È stato pubblicato da pochissimi giorni il programma del partito “Futuro Nazionale”, che ero piuttosto curiosa di leggere fin da quando il generale Vannacci ha deciso di scendere in politica. Un conto, infatti, è leggere le idee dell’autore su un libro che politico lo è senza dubbio, ma non è comunque un manifesto vero e proprio, nonché naturalmente ascoltare le dichiarazioni a voce espresse durante le interviste (che ho peraltro già commentato); un altro è, per l’appunto, vedere un programma politico scritto nero su bianco, giacché è solo un documento del genere che può dare un’idea effettiva di cosa ha intenzione di fare il Generale, nel caso in cui venisse eletto.
Per motivi sia di spazio (ho esportato il programma come PDF per annotarlo comodamente su iPad, e conta 64 pagine piuttosto fitte) sia di competenze, commenterò solo i passaggi relativi agli argomenti che tratto qui sul blog, ovvero le questioni di genere e la legge sul femminicidio. Non mancheranno riferimenti ad altre parti (immigrazione e sicurezza su tutte), ma solo in quanto direttamente o indirettamente collegate a uno di questi temi appena citati.
Per chi avesse voglia di recuperarlo tutto, lo trova naturalmente in forma integrale sul sito del partito.
Avanti!
I valori non negoziabili
Il programma si apre con una dichiarazione molto altisonante di intenti e di ideali che il partito intende inseguire.
[…] radicato nella Tradizione romana e cristiana, coi piedi saldamente per terra, ancorati al presente, e lo sguardo volto al futuro della Nazione: un futuro all’altezza della nostra storia e dell’anelito ad affrontare con ardore, virtù e sacrificio le sfide posteci dinnanzi dall’ora presente. Questa è l’attimo in cui il passato – che non è più – e il futuro – che non è ancora – si incontrano ponendoci la sfida della libertà: scegliere adesso per che cosa vivere e morire.
(frasi in grassetto nell’originale)
… si fonda su alcuni valori cardine – identità nazionale, famiglia naturale, sicurezza, libertà, merito e tradizione – ritenuti indispensabili per una nuova primavera italiana.
Abbiamo appena iniziato e siamo già pronti per dire Make Italia Great Again.
Al di là della battuta, c’è una cosa che vale per tutto il documento: il registro. Un programma politico dovrebbe dirti cosa un partito intende fare; questo si apre dicendoti per cosa dovresti vivere e morire. “Ardore, virtù e sacrificio”, “la sfida della libertà”, “una nuova primavera italiana”: è prosa da adunata, non da proposta di legge, e la cosa non è casuale – nel corso dell’intero programma il rapporto tra dichiarazioni di valore e misure concrete resta più o meno questo.
Sui valori cardine, poi, fermiamoci un secondo. Identità nazionale, sicurezza, libertà, merito e tradizione sono termini così larghi che quasi qualunque partito italiano potrebbe firmarli senza battere ciglio: parole-ombrello, che dicono qualcosa solo quando le riempi. L’unico dei sei che seleziona davvero – che cioè distingue Futuro Nazionale da chiunque altro e implica conseguenze pratiche precise – è la famiglia naturale. Ed è, guarda caso, quello su cui il documento è più reticente.
[…] netta consapevolezza di quali siano i valori non negoziabili (a cominciare dalla difesa della vita dal concepimento alla morte naturale, della famiglia naturale, dell’identità cristiana, della concezione romana del diritto […])
Di aborto si parla una sola volta oltre al cenno che se ne fa qui, nel contesto di una critica all’Unione Europea che ha incluso l’aborto tra i diritti fondamentali. Della famiglia naturale, come detto, non viene data una definizione.
Da segnalare che la legge 194 non viene mai nominata, e che nessuna misura del programma propone esplicitamente di modificarla. Quello che troviamo è un principio – “la difesa della vita dal concepimento alla morte naturale” – dichiarato non negoziabile, il che è una cosa diversa da una proposta di legge ma non è nemmeno una rassicurazione. Se l’anno prossimo Futuro Nazionale1 finisse in Parlamento, quindi, la mia previsione è che l’aborto non verrebbe toccato frontalmente, ma per via laterale e nell’ambito del contrasto al calo demografico: obiezione di coscienza, finanziamenti ai consultori “per la vita”, pressione in sede europea contro il riconoscimento dell’aborto come diritto fondamentale. È naturalmente una previsione, non un fatto, e sarò lieta di essere smentita.
Sulla “concezione romana del diritto” non mi pronuncio nel merito, che non è il mio campo – e comunque l’obiezione facile (“è roba di duemila anni fa”) si ribatte da sola: buona parte del nostro diritto civile discende proprio da lì.
Il problema è un altro, ed è che il diritto romano è stato molte cose diverse nell’arco di un millennio, e il programma non chiarisce mai quale. Perché se si intendono la determinatezza della fattispecie e la responsabilità personale, siamo d’accordo tutti e non serviva scomodare Roma. Se invece guardiamo all’assetto dei rapporti familiari, il diritto romano è il posto in cui troviamo la patria potestas, la manus del marito sulla moglie e la tutela permanente delle donne adulte: cioè, letteralmente, il potere del padre come istituto giuridico.
Ciò mi porta a una considerazione che tornerà più avanti. Nella mia serie sul patriarcato ho passato mesi a spiegare che “patriarcato” indica un sistema istituzionalizzato di dominio maschile, e che l’Italia contemporanea non lo è. Ecco: il diritto romano arcaico lo era, nel senso tecnico e non metaforico del termine. Rivendicare insieme la “concezione romana del diritto” e il “patriarcato mediterraneo” – come il programma farà più avanti – è forse l’unica occasione in cui quella parola verrebbe usata in modo corretto.
Mi verrebbe da dire che non è quello che intendevano. Rileggendo però il capitolo sul “patriarcato mediterraneo”, con i suoi maschi forti che dominano le passioni e proteggono le donne, non ne sono più così sicura: il richiamo a Roma potrebbe non essere affatto un lapsus, ma la parte più coerente dell’intero documento. E allora la domanda che rivolgo sinceramente a chi ha scritto queste pagine è: la patria potestas fa parte della concezione romana del diritto che volete recuperare, sì o no? Finché la risposta resta implicita, ciascuno può leggerci quello che preferisce – ed è esattamente ciò che un programma politico dovrebbe servire a evitare.
Fisco, quote e famiglia
In ambito fiscale, vediamo una prima proposta interessante che ha a che fare con questioni di genere:
Introduzione delle “quote azzurre” nei concorsi pubblici, riservando una parte dell’ammontare dei posti a bando ai genitori di famiglie numerose: sostenere la famiglia che procrea è sostenere il futuro dell’Italia.
Il nome è ovviamente una provocazione, costruito per specularità rispetto alle “quote rosa”. Il problema è che, sempre che la proposta si riferisca a questo, nei concorsi pubblici italiani non esistono “quote rosa”: esistono quote di genere, cioè una riserva che scatta a favore del genere sottorappresentato in quell’amministrazione, quale che sia (qui una sintesi della riforma del 2023). In pratica è facile che finiscano per essere effettivamente “rosa”, visto che in molti comparti gli uomini sono in maggioranza – ma la formulazione della norma è neutra, e nei settori a maggioranza femminile funziona nella direzione opposta.
Così com’è, quindi, la proposta introduce un contrappeso speculare a un privilegio femminile che tecnicamente non esiste. Non sarà l’ultima volta che il programma prova a riformare un aspetto della legge italiana che, in realtà, è già a posto così com’è.
Sempre in ambito fiscale e previdenziale, il resto delle misure “di genere” va tutto in una direzione sola:
[saranno garantite] importanti premialità di pensionamento anticipato per le madri, proporzionalmente al numero dei figli avuti
Particolare attenzione […] alle donne con figli, riconoscendo il valore sociale della maternità mediante correttivi previdenziali
Trovo interessante che un programma tanto ostile alle “categorie tipizzate sulla base delle caratteristiche della vittima” – lo vedremo tra poco, a proposito del femminicidio – non abbia poi nessun problema a tipizzare un beneficio sulla base del sesso del beneficiario. Le premialità pensionistiche sono per le madri, non per i genitori: il padre che riduce l’orario o interrompe la carriera per crescere quattro figli, nel modello di Futuro Nazionale, non esiste (seppure sia, per ovvi motivi, una parte necessaria del farli, i figli). Il che è coerente con l’impianto ideologico del documento, ma difficilmente compatibile con l’idea, ripetuta altrove, che non esistano “sessi sbagliati” e che il diritto non debba fare distinzioni di genere.
La controparte maschile di quella figura arriva molte pagine dopo, nel capitolo sulla remigrazione, a proposito di quanto welfare l’Italia possa permettersi di destinare a chi arriva da fuori:
Ogni padre di famiglia ha la grave responsabilità di sfamare i propri figli prima di poter sfamare i figli degli altri.
Alle madri i correttivi previdenziali, ai padri il dovere di provvedere. I ruoli sono assegnati in modo abbastanza rigido da entrambe le parti, e questo mi pare più interessante della singola misura: il programma tipizza per sesso in tutte e due le direzioni, e lo fa senza mai dichiararlo.
Un altro passaggio menziona alcune questioni che, come visto nello scorso articolo, riguardano principalmente il genere femminile:
chi vive in Italia appartiene al popolo italiano solo se ne condivide i valori e gli ideali. Non saranno accettate pratiche fortemente incompatibili con i nostri principi (dalle mutilazioni genitali ai matrimoni forzati, per fare alcuni esempi).
Peccato che entrambe siano già fortemente sanzionate dalla normativa italiana – nello specifico la legge n.7 del 2006 che proibisce le pratiche di mutilazione genitale femminile, e l’art. 7 della legge n.69 del 2019, ovvero il cosiddetto “Codice Rosso”, per contrastare i matrimoni forzati.
C’è però un secondo livello, che mi interessa di più. Il passaggio non si limita a dire che le mutilazioni genitali e i matrimoni forzati sono inaccettabili – cosa su cui, spero, siamo tutti d’accordo. Le usa per tracciare una linea: da una parte i nostri principi, dall’altra il retaggio culturale di chi arriva da fuori, con la legge italiana nel ruolo del faro di civiltà. E quella linea regge solo se si dà per scontato che da questo lato la strada sia sempre stata chiara. Non è così, e nemmeno da tanto tempo.
Per correttezza: il matrimonio forzato non è mai stato legale in Italia, e già il Codice civile del 1942 rendeva impugnabile il matrimonio ottenuto con violenza2. Quello che mancava non era il principio, ma la sua esigibilità concreta. In un paese in cui il marito era per legge “capo della famiglia” e in cui il matrimonio riparatore è rimasto nel codice penale fino al 1981, una ragazza costretta all’altare aveva il diritto formale di impugnare il vincolo e quasi nessuna condizione pratica, sociale ed economica per farlo. Il reato specifico di costrizione al matrimonio, poi, è arrivato solo nel 2019 – con lo stesso Codice Rosso citato qui sopra.
Come sarà chiaro a chi ha seguito la mia lunga serie sul patriarcato in Italia – e in particolare il capitolo su legge e giustizia – non sono tra quelli che vedono patriarcato ovunque, nemmeno guardando all’ultimo secolo di storia italiana. Ma andarci piano nel presentare la legge e la morale italiane come un modello di civiltà da difendere dalla barbarie altrui mi sembra il minimo sindacale: il delitto d’onore è uscito dal nostro codice penale nel 1981, non nel Medioevo. Non c’è bisogno di sbilanciarsi dall’altro lato per criticare le femministe.
La sicurezza delle donne
Arriviamo alla parte che mi interessa di più, ovvero il discorso su femminicidio e contrasto alla cosiddetta violenza di genere.
Oggi tutti i dati indicano che gli extracomunitari commettono stupri e omicidi nei confronti delle donne con percentuali di gran lunga superiori a quelle della loro incidenza statistica sulla popolazione residente. È intollerabile assistere ad episodi in cui branchi di individui aggrediscono e abusano delle nostre giovani. Dobbiamo difendere la dignità delle nostre donne e la loro facoltà di vivere sicure nel nostro Paese.
Il possessivo – “le nostre giovani”, “le nostre donne” – compare due volte in tre righe, e non è un vezzo stilistico. Definisce a chi appartiene la cosa da difendere e chi è il soggetto che difende: le donne come patrimonio della nazione, la loro sicurezza come questione d’onore di chi le protegge. Teniamolo a mente, perché tornerà quasi identico quando il programma arriverà a parlare di “maschi forti che proteggono le donne”.
Anche applicando un principio di carità che manderebbe in soggezione Madre Teresa, se non fosse già chiaro dalle dichiarazioni ascoltate in questi mesi, qui la lotta alla violenza contro le donne funziona da premessa per il vero cavallo di battaglia di Futuro Nazionale: la lotta all’immigrazione – e non all’immigrazione in generale, naturalmente, ma a quella musulmana.
A questo punto la critica standard sarebbe automatica: razzista, islamofobo – prossimo argomento. Non è la risposta che mi interessa dare, per due ragioni diverse tra loro.
La prima riguarda l’islamofobia, un termine che a mio parere mette insieme due cose da tenere distinte: l’ostilità verso i musulmani in quanto persone – che esiste ed è un problema, come qualunque generalizzazione indebita – e la critica all’islam in quanto religione, o al fondamentalismo religioso in quanto fenomeno. Quest’ultima non è una fobia: è critica di un’ideologia, e chi mi conosce sa che la faccio senza remore anche nei confronti del cristianesimo, di cui ho una discreta esperienza diretta. Le persone hanno diritti; una religione, no. Finché il termine tiene insieme le due cose serve più a chiudere le discussioni che ad aprirle.
La seconda riguarda il razzismo, e qui il mio giudizio è meno indulgente: nel modo in cui il manifesto parla di certi gruppi umani un senso di superiorità mi pare difficile da non vedere. Solo che, di fronte a questo programma politico, non è l’osservazione più utile che io possa fare; è piuttosto un’etichetta che mai nella vita convincerà chi ha già deciso di votare Vannacci a non votarlo, e che a me non spiega niente che non sapessi già.
Il problema vero, per come lo vedo io, si chiama strumentalità, ed è un problema di metodo prima che di contenuto. La sicurezza delle donne, in questo programma, non è un fine: è una scusa. Viene tirata fuori quando l’autore del reato è straniero e riposta quando è italiano, e la vedremo sparire in modo quasi caricaturale nel capitolo sul femminicidio, dove la “più impattante risposta al problema” riguarda – per ammissione dello stesso documento – un quarto dei casi. Non è una questione di quanto sia sgradevole il sentimento che c’è sotto: è che un argomento usato così non è verificabile, perché il criterio non è mai “questa misura protegge le donne?” ma “questo caso serve alla mia tesi?”.
Ciò vale anche per i passaggi che condivido almeno in parte, come questo:
[secondo l’ideologia di sinistra] i reati andrebbero tipizzati (si pensi al “femminicidio” o all’“omofobia”) sulla base delle caratteristiche della vittima, così da indurre una programmata trasformazione culturale […]
O quest’altro, che rispecchia bene la mia idea sulla libertà di espressione:
il movimento […] si oppone ai cosiddetti reati d’opinione, e alle norme che puniscono espressioni del pensiero senza nesso con atti concreti di violenza. […] Futuro Nazionale ritiene che il confronto delle idee vada lasciate alla sede culturale e politica, non penale: il dissenso e la critica non possono essere messi a tacere con la minaccia di procedimenti giudiziari.
Sono affermazioni che, isolate, firmerei. Il problema è che in questo documento non sono principi: sono strumenti, tenuti finché servono e – potrei scommetterci – accantonati appena fa comodo.
Sul femminicidio
Il programma dedica due pagine intere alla legge sul femminicidio e alla violenza che viene definita “passionale”:
Futuro Nazionale rigetta categorie come, ad esempio, quella di “femminicidio”: il valore di ogni vita è la medesima, sia essa quella di un maschio, di una femmina, di un lavoratore, di un disoccupato, di un anziano o di un giovane, trattandosi sempre e solo del reato di omicidio. Per questa ragione abrogheremo l’art. 577 bis del Codice penale che ha introdotto il cosiddetto “femminicidio”: continueremo a punire chi uccide una donna, con pene fino all’ergastolo, come abbiamo sempre fatto, ovvero per omicidio. Chi uccide una persona, maschio o femmina che sia, deve essere punito. Senza necessità di distinguere in “viricidio” e “femminicidio”.
Come argomentato nel mio articolo, mi trovo pienamente d’accordo con questa sintesi.
A sostegno vengono elencati sei punti, che analizzo separatamente.
I punti che stanno in piedi
- Uccidere per gelosia un uomo comporta una pena diversa (da 21 anni all’ergastolo) rispetto ad uccidere per gelosia una donna (ergastolo), come se ci fossero morti che valgono di più e morti che valgono di meno. […]
- Uccidere per invidia, per ira, per avarizia, per lussuria, per superbia dovrebbe essere meno grave che uccidere per gelosia, controllo, possessività o simili? I futili motivi sono sempre e sono già una aggravante, a prescindere da quale sia il sentimento che li propone al libero arbitrio del criminale. Chi uccide deve andare in galera per aver ucciso. Invece la norma recentemente introdotta impone una pena più severa solo per alcuni moti interiori dell’animo. […]
- Il diritto penale deve essere chiaro e preciso. Incunearsi nella distinzione tra i diversi moventi dell’animo viola il principio di determinatezza della fattispecie e trasforma il giudice in un indovino e il diritto in una scommessa.
Su questi tre, con qualche riserva, sono d’accordo: sono gli stessi rilievi che ho mosso nel mio articolo sul femminicidio: il movente abietto o futile è già un’aggravante comune (art. 61 c.p.); l’asimmetria di trattamento tra vittima e vittima è reale; e il principio di determinatezza è un problema serio quando la fattispecie ruota attorno a uno stato interiore.
La riserva riguarda il punto 1, che descrive male la norma che vuole abrogare. L’art. 577-bis c.p., introdotto dalla legge 181/2025, non punisce con l’ergastolo chi uccide una donna “per gelosia”: punisce la morte di una donna quando il fatto è commesso
come atto di odio, discriminazione, sopraffazione, controllo, possesso o dominio in quanto donna, ovvero in relazione al rifiuto di costituire o mantenere un rapporto affettivo, ovvero come atto limitativo delle libertà individuali.
La differenza non è cosmetica: “in quanto donna” è esattamente l’elemento che rende la fattispecie problematica sul piano della determinatezza – come si prova in giudizio il “dominio in quanto donna”? – ma è anche l’elemento che il programma sceglie di non citare, preferendo la parafrasi “gelosia”, che è più facile da ridicolizzare. Quando hai ragione nel merito e semplifichi comunque la norma che critichi, dai l’impressione di non essertela letta.
Il punto 3: domanda giusta, risposta sbagliata
- se una donna con gusti lesbici uccide per gelosia la ex concubina, è femminicidio? […] Esiste dunque anche la “donna femminicida” o la messinscena della sinistra ha la segreta intenzione di veicolare una ideologia secondo la quale i maschi sono i nemici del popolo e della società? […] manipolare il diritto penale per diffondere “odio di classe” è un gioco di marca sovietica molto pericoloso. Ieri proletari contro proprietari, oggi donne contro uomini. […]
La domanda iniziale è legittima, e me l’ero posta anch’io: la nuova fattispecie permette di condannare una donna per femminicidio ai danni di un’altra donna? Tecnicamente sì, perché l’art. 577-bis non qualifica il soggetto attivo – e questo dice qualcosa su quanto sia scritta male rispetto all’intenzione politica che l’ha prodotta.
E, per inciso: sì, esiste la donna che uccide, ed è una delle cose che ripeto più spesso qui sul blog. Ma il fatto che la cattiveria sia trasversale alla specie umana è un argomento contro la tipizzazione del reato per sesso della vittima, non a favore dell’idea che dietro la norma ci sia un disegno per additare i maschi come nemici pubblici.
Poi però, nel giro di due righe, si passa dalla domanda giuridica alla “segreta intenzione” della sinistra di veicolare un’ideologia, all‘“odio di classe di marca sovietica” e ai “gusti lesbici”. Un peccato, perché sotto quella confezione c’è un’osservazione che condivido: che dagli anni Novanta in poi l’asse del conflitto politico a sinistra si sia spostato dalla redistribuzione al riconoscimento, cioè dalla classe all’identità, non è una fantasia reazionaria – è una diagnosi formulata dentro la sinistra, e da una femminista3.
La differenza tra le due versioni non è politica, è epistemica. Descrivere uno spostamento dell’asse del conflitto è un’affermazione verificabile: se ne discute guardando programmi, campagne e priorità di spesa degli ultimi trent’anni. Attribuire a un intero schieramento una “segreta intenzione” no: è una tesi costruita in modo da non poter essere smentita, esattamente come l’idea che ogni fenomeno sociale sia riconducibile al patriarcato.
E la parte che condivido si ferma prima di dove il programma vorrebbe portarla: che lo schema oppressore/oppresso sia stato in buona parte trasferito dalle classi ai sessi mi pare difficile da negare; che sia una mappa scadente della realtà è la tesi di metà di questo blog. Ma “lo schema è scadente” non significa “il problema che pretende di descrivere non esiste”: le donne uccise dai partner ci sono, gli uomini che si tolgono la vita anche, e nessuna delle due cose diventa meno reale perché qualcuno le usa male. Vannacci usa la critica allo schema per concludere che la fattispecie va abrogata; io per dire che è scritta male. We’re not the same.
I punti 5 e 6: dove cade la maschera
- La legge penale deve punire la colpa individuale del criminale, non usare il reo come capro espiatorio per rieducare gli spettatori (peraltro innocenti), sulla base della statistica dei reati. […] la più impattante risposta al problema degli omicidi di donne è rappresentata dalla remigrazione. Infatti, il 9% circa della popolazione residente commette circa il 25% degli omicidi di donne. Si tratta del 9% extracomunitario. Dunque, chi vuole salvare la vita delle donne sostiene la remigrazione […]
- Siamo già tra i Paesi europei col tasso più basso di omicidi di donne, con la remigrazione diventeremmo il Paese leader per assenza di omicidio sulle donne. […]proponiamo il piano carceri per la costruzione di nuove galere e la liberazione di posti carcerari tramite la remigrazione immediata di quel 35% circa di prigionieri non italiani. […]
Ed eccoci al punto. I primi quattro rilievi sono di tecnica giuridica; il quinto parte dalla colpa individuale e arriva alla remigrazione nel giro di dieci righe.
Prendiamo per buono, per amore di argomento, il dato citato: il 9% della popolazione residente commetterebbe il 25% degli omicidi di donne4. Ne segue che il 75% degli omicidi di donne resta a carico degli italiani. E siccome la parte più consistente di quegli omicidi avviene in ambito familiare o affettivo, per mano di partner ed ex partner, la “più impattante risposta al problema” lascia scoperti tre quarti abbondanti del fenomeno. È una risposta a un altro problema, che al Generale sta evidentemente più a cuore.
C’è poi un dettaglio metodologico che, da persona che ai report altrui chiede sempre da dove vengano i numeri, non posso ignorare: in 64 pagine il programma non cita una sola fonte. Non un rimando all’ISTAT, non uno a Eurostat, non una nota a piè di pagina. Tutti i numeri – il 9% di residenti extracomunitari, il 25% di omicidi di donne, il 35% di detenuti stranieri, il 12% di residenti non italiani dalla nascita, i tassi di fecondità – sono asseriti e basta. Per un documento che accusa gli avversari di manipolare le statistiche, è una scelta quantomeno coraggiosa.
Riassumendo: se ce ne fosse stato bisogno, ecco la conferma che l’opposizione alla legge sul femminicidio è in funzione della battaglia sull’immigrazione, e non del fatto che la sicurezza delle donne stia davvero a cuore a chi ha scritto queste pagine. Peccato, perché i punti 1, 2 e 4 meritavano un contesto migliore di questo.
La violenza “passionale”
Segue una lunga sezione sulla prevenzione, che riassumo. La tesi è: i “delitti passionali” sono un problema reale, ma nascono dal relativismo etico, dal nichilismo, dall’ideologia femminista che contrappone maschi e femmine e dallo sradicamento prodotto dall’immigrazione di massa; vanno affrontati con misure preventive e non con nuove fattispecie penali. Il programma riconosce – e mi pare giusto darne atto – che la violenza fisica è più spesso esercitata dal soggetto fisicamente più forte su quello più fragile, quindi dagli uomini sulle donne, pur ricordando che esistono anche i casi opposti.
Fin qui, al netto del monocausalismo capovolto (prima era colpa del patriarcato, ora è colpa del femminismo e della decadenza dei tempi che corrono), siamo nel campo delle opinioni discutibili ma discutibili sul serio. Il problema arriva subito dopo.
Oggi le statistiche mostrano che in Italia tasso di omicidi di donne commessi da mariti, fidanzati, ex fidanzati e pretendenti è tra i più bassi al mondo. Anche i dati sulla violenza domestica mostrano in Paesi come Italia e Grecia tassi estremamente più bassi di quelli rilevati nei Paesi scandinavi, contrassegnati da un femminismo ormai realizzato e dal mito di un’uguaglianza che nega le differenze e le specificità. Il modello educativo della sinistra fondato sull’ideologia della costante “lotta al patriarcato” è, evidentemente, fallimentare e dove scompare ogni traccia della “società patriarcale” va diffondendosi un preoccupante aumento della violenza sulle donne. A riprova che dovremmo proteggere e non criminalizzare il nostro modello: quello del “patriarcato mediterraneo”, volto alla sottolineatura delle specificità e alla formazione di maschi forti, capaci di dominare le emozioni e le passioni, proteggendo le donne e offrendo se stessi per la costruzione e la difesa della società.
Qui c’è parecchio che bolle in pentola, quindi procediamo con ordine.
Sui dati, il programma non sta mentendo. Che i paesi scandinavi registrino, nelle indagini campionarie, tassi di violenza da partner più alti di quelli mediterranei è un risultato noto in letteratura, tanto da avere un nome, il Nordic paradox, coniato da Gracia e Merlo in un articolo del 2016 a partire dai dati dell’indagine FRA del 2014.
Sull’interpretazione, invece, si sta correndo parecchio. Il paradosso si chiama così perché nessuno sa spiegarlo in modo definitivo, e le ipotesi principali riguardano la misurazione: nei paesi in cui la violenza è più stigmatizzata e più discussa pubblicamente, le donne la riconoscono e la dichiarano di più a un’intervistatrice sconosciuta. Ci sono poi differenze nei tassi di convivenza, di separazione, di consumo di alcol, nella struttura delle relazioni, anche nel tipo di immigrazione. Nessuno di questi fattori è “il femminismo realizzato”.
E soprattutto: il programma sta confrontando due misure diverse. Gli omicidi di donne si contano sui registri, le violenze domestiche sulle indagini campionarie. Che l’Italia stia bene sui primi è vero e verificabile; che stia bene sulle seconde dipende in buona parte da quante donne rispondono di sì a un questionario. Costruire su questo confronto una teoria causale – meno femminismo, meno violenza – e passare in una riga da una correlazione grezza a “il modello educativo della sinistra è evidentemente fallimentare” è esattamente il tipo di salto logico che passo il tempo a criticare quando lo fa l’altra parte.
Poi, sul “patriarcato mediterraneo”: non ci viene data nessuna definizione pratica di che cosa sarebbe, se non questo breve richiamo a obiettivi e ideali. E in ogni caso trovo simpatico che nemmeno un antifemminista come Vannacci riesca a usare la parola “patriarcato” nel suo significato proprio – perché, come anticipavo parlando di Roma, l’unico patriarcato vero che compare in queste pagine è quello che il programma rivendica senza accorgersene.
Il patriarcato, come ho scritto e riscritto, è un sistema sociale istituzionalizzato di dominio maschile: quello che viene descritto qui – uomini forti che dominano le passioni e proteggono le donne – è semmai un ideale di mascolinità, che è tutt’altra cosa. È lo stesso schema delle “nostre donne” di qualche pagina prima: qualcuno che protegge, qualcuna che viene protetta.
Rivendicare con orgoglio un’etichetta che nemmeno descrive la cosa che si vuole difendere è, a mio modesto avviso, un autogol notevole: la sinistra dice “è colpa del patriarcato”, la destra risponde “e allora viva il patriarcato”, e nel frattempo nessuno dei due si è preso la briga di aprire il vocabolario o un libro serio di sociologia.
La parte migliore del capitolo
L’ultima sezione, curiosamente, è anche la meno ideologica e la più concreta di tutte le due pagine. Riassumo le misure proposte:
- correggere le falle procedurali del Codice Rosso, garantendo protezione immediata e tempi certi;
- finanziare i braccialetti elettronici, la cui carenza cronica è un problema documentato da anni;
- formare i magistrati, requirenti e giudicanti, sulla gestione delle situazioni ad alto rischio;
- accettare che, nei casi di rischio documentato, una misura cautelare anticipi il giudizio – salvo poi punire la calunnia quando l’innocenza della persona sorvegliata venga dimostrata.
Sono, nell’ordine, quattro proposte concrete. Le prime tre le firmerei domani mattina, e sono le stesse cose che chiedono da anni i centri antiviolenza che il programma passa il resto della pagina a delegittimare: c’è del talento nel riuscire a proporre le misure delle femministe accusando le femministe di ideologia nella stessa frase.
Sulla quarta sospendo il giudizio, perché è il punto su cui ho meno strumenti. Che le false accuse esistano è certo; quanto siano frequenti merita un articolo a sé, che prima o poi scriverò con i dati alla mano invece che a sensazione. Quello che noto qui è solo che la calunnia è già un reato (art. 368 c.p.): anche in questo caso si propone di introdurre qualcosa che esiste già.
In sintesi
Ho iniziato a leggere questo programma con una curiosità genuina: volevo capire cosa Futuro Nazionale intende fare nel concreto. Sulle questioni di genere, la risposta è più povera di quanto mi aspettassi.
Le proposte concrete e attuabili sono cinque in tutto: abrogare l’art. 577-bis, introdurre le “quote azzurre”, premiare previdenzialmente le madri, finanziare i braccialetti elettronici e formare i magistrati. Di queste, due riguardano istituti che esistono già in forma diversa da come vengono descritti, una è una revisione che condivido nel merito, due sono misure di buon senso che chiede chiunque si occupi del tema.
Tutto il resto è cornice ideologica: due pagine per spiegare che il femminicidio non esiste come categoria, una manciata di righe per dire cosa si farebbe al suo posto.
La cosa che mi lascia più perplessa, però, non è il merito: è il doppio standard metodologico. Lo stesso documento che accusa la sinistra di tipizzare i reati sulla base delle caratteristiche della vittima tipizza i benefici pensionistici sulla base del sesso del beneficiario. Lo stesso documento che denuncia la manipolazione delle statistiche non cita una fonte e costruisce una teoria causale su un confronto tra dati non confrontabili. Lo stesso documento che chiede un diritto penale determinato e non ideologico propone la remigrazione come politica di prevenzione degli omicidi che, per sua stessa ammissione, riguardano per tre quarti gli italiani.
Su alcuni punti – la determinatezza della fattispecie, il movente come elemento costitutivo, i reati d’opinione – mi trovo d’accordo con le conclusioni di questo programma, e l’ho scritto. Ma essere d’accordo sulle conclusioni non è come esserlo sul ragionamento, e qui il ragionamento è quasi sempre al servizio di un’altra battaglia. Se la sicurezza delle donne si tira fuori quando serve a parlare di immigrazione e si ripone quando non serve più, allora mi spiace, Generale, ma non potrò mai credere che la questione ti interessi davvero.
Un’ultima cosa, sul perché ho scritto questo pezzo così. Ogni volta che una dichiarazione del Generale finisce nel dibattito pubblico, noto che chi lo critica – spesso avendo tutte le ragioni del mondo – perde per strada la lucidità: attacca il personaggio e nel merito non entra mai. Sospetto che c’entri il timore di essere associati a lui, e la fretta di prendere le distanze in modo abbastanza rumoroso da non lasciare dubbi. Il risultato, però, è che le sue tesi non vengono quasi mai smontate davvero – e chi già gli dà ragione si convince che nessuno sia in grado di farlo.
Eppure nel merito ci sarebbe parecchio da dire, comprese le tre o quattro cose su cui mi sono trovata d’accordo e che ho scritto senza problemi. Spero di aver dimostrato che si può fare.
E, come al solito: non credetemi sulla parola. Il programma è pubblico, e ho citato per esteso i passaggi che commento proprio perché possiate verificare se sto rendendo giustizia al testo. Se pensate che da qualche parte io lo abbia forzato, scrivetemi.
Note
Footnotes
-
Sarò magnanima ed eviterò di riferirmi, in questo articolo o altrove, al nome del partito abbreviato come “FN”. Evidentemente il buon Roberto ci tiene proprio a non dare segnali confondenti per chi pensa che il suo partito sia in qualche modo nostalgico di noi-sappiamo-chi. ↩
-
Nel dettaglio: l’art. 122 c.c., già nella versione del 1942, prevedeva l’impugnazione del matrimonio quando il consenso fosse stato estorto con violenza o determinato da un timore di eccezionale gravità. Il contorno, però, era quello che era: l’art. 144 c.c. faceva del marito il “capo della famiglia” fino alla riforma del diritto di famiglia (legge 151/1975), che ha equiparato giuridicamente i coniugi e rafforzato la tutela del consenso; matrimonio riparatore e delitto d’onore sono usciti dal codice penale solo con la legge 442/1981. Il reato specifico è oggi l’art. 558-bis c.p., “costrizione o induzione al matrimonio”, introdotto dall’art. 7 della legge 69/2019. ↩
-
Il riferimento è a Nancy Fraser, femminista e teorica socialista: From Redistribution to Recognition? Dilemmas of Justice in a “Post-Socialist” Age, New Left Review 212, 1995, e Fortunes of Feminism: From State-Managed Capitalism to Neoliberal Crisis, Verso 2013, dove sostiene che il femminismo della seconda ondata abbia finito per sviluppare un’affinità elettiva con il neoliberismo. Quando la diagnosi arriva da lì è un dibattito interno alla sinistra; quando arriva da un programma di destra diventa un complotto sovietico. ↩
-
Il programma non indica da dove venga questa cifra, quindi l’ho cercata altrove – e non l’ho trovata: nessuna delle fonti pubbliche disponibili incrocia il sesso della vittima con la cittadinanza dell’autore nel modo in cui il programma sostiene. Quello che si trova è altro, e misura cose diverse. Che i cittadini stranieri siano sovrarappresentati tra i denunciati per reati violenti è documentato: nell’analisi di G. C. Blangiardo, Immigrazione e criminalità: la parola ai dati statistici (libertàcivili, FrancoAngeli, 2010), gli stranieri risultavano il 36% dei denunciati per omicidio consumato – omicidi in generale, però, non omicidi di donne. Lo stesso studio segnala che a incidere sono soprattutto la giovane età e la difficoltà di accedere a un lavoro regolare, cioè fattori di composizione demografica e sociale, non l’origine in sé. Sul versante carcerario, i dati del Ministero della Giustizia e il databrowser ISTAT sui detenuti confermano l’ordine di grandezza del “35% di detenuti non italiani”, ma la popolazione carceraria non è una misura di chi commette reati: tra i detenuti stranieri pesa di più la custodia cautelare, anche perché è più difficile concedere misure alternative a chi non ha residenza stabile o lavoro regolare. Infine, i dati ISTAT sugli omicidi di donne confermano che la stragrande maggioranza delle vittime è uccisa in ambito familiare o affettivo. In sintesi: la direzione del dato non è campata per aria, la cifra precisa citata dal programma non è verificabile, e in ogni caso l’obiezione che sollevo qui – quel 75% – resta valida anche prendendola per buona. ↩