri… tutto per diventare alla fine una donna, e soprattutto una moglie e una madre, virtuosa, altruista e amorevole, e che si dona totalmente a suo marito e ai suoi figli.

Sia chiaro che non ritengo tali valori sbagliati per la maggior parte, non di per sé; il problema semmai è che vengano calati dall’alto, come un ideale di perfezione praticamente irraggiungibile che per forza di cose ti fa sentire in colpa per non poter fare – ed essere – abbastanza.

Sono figlia unica, ma se avessi avuto fratelli maschi, ho ragione di credere che con ogni probabilità l’educazione sarebbe stata più rilassata; della serie, “non puoi pretendere così tanto da un maschio: boys will be boys”. E invece, da femmina, ci si aspettava che fossi già una piccola adulta, quasi una perfetta sposina cattolica in miniatura.

Il bello è che, pur senza aver mai sentito parlare di femminismo, avevo già intuito che certi ruoli – cosa dovevo desiderare, come dovevo comportarmi, chi dovevo diventare – erano limitanti.

Più tardi avrei scoperto che il femminismo attribuisce al patriarcato la nascita di tali ruoli di genere. Solo che, nel mio caso, non li attribuivo a un sistema sociale più ampio, ma alla morale cattolica in cui ero cresciuta, e alla sua idea, spesso soffocante, di come dovrebbe essere una brava bambina, una buona figlia, una futura donna “per bene”.

Non l’ho mai vissuta come una cosa particolarmente tragica, e nemmeno da adolescente ho mai attuato grandi piani di ribellione in tal senso. Semplicemente, vedevo mia madre, le mie zie, le donne della mia famiglia, e nei miei pensieri intuivo che quel modello non faceva per me.

Paritaria per istinto

Per la verità non ritengo che mi sia mai stato veramente imposto alcunché, soprattutto nel percorso di vita: per esempio, ho scelto senza problemi un corso di studi “da maschi”, ovvero il liceo scientifico prima e la laurea in ingegneria informatica poi. Anche prima dell’età adulta, non sono quasi mai stata obbligata a vestirmi in un certo modo, o a giocare con giochi “più adatti alle bambine”, qualsiasi cosa significhi (ovviamente non mi è mai stato spiegato).

Insomma, nonostante un contesto familiare non propriamente progressista, è sempre stata viva e presente in me l’idea che, nonostante le differenze tra me e un bambino, oppure tra mia mamma e mio papà, il valore di una persona sia a prescindere dal sesso di appartenenza. Di più: ho sempre pensato che le oggettive differenze tra maschi e femmine non fossero un ostacolo o un motivo di scontro, bensì una ricchezza che se messa in gioco da entrambe le parti avrebbe portato solo benefici.

La scoperta dell’esistenza di un movimento che mirava a colmare le differenze di genere, dando alle donne una serie di diritti che erano stati loro negati per molto tempo… in effetti non sembrava riguardarmi più di tanto. Non perché non riconoscessi l’importanza delle conquiste ottenute in passato, ma perché avevo l’impressione che la battaglia fosse stata, almeno in larga parte, vinta.

Allora (parliamo, appunto, del periodo tra la fine delle scuole medie e l’inizio superiori) non pensavo che il femminismo fosse una realtà per così dire “viva”: il movimento, ai miei occhi, aveva già completato la sua missione. Non ritenevo, in sostanza, che potesse ancora fare qualcosa per me, o comunque per le ragazze della mia età o più giovani.

Sembrava piuttosto un pezzo di storia da studiare nei libri, più che uno strumento attuale per cambiare la realtà. E io, che già vivevo la parità nella mia quotidianità, non sentivo alcun bisogno di etichette per riconoscerla o rivendicarla.

Primi contatti: un incontro prezioso con un’associazione femminista

È stato probabilmente un incontro di educazione all’affettività, organizzato per la mia classe di liceo da un’associazione locale che gestisce anche un centro antiviolenza, a farmi imparare che no: il femminismo esiste ancora e non è affatto un pezzo di storia archiviata.

Nel caso qualcuno (magari dopo aver appreso notizie come questa) stesse torcendo il naso al pensiero che del personale di un CAV sia stato invitato in una scuola a parlare a dei sedicenni, posso dire di conservare un ottimo ricordo di quegli incontri.

Il tema era affrontare le relazioni, di amicizia ma soprattutto sentimentali, tra noi giovani che si affacciavano alla vita adulta, identificando insieme possibili problemi:

  • è giusto che l’altro / l’altra sappia tutto di me e che condividiamo ogni momento? Oppure ognuno ha diritto a uno spazio personale, privato?
  • esiste una quantità di gelosia “giusta”? e quanto diventa “troppa”?
  • com’è possibile gestire gli inevitabili conflitti? Ad esempio, come ne usciamo se uno dei due “ha voglia” e l’altro no?

A partire da situazioni reali e riconoscibili, si rifletteva sull’importanza del consenso, dell’ascolto e del rispetto reciproco nel rapporto con l’altro.

Il punto forte era proprio l’approccio: non c’erano accuse, non c’erano colpevoli. Ragazze e ragazzi erano posti sullo stesso piano, senza pregiudizi di colpa o di innocenza legati al genere, entrambi coinvolti con pari responsabilità nel modo di stare in relazione. Il fatto che la classe fosse abbastanza equilibrata tra maschi e femmine ha sicuramente favorito il confronto: un raro esempio di intervento davvero educativo, il cui scopo non era “indottrinare” o far sentire qualcuno in colpa, bensì farci ragionare con la nostra testa.

Da quell’esperienza ho tratto la convinzione che il femminismo (perché le volontarie intervenute non facevano mistero di aderire a tale movimento) potesse davvero parlare a tutti; che fosse un movimento maturo, non più ancorato solo alla difesa delle donne ma impegnato a costruire relazioni più sane e paritarie per chiunque. Un femminismo per tutti, non contro qualcuno, che si rivolge a donne e uomini, perché la parità è qualcosa che si costruisce con l’impegno reciproco.

Una convinzione che ho custodito a lungo, ma che col tempo, mio malgrado, avrei dovuto iniziare a mettere in discussione.

Marta liceale vs insegnanti all’antica

Sempre al liceo, la mia “lotta” contro le disparità di genere era più che altro rivolta contro una convinzione, condivisa da alcuni professori ma soprattutto, ahimè, da parecchie professoresse: l’idea che i ragazzi – soltanto i ragazzi – potessero davvero eccellere in materie come matematica, fisica e informatica, perché dotati di una naturale predisposizione.

Per carità, è vero che alcuni compagni maschi avevano un intuito formidabile che permetteva loro di prendere i voti migliori: coglievano al volo certi concetti, laddove magari io necessitavo di vari passaggi e un po’ di tempo in più.

Chiariamoci: il talento esiste e va riconosciuto. Non è (e non era) una questione di “maschi contro femmine”: quali che siano le differenze medie tra i sessi nel modo di ragionare, il punto non cambia. Ognuno può eccellere nei contesti che valorizzano le sue capacità, e insieme si ottengono risultati più ricchi e completi.

Il punto era che per certi insegnanti (la mia prof di matematica in particolare) quel tipo di talento era l’unico che contasse; l’unico che meritasse attenzione e investimenti di tempo. Fondamentalmente, lei cercava “atleti” da mandare alle olimpiadi, e il resto della classe, noi ragazze in particolare, diventava secondario.

Il paradosso è che i quesiti delle olimpiadi a me piacevano eccome: mi divertiva capirne i “trucchi” e cercare soluzioni brillanti. Quello che non faceva per me era la gara a tempo, il contesto in cui l’unica cosa che conta è la rapidità di risoluzione.

Questo atteggiamento, spesso portato avanti con tono paternalistico, mi faceva andare in bestia; non solo perché era ingiusto, ma perché annullava ogni altro approccio al sapere: chi ci arrivava per vie traverse, con più lentezza ma anche con più profondità o visione d’insieme, veniva ignorato o addirittura considerato un peso. E i talenti rapidi e istintivi che gli insegnanti sceglievano di coltivare erano, guarda caso, tutti maschi.

Che quei ragazzi portassero prestigio alla scuola è vero, e non è certo una colpa. Il problema era misurare il valore di tutti con un unico metro, quello della gara.

Volente o nolente, la verità è che certe narrazioni ti si appiccicano addosso: quando ti ripetono, esplicitamente o per sottrazione, che in certe cose i maschi sono naturalmente più bravi, ti viene voglia di dimostrare che non è vero, anche solo a te stessa.

Non nego, infatti, che una piccola parte della mia decisione di iscrivermi alla triennale di informatica sia stata dettata da uno spirito di rivalsa. Un modo per dire: “adesso ce la metterò tutta e dimostrerò al mondo che anche noi ragazze possiamo avere successo coi computer e gli algoritmi!”

(Spoiler: è andata bene, o non credo che starei scrivendo queste parole qui e ora 🙂).

20% di ragazze a informatica: e che problema c’è?

Durante gli anni dell’università, tuttavia, la mia opinione ha iniziato a spostarsi. Il motivo? Il fatto che appartenere a una minoranza (le ragazze nel mio corso erano circa il 20%) non aveva affatto i risvolti negativi che mi erano stati prospettati. Anzi, per certi versi si è rivelata un’esperienza molto più neutra, se non addirittura positiva, di quanto mi aspettassi.

Ho avuto la fortuna di incontrare professori e assistenti disponibili e sensibili, che trattavano studenti e studentesse in modo tangibilmente paritario. Nessuna differenza di tono, di aspettative o di attenzione tra maschi e femmine. Anche i compagni, in larghissima maggioranza maschi, si comportavano come colleghi e pari.

Quando si studiava, si lavorava ai progetti, si rideva e si discuteva, non eravamo “ragazzi e ragazze”: eravamo semplicemente persone che condividevano una passione per i processori, gli algoritmi e i sistemi distribuiti. L’ambiente che mi era stato descritto come ostile e potenzialmente discriminatorio si è rivelato per me tutto il contrario: un contesto dove il mio essere donna non è mai stato messo in discussione, e soprattutto non è mai stato un problema.

Dall’altro lato, però, ho iniziato a notare qualcosa che mi ha fatto riflettere: il fatto che talvolta fossimo noi studentesse a ricevere attenzioni particolari.

Mi riferisco, ad esempio, a borse di studio riservate esclusivamente alle ragazze (non presenti nel mio ateneo), a iniziative come Girls Who Code, o alle giornate Rails Girls organizzate proprio dalla mia università: workshop introduttivi alla programmazione rivolti solo a partecipanti di sesso femminile.

Parlandone con i miei colleghi (alcuni dei quali avevano partecipato come tutor a questi eventi) emergeva un’opinione ambivalente: da un lato la consapevolezza che queste iniziative potessero servire a incoraggiare nuove vocazioni tra le ragazze; dall’altro, un certo disagio nel constatare che lo strumento scelto per farlo era un’esclusione esplicita dei ragazzi.

All’epoca davo loro ragione a metà; oggi ho maturato una posizione più netta. Capisco perfettamente il desiderio di promuovere una maggiore presenza femminile nelle STEM: da ragazza dentro quel mondo, conosco bene quanto possa essere stimolante e arricchente, e quanto possa invece apparire scoraggiante a un occhio esterno. Ma promuovere un settore non può significare sbarrarne l’ingresso a qualcuno in base al genere, e un workshop che accetta iscrizioni solo dalle ragazze fa esattamente questo.

Non si tratta di “discriminazione al contrario”: si tratta di discriminazione, punto.

Il fatto che si pensi sia necessario “proteggere” le ragazze per permettere loro di entrare e restare in questi contesti mi ha lasciato addosso una sensazione strana; come se io, in quanto donna, avessi bisogno di un trattamento speciale per riuscire a farcela. Come se il mio valore non potesse emergere da solo, con le mie capacità, ma solo grazie a un aiuto esterno che mi “mettesse in pari” con i ragazzi.

Io volevo farcela da sola: non in quanto donna, ma in quanto persona; chiedendo aiuto quando serviva, come qualsiasi studente in difficoltà, non perché la mia presenza nell’informatica dovesse essere “supportata” da strumenti ad hoc.

E questo, in tutta franchezza, mi infastidiva nel complesso molto di più dell’atteggiamento delle prof del liceo: se di loro potevo dire “vabbè, sono boomer di un’altra epoca, lasciamo che si estinguano come i dinosauri”, quest’altra tendenza a coccolare noi ragazze con tutti gli aiuti possibili sembrava il nuovo trend, non certo qualcosa di destinato all’oblio generazionale.

È stato proprio questo tipo di approccio, che ho percepito come paternalista e distorto, ad aprire in me i primi seri dubbi sul femminismo contemporaneo: se per correggere una disparità ipotetica (perché la mera presenza di una minoranza di ragazze non implica che alla base ci sia una discriminazione) si arriva a crearne un’altra reale, siamo davvero sicuri di stare andando nella direzione giusta?

Pillole di femminismo (e di gender) su YouTube

Quei dubbi, però, restavano circoscritti a un ambito preciso: le iniziative riservate alle ragazze, non il femminismo in sé.

Su quest’ultimo continuavo a fidarmi, e anzi furono proprio quelli gli anni in cui, diventata assidua frequentatrice di YouTube, scoprii la serie “Parità in pillole” creata da cimdrp (al secolo Irene Facheris), in cui ritenni di aver trovato una rappresentazione di quella “parità condivisa” che cercavo. I suoi video sembravano rispecchiare una visione equilibrata e accessibile del femminismo, una prospettiva che cercavo di comprendere e condividere… almeno inizialmente.

Tra i video che ho più apprezzato ci sono ad esempio:

  • “Le diverse ondate di femminismo”: un excursus storico ma soprattutto una riflessione sullo stato attuale del movimento (rappresentato dalla campagna “HeForShe”) e quale dovrebbe essere la direzione, la cosiddetta quinta ondata (in cui uomini e donne si aiutano a vicenda ad abbattere le disuguaglianze di genere e raggiungere la parità).
  • “Se ci dimentichiamo che l’Altro è una Persona”, sul rischio della deumanizzazione reciproca, dentro e fuori il dibattito politico.
  • “Ho incontrato le femministe cattive”: interessante prospettiva sui diversi modi di intendere il femminismo, che è costituito anche da misandriche. Questo in particolare mi ha fatto riflettere sulla varietà e complessità del movimento, e sulla difficoltà di definire un’unica “verità” femminista.

Apprezzavo anche altri contenuti del canale, dedicati a temi non direttamente legati al genere, ma comunque importanti per comprendere certe dinamiche sociali contemporanee: spiegazioni semplici e chiare su concetti come coming out, queerbaiting, intersezionalità, il significato dei Pride, l’evoluzione del linguaggio inclusivo. Erano video brevi e curati, di carattere divulgativo: un ottimo punto di partenza per chi, come me, voleva capire senza sentirsi subito giudicato o spinto a schierarsi.

Forse anche per questo, in quegli anni, ho finito per avvicinarmi più all’attivismo LGBT+ che a quello femminista. Un po’ per inclinazione personale, un po’ perché mi sembrava che in Italia le urgenze fossero più evidenti da quella parte. Le donne, pensavo, avevano ormai raggiunto quasi tutto: possibilità di studiare, lavorare, votare, scegliere il proprio destino. Le persone gay, lesbiche o trans, invece, erano ancora spesso costrette a vivere ai margini, senza tutele legali né pieno riconoscimento sociale.

Non mi pesava, insomma, “mettere da parte” per un po’ le istanze femministe: mi sembrava che ci fosse un fronte più fragile da sostenere, una battaglia meno avanzata da aiutare. In famiglia e nella realtà intorno a me le donne erano già libere e indipendenti; i gheis, invece, non potevano nemmeno tenersi per mano per strada, costruirsi una famiglia alla luce del sole, addirittura vedere riconosciuto il loro amore come qualcosa di vero e soprattutto normale.

In quel momento, il femminismo mi appariva come una base culturale solida da cui partire, non certo come qualcosa da mettere in discussione.

Va bene tutto, ma ‘sti americani esagerano

Le Pillole di cimdrp non erano certo gli unici contenuti che YouTube mi proponeva.

Forse in un momento di “delirio creativo” dell’algoritmo (che solitamente ti tiene al caldo nella tua bolla) ho iniziato a imbattermi anche in contenuti critici nei confronti del femminismo. E non parlo di video caricaturali o “anti-femministi” di professione, ma di voci lucide, ben argomentate, talvolta ironiche, che però sollevavano questioni reali.

Due in particolare mi colpirono per intelligenza e chiarezza espositiva: Lauren Chen, alias Roaming Millennial (canale oggi chiuso, ma molti suoi video si trovano ancora archiviati altrove)1 e Sydney Watson, australiana trapiantata negli Stati Uniti, con i loro pigli taglienti e la spiccata vena un po’ polemica ma sempre on point.

È stato grazie a loro che ho iniziato a esplorare più da vicino alcune derive del femminismo di stampo anglosassone:

  • L’idea che solo gli uomini possano essere sessisti;
  • Che solo le donne possano essere vittime di violenza domestica;
  • Che dagli albori della storia la società umana sia stata, e sia tuttora, di stampo patriarcale, con gli uomini al potere e le donne sottomesse;
  • Che ogni uomo, in quanto tale, debba sentirsi complice del sistema e redimersi, altrimenti è parte del problema;
  • Che l’odio verso gli uomini non sia una questione di genere, perché a differenza della misoginia “la misandria non uccide”.

In molti di quei video si portavano esempi reali di misandria normalizzata, di doppi standard nei media, di dichiarazioni agghiaccianti spacciate per “femminismo radicale”; il tutto con spezzoni di talk show, interviste, estratti accademici e citazioni testuali.

Ricordo distintamente di aver pensato:

’mazza, queste femministe americane sono un tantino eccessive nei modi e nei contenuti! Per fortuna in Italia siamo più moderati: qui il femminismo è ancora un discorso serio sulla parità, non una crociata contro gli uomini.

Speriamo che ‘sta roba resti da loro… anche se tutto ciò che succede negli States di solito arriva anche da noi con qualche anno di ritardo.

Tipo Netflix. O i fidget spinner.

All’epoca, comunque, tutto ciò mi sembrava rassicurante. Guardavo con un misto di stupore e fastidio quel femminismo esasperato, certo che fosse un problema “loro”. Ero convinta che noi italiani fossimo più razionali, più equilibrati, più refrattari agli estremismi.

Mi appariva un fenomeno lontano, come certe mode assurde che fanno fantastiliardi di views su TikTok e poi spariscono con la velocità con cui sono apparse. Non immaginavo che, di lì a qualche anno, alcune di quelle stesse idee si sarebbero fatte spazio anche qui da noi, nelle piazze, nei social, nei media mainstream. E che io stessa mi sarei ritrovata a domandarmi se quello in cui avevo creduto fosse davvero lo stesso femminismo che stava prendendo piede sotto i miei occhi.

A rileggermi oggi, le crepe c’erano già tutte: il fastidio per i workshop riservati alle ragazze; l’insofferenza verso chi decideva a priori quale talento meritasse attenzione; la fatica di difendere un’idea di parità che quasi mai vedevo praticata. Semplicemente, le tenevo separate una dall’altra, come inconvenienti isolati di un’ideologia in cui continuavo a credere.

Nella seconda parte racconto cosa è successo quando ho smesso di poterle tenere separate.


Note

Footnotes

  1. Una precisazione è doverosa, visto che oggi il nome di Lauren Chen è legato soprattutto ad altro. Nel settembre 2024 il Dipartimento di Giustizia statunitense ha incriminato due dipendenti della rete russa RT nell’ambito di un’inchiesta su Tenet Media, la società di produzione di cui Chen era co-fondatrice e che secondo l’atto d’accusa era stata finanziata con fondi riconducibili a RT.

    Chen non è tra gli incriminati, e l’atto d’accusa descrive i fondatori come non consapevoli della reale origine dei finanziamenti.

    La vicenda inoltre è successiva di anni ai video di cui parlo qui e non tocca il merito di ciò che sosteneva allora (anche perché io per prima ho appreso di questi risvolti scrivendone in questo articolo), ma non mi sembra corretto passarla sotto silenzio verso chi legge.

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