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Letture, indagini & inchieste

Il costo della virilità

Tempo di lettura: 28 minuti
Il costo della virilità
Il costo della virilità

Un paio di premesse

Questa recensione sarà lunga; probabilmente è già l’articolo più lungo pubblicato sul blog. Cercherò comunque di renderla il più fruibile possibile, dividendo il testo in sezioni tematiche e riportando, quando utile, citazioni dirette dal libro. In fondo trovate anche una sezione “TL;DR”, con una lista di domande inevase che racchiudono il succo del libro.

In secondo luogo, Il costo della virilità è un saggio ambizioso, che attraversa campi molto diversi tra loro: paleontologia, biologia evoluzionistica, neuroscienze, antropologia sociale, oltre che naturalmente economia e statistica.

Non sono un’esperta in nessuno di questi ambiti, e a parte le ultime due non credo lo siano nemmeno le autrici, pur muovendosi con disinvoltura (almeno in apparenza) tra discipline scientifiche distanti tra loro. Il mio lavoro, quindi, non è stato quello di “confutare il libro da specialista”, ma di verificare alcune affermazioni che mi sembravano problematiche o semplicemente troppo forti per essere accettate senza ulteriori controlli.

In concreto, ho letto le fonti citate, cercato letteratura aggiuntiva (grazie, Google Scholar), consultato manuali divulgativi e strumenti generalisti come Wikipedia, e anche fatto uso dell’IA (Perplexity su tutte) per orientarmi nello stato dell’arte delle varie questioni scientifiche.

Metto senz’altro in conto di aver sbagliato qualcosa, e invito chi avesse competenze specifiche a segnalarmelo. Di una cosa però sono ragionevolmente certa: se ci sono errori o semplificazioni, non sono solo miei.

Nota su editore e autorevolezza del testo

Il costo della virilità è pubblicato da Il Pensiero Scientifico: una casa editrice storica, specializzata in testi di ambito medico, con un catalogo che spazia dalla cardiologia alla psichiatria. Scorrendo titoli e autori, non ho trovato nulla che faccia pensare a derive pseudoscientifiche o aree che definirei senza mezzi termini “fuffa” (omeopatia, agopuntura e affini).

Il libro ha inoltre ottenuto tre riconoscimenti nell’ambito del Premio nazionale di divulgazione scientifica “Giancarlo Dosi”.

In altre parole, dalle premesse mi aspetterei un saggio con tutte le caratteristiche della divulgazione scientifica: ipotesi chiare, fonti solide, affermazioni verificabili.

Ho scoperto questo libro solo un paio d’anni dopo l’uscita, tramite un articolo della RSI. Non ricordo come sia finito nel mio feed (ringrazio comunque l’Algoritmo), ma da lì sono passata a un’intervista all’autrice e alla presentazione del volume.

Eppure, fin dalle prime interviste, qualcosa non mi tornava, e ammetto di essermi avvicinata al saggio con un certo scetticismo. Il messaggio centrale è infatti piuttosto forte: la virilità avrebbe un costo enorme per la società italiana, stimato in 98 miliardi di euro l’anno. Poiché gli uomini sono responsabili della maggior parte dei reati e dei comportamenti antisociali, la soluzione proposta è, in estrema sintesi, educarli a commettere meno crimini, cioè a comportarsi come le donne.

Come sempre, però, ho cercato di stipulare un patto di onestà intellettuale con il testo: proponi le tue ipotesi, portami dati ed evidenze, convincimi. Dopotutto, un editore che ha a cuore il rigore scientifico ha deciso di pubblicarti; hai ricevuto premi in un concorso di divulgazione con una giuria composta da esponenti del mondo accademico e della ricerca; e puoi vantare oltre 300 note bibliografiche.

Cosa potrebbe mai andare storto?

Il libro

In copertina compaiono due nomi: la storica dell’economia francese Lucile Peytavin e l’economista italiana Ginevra Bersani Franceschetti.

Il testo originale, Le coût de la virilité, è stato scritto e pubblicato dalla sola Peytavin. Successivamente, Bersani Franceschetti ha lavorato all’adattamento per il contesto italiano. Il costo della virilità, quindi, non è una semplice traduzione, bensì una rielaborazione dell’analisi economica applicata all’Italia.

Ho letto integralmente l’edizione italiana e consultato rapidamente quella francese per individuarne le differenze. Queste si concentrano soprattutto nell’introduzione; impianto teorico, analisi storico-sociologica e metodologia di calcolo restano sostanzialmente invariati.

In questa recensione farò quindi riferimento principalmente all’edizione italiana.

Uomini e criminalità

Il segreto di Pulcinella

Il costo della virilità si apre con una lista di dati all’apparenza molto sconfortanti: l’82% degli autori degli oltre 500mila reati denunciati nel 2018, e l’85% dei condannati dalla giustizia, era di sesso maschile; gli uomini rappresentano il 92% degli imputati per omicidio, il 99% degli autori di stupri, l’87% dei responsabili di abusi su minori… avete capito l’idea. Che si parli di pornografia minorile, crimini di mafia, risse, furti, evasione fiscale o spaccio di stupefacenti, la stragrande maggioranza dei responsabili appartiene al genere maschile.

Fin qui, nulla di sorprendente… ed è proprio questo il punto.

Secondo le autrici, infatti, questo squilibrio sarebbe sistematicamente ignorato a livello sociale e istituzionale: i media si concentrerebbero sull’età o sulla provenienza degli autori di reato (soprattutto quando sono stranieri), mentre il genere non verrebbe quasi mai menzionato; persino gli studi statistici, si sostiene, tenderebbero a non considerare il sesso come variabile rilevante.

Queste affermazioni però non vengono dimostrate: i dati ISTAT citati nel libro riportano regolarmente il sesso degli autori di reato, così come lo fanno i database del Ministero dell’Interno e della giustizia. Che tali informazioni non siano sempre accessibili o comunicate in forma divulgativa è vero; sostenere però che il “fattore sesso” venga ignorato appare semplicemente infondato.

Istanze come:

Quando il governo attua una politica volta a lottare contro la criminalità o la delinquenza, non viene mai precisato che gli autori di queste sono in gran parte uomini.

sono quindi molto forti e, all’atto pratico, ingiustificabili. Che gli uomini commettano più reati è un dato noto, quasi un’ovvietà statistica. Ma proprio per questo resta poco chiaro cosa ci si aspetterebbe che le istituzioni facessero di diverso.

L’origine del male

La fine dei comportamenti devianti indotti dall’esaltazione della brutalità nella cultura italiana avrebbe un impatto significativo sulla ricchezza nazionale.

Qui si entra nel clou dell’argomentazione: perché gli uomini delinquono di più? Per le autrici, la risposta è netta: la causa è la cultura, ovvero il modo in cui bambini e bambine vengono educati, i modelli proposti, i valori trasmessi.

Secondo il libro, la violenza maschile sarebbe culturalmente “invisibile” perché l’uomo viene considerato il modello umano universale 1, mentre la violenza femminile riceverebbe un’attenzione sproporzionata. È una tesi che però non trova riscontri né nella letteratura criminologica – che studia proprio la violenza maschile come fenomeno dominante – né nel dibattito pubblico contemporaneo.

Anche l’idea che la violenza psicologica femminile sia poco più di un cliché è presentata senza dati comparativi: si citano solo i casi in cui le donne risultano vittime, ignorando la vasta ricerca su aggressività indiretta, bullismo relazionale e violenza nelle relazioni non etero. In altre parole, i dati vengono selezionati in modo tale da sostenere una tesi che sembra già definita in partenza.

Il messaggio che attraversa tutto il libro è che i comportamenti violenti maschili sarebbero non solo diffusi, ma anche tollerati o legittimati socialmente. Su quali basi empiriche questa tolleranza venga affermata, tuttavia, non ci è dato sapere.

Marine, c’est toi?

Poiché gli uomini sono responsabili della maggior parte dei reati, il saggio si chiede perché le istituzioni non mettano in campo iniziative di prevenzione rivolte esplicitamente a loro. Per esempio, molte campagne sulla sicurezza stradale parlerebbero genericamente ai “giovani”, dimenticando che si tratta soprattutto di giovani uomini a causare incidenti.

Viene criticata anche l’ossessione di alcuni partiti per l’origine etnica dei delinquenti, mentre nessuno sottolineerebbe che la variabile dominante è il sesso. Le autrici parlano apertamente di cecità istituzionale verso il “fattore maschio”, quasi fosse un tabù culturale.

Qui però emerge una contraddizione evidente. Applicare la stessa logica a qualsiasi altro gruppo (per origine, cultura o etnia) sarebbe giustamente considerato inaccettabile. In fondo, perché insegnare agli uomini a fare meno incidenti, e non ai nordafricani a non provocare risse? O agli zingari a non svaligiare appartamenti?

Marine, Roberto – gentilmente potreste uscire da questo libro?

Natura o cultura?

Uomini e donne: che differenze?

Le cause sono fisiologiche e frutto di una “natura maschile immutabile”? Oppure culturali, largamente indotte dall’educazione, e quindi a questo titolo rappresentano un comportamento acquisito che è ipotizzabile non trasmettere più un giorno? Dalla risposta deriva […] la possibilità o meno di un’evoluzione delle nostre società verso un futuro meno virile e di conseguenza meno violento.

Il primo capitolo vero e proprio si apre con un confronto tra condizione maschile e femminile in Italia, che riassumerei in un generico “le donne stanno peggio”. Dopo una rassegna di dati (inclusa una menzione acritica del Global Gender Gap Report del WEF 2), si passa al tema centrale del libro.

Ad esempio, si sottolinea che 111 donne sono state uccise dal partner o ex partner nel 2019. È intuitivo che gli uomini uccisi in ambito domestico siano di meno; tuttavia il dato non viene fornito, rendendo impossibile valutare l’effettiva dimensione della differenza.

Segue poi una ricostruzione storica delle idee secondo cui l’uomo sarebbe naturalmente razionale, forte e dominante, e la donna emotiva, fragile e predisposta alla cura. Queste concezioni (dalla filosofia antica alla religione, fino alla scienza ottocentesca) avrebbero giustificato la divisione sessuale dei ruoli sociali. Da qui la conclusione: i ruoli di genere sarebbero il prodotto di una costruzione culturale millenaria.

Il problema è che questo non dimostra affatto che i ruoli derivino solo dalla cultura. Mostra piuttosto che molte culture hanno elaborato interpretazioni sessiste delle differenze tra uomini e donne, senza però discutere se, e in che misura, fattori biologici, evolutivi o psicologici possano contribuire a spiegare parte di queste differenze. L’interazione tra predisposizioni naturali e influenze sociali, ampiamente studiata nella ricerca contemporanea, viene semplicemente ignorata.

Il libro propone così una dicotomia rigida: o tutto è innato e quindi immutabile, oppure tutto è culturale e quindi modificabile; ma si tratta di una falsa dicotomia. Biologia e cultura non sono alternative, bensì fattori intrecciati. Presentare la biologia come sinonimo di determinismo assoluto serve solo a poterla scartare in blocco, evitando il confronto con una letteratura molto più sfumata.

Nei capitoli successivi, infatti, si tenterà di mostrare come biologia, fisiologia e genetica sarebbero sostanzialmente irrilevanti rispetto alla cultura – tesi che merita un’analisi a parte.

Il sesso è dannatamente binario… o no?

Il capitolo 2 introduce alcuni cenni di biologia e genetica evoluzionistica che, pur da non esperta, mi risultano nel complesso corretti. L’unica critica rilevante riguarda il paragrafo sulla differenziazione sessuale negli esseri umani:

i casi di intersessualità […] stanno sfidando i confini distinti tra i due sessi.

L’esistenza di condizioni intersessuali, tuttavia, non rende né ha mai reso ambiguo il binarismo del sesso biologico nella specie umana 3: si tratta di variazioni dello sviluppo sessuale all’interno di un sistema binario, non di un suo superamento.

Cito questo passaggio perché, insieme a quelli successivi, sembra suggerire che il dibattito scientifico sul sesso biologico sia molto più “in sospeso” di quanto non sia in realtà. È vero che alcuni aspetti restano oggetto di discussione, ma presentare la ricerca come perennemente indeterminata crea un’immagine fuorviante di incertezza e finisce spesso per legittimare conclusioni che non riflettono lo stato dell’arte.

Homo sapiens, Homo confusus

La sezione successiva mira a smontare alcuni “miti” del Paleolitico. Le autrici ricordano correttamente che questo periodo copre milioni di anni e comprende società molto diverse tra loro: non tutte vivevano in caverne né seguivano modelli sociali uniformi, e la classica immagine dell’uomo cacciatore e della donna relegata alla cura domestica è in larga parte una costruzione culturale recente, più che una deduzione archeologica.

Vengono citati esempi noti (come il celebre “uomo di Mentone”, poi rivelatosi la signora di Cavillon) per mostrare come pregiudizi moderni abbiano talvolta influenzato l’interpretazione dei reperti preistorici.

Fin qui, nulla da obiettare: riconosco di sapere pochissimo di paleontologia, quindi qui è d’obbligo una certa cautela. Detto questo, tra le righe sembra emergere l’idea che la visione “maschio cacciatore / femmina accuditrice” sia ancora oggi un pilastro dell’archeologia moderna; ebbene, se questa lettura poteva essere dominante tra Ottocento e primo Novecento, la ricerca contemporanea l’ha già ampiamente ridimensionata.

Soprattutto, questi esempi storici non dimostrano che i ruoli di genere non abbiano alcuna radice biologica: mostrano piuttosto come una caricatura ideologica sia stata progressivamente corretta. Il problema è che il libro sembra confondere la demolizione di uno stereotipo con la confutazione del dibattito reale.

Nella sezione seguente, infatti, si passa a un’affermazione molto forte, presentata senza dati a sostegno 4:

[A partire dal Neolitico] si assiste a una riduzione delle dimensioni e della robustezza dello scheletro femminile […] [che] deriverebbe da un minor accesso al cibo e da una scelta degli uomini più orientata verso partner gracili.

L’idea che le disuguaglianze di genere si consolidino nel Neolitico – con la sedentarizzazione, l’accumulo di risorse e l’aumento delle gerarchie – è una tesi plausibile in ambito storico. Collegarla però al dimorfismo biologico umano è una forzatura.

Il dimorfismo sessuale esiste infatti fin dall’alba della specie Homo sapiens, ben prima del Neolitico, ed è il risultato di processi evolutivi, non di gerarchie agricole. L’aspetto interessante riguarda semmai l’impatto della sedentarizzazione sulle condizioni di vita delle donne; ma usare questi dati per negare la componente biologica delle differenze tra i sessi è un salto concettuale difficile da giustificare.

Qui inoltre vengono mescolati piani diversi: effetti ambientali come malnutrizione, salute e violenza vengono fatti scivolare in conclusioni evolutive molto più ampie. Se le donne neolitiche erano più denutrite, è plausibile che fossero anche più piccole; questo però non “crea” il dimorfismo sessuale, al massimo ne accentua l’espressione in un determinato contesto storico. Presentarlo come prova che il dimorfismo sia un prodotto culturale è un salto logico.

La conclusione del ragionamento, inoltre, è emblematica:

La divisione dei compiti tra i sessi […] non ha dunque nulla di “naturale”. Se le ragioni di questo cambiamento restano sconosciute, le cause si trovano dal lato delle convenzioni culturali, dei contesti simbolici o ideologici: la ripartizione ineguale dei ruoli tra donne e uomini è il frutto di una costruzione sociale.

Dopo aver descritto per pagine trasformazioni economiche, tecnologiche e demografiche, le autrici affermano di non conoscere le cause del cambiamento dei ruoli e, da questa incertezza, deducono che la spiegazione debba essere culturale. Anche qui il passaggio logico non regge: l’assenza di una spiegazione naturale completa non costituisce una prova dell’origine esclusivamente culturale del fenomeno.

Il Testosterone

[Il testosterone] è, nell’immaginario collettivo, l’ormone virile per eccellenza.

Dopo una partenza così, si procede a spiegare che il testosterone è prodotto in parte dai testicoli e che è responsabile dello sviluppo delle principali caratteristiche maschili: barba e peluria, massa muscolare, spermatogenesi. Quindi perché chiamarlo “immaginario collettivo”, lasciando intendere che si tratta dell’ennesimo stereotipo senza nesso con la realtà biologica?

La tesi di questo capitolo, comunque, è che il presunto legame tra il testosterone e l’aggressività maschile sia del tutto inesistente: essendo Mr T. presente anche nelle donne, seppure in quantità molto inferiore, sarebbero infatti

le pressioni culturali che spingono gli uomini a esercitare la loro autorità e le donne a evitare di farlo.

Questa teoria rivoluzionaria viene “dimostrata”, a dire delle autrici, da ben due studi scientifici:

Non è chiaro come il fatto che l’ormone possa associarsi a comportamenti diversi in contesti diversi smentisca il suo ruolo androgenico o il dimorfismo ormonale. Al contrario, questo indica semplicemente che gli effetti del testosterone dipendono dall’interazione con altri fattori fisiologici e ambientali – esattamente ciò che la letteratura scientifica sostiene da decenni (dove il legame diretto tra testosterone e aggressività, nell’uomo, risulta semmai modesto e dipendente dal contesto, non inesistente).

Eppure il libro arriva a concludere che:

Questo spiegherebbe perché gli uomini hanno livelli di testosterone più alti rispetto alle donne. Sembra quindi che l’influenza della cultura sul fattore biologico sia determinante.

Quindi con due studi da meno di 150 persone si conclude che livelli medi di testosterone in miliardi di individui dipendono da “pressioni culturali”. La biologia resta sullo sfondo, presumo in attesa di una conferma ideologica.

Primati sì, ma con moderazione

Come ulteriore argomento contro il ruolo del testosterone nell’aggressività maschile, il libro ricorre al confronto con altri primati (definiti impropriamente “scimmie”), salvo poi osservare che:

[È] sempre molto grottesco che ci si sforzi di cercare delle somiglianze con animali privi di linguaggio e con organizzazioni sociali molto specifiche, e delle differenze tra uomini e donne che appartengono strettamente alla stessa specie!

Antropologia e biologia evoluzionistica beg to disagree, visto che lo studio dell’evoluzione umana si basa anche sul confronto con altre specie di primati.

L’argomento, comunque, è semplice: negli scimpanzé dominano i maschi con livelli elevati di testosterone; nei bonobo, invece, le femmine, aventi livelli più bassi. Dunque, conclude il libro, l’ormone non avrebbe lo stesso ruolo da una specie all’altra e non potrebbe spiegare l’aggressività maschile.

Peccato che la letteratura più recente non confermi differenze ormonali così nette tra le due specie, e che, in ogni caso, collegare dinamiche sociali complesse esclusivamente a un singolo ormone sia molto più problematico di quanto il testo lasci intendere 5.

Correlation, causation, e tanta confusione

La conclusione del capitolo sul testosterone è, se possibile, più problematica del resto.

la scienza non spiega la violenza degli uomini e la loro aggressività con la loro produzione di testosterone.

Arrivare a una simile affermazione citando due studi isolati è un caso da manuale di bias di conferma. Per negare un’intera letteratura scientifica bisognerebbe almeno prenderla in esame, non selezionare articoli compatibili con una tesi già decisa.

Segue poi un ulteriore salto concettuale:

Se questo legame fosse provato, potremmo immaginare che gli uomini sarebbero di fatto assolti dai loro atti violenti e non sarebbero condannati dalla giustizia, come avviene per gli imputati che soffrono di malattie mentali giudicati irresponsabili per le loro azioni.

Anche se la scienza dimostrasse che il testosterone contribuisce in modo significativo all’aggressività, questo non implicherebbe alcuna deresponsabilizzazione penale; spiegare un comportamento non equivale a giustificarlo, né sul piano morale né su quello giuridico.

La correlazione tra sesso maschile e violenza non è provata.

Proprio nel punto in cui avrebbe senso discutere di causazione, il libro nega addirittura l’esistenza della correlazione. Eppure l’introduzione stessa mostrava come essere uomini sia fortemente correlato all’essere autori di reati violenti. Qui non si confonde correlazione e causalità: si nega la correlazione stessa.

Il capitolo si chiude con un appello retorico:

Non è forse inquietante che noi accettiamo, senza metterlo in dubbio e come un’inevitabile evidenza, questo ruolo esplicativo del testosterone nella violenza maschile, quando questa visione semplicistica non è affatto appoggiata dalla scienza?

Il tono lascia intendere che la comunità scientifica sia vittima di un abbaglio collettivo. In realtà, la relazione tra ormoni e comportamento è oggetto di studio rigoroso da decenni, con migliaia di pubblicazioni peer-reviewed. Liquidare tutto come “visione semplicistica” è, ironicamente, la semplificazione più grossolana dell’intero capitolo.

Il cervello come tabula rasa

Il nuovo capitolo si apre così:

Per fare una caricatura, delle divergenze neurologiche spiegherebbero la difficoltà delle donne a leggere una carta stradale o a risolvere un problema matematico.

Definire “caricatura” l’ipotesi che alcune differenze cognitive possano avere componenti biologiche è decisamente sbrigativo.

Su abilità spaziali e logico-matematiche esistono decenni di studi che mostrano differenze medie, piccole e non deterministiche, ma reali. Che tali differenze possano avere anche basi neurologiche non è una provocazione ideologica: è una domanda scientificamente legittima6.

Il libro liquida poi stereotipi come il “multitasking femminile” o l’“autorità naturale maschile” come semplici pregiudizi naturalistici; ma dal momento che la letteratura esiste, perché non chiedersi cosa dica effettivamente la ricerca, invece di archiviare tutto come bias culturale?

Il successo del libro “Gli uomini vengono da Marte, le donne da Venere” del consulente relazionale John Gray dimostrerebbe quanto tali stereotipi, e la conseguente credenza che uomini e donne siano così diversi, siano diffusi tra le persone – ma hanno qualche fondamento scientifico?

Segue una rapida ricostruzione storica: nel XIX secolo si tentò di collegare intelligenza e dimensioni cerebrali; Paul Broca osservò che i cervelli femminili sono mediamente più piccoli e ne trasse conclusioni errate. Studi successivi mostrarono che la dimensione globale del cervello non spiega l’intelligenza e che la differenza di peso riflette soprattutto la diversa corporatura.

Il libro conclude che le neuroscienze moderne avrebbero definitivamente escluso differenze cognitive tra uomini e donne, limitando le divergenze alle sole aree riproduttive. Questa sintesi, però, non è corretta: le dimensioni cerebrali correlano in modo modesto con l’intelligenza, ed esistono differenze strutturali e funzionali tra maschi e femmine non limitate alle funzioni riproduttive7.

La plasticità cerebrale

Il fulcro teorico del libro arriva con la neuroplasticità:

Quando i bambini nascono, solo il 10% delle loro connessioni cerebrali è completo. Il restante 90% sarà modellato dal loro apprendimento.

L’implicazione è chiara: se il cervello nasce quasi “vuoto”, allora differenze comportamentali come l’aggressività maschile sarebbero interamente correggibili tramite educazione.

Questa impostazione deriva in larga parte dal lavoro della neurobiologa Catherine Vidal, che enfatizza la plasticità cerebrale e critica il cosiddetto neurosessismo, cioè l’uso distorto delle neuroscienze per giustificare stereotipi di genere 8. Vidal sostiene che il cervello non sia intrinsecamente maschile o femminile nelle funzioni cognitive e che le differenze emergano soprattutto dalla socializzazione.

È importante chiarire un punto: nella storia non sono mancati scienziati che hanno usato scoperte reali o presunte come giustificazione per sessismo, razzismo e simili (Paul Broca, citato poco fa, ne è un esempio classico). L’equivoco nasce però quando si fa coincidere il semplice rilevamento di differenze innate con il sessismo in quanto tale.

Il risultato è che, pur di evitare qualsiasi accusa di determinismo o discriminazione, si finisce per ignorare, o persino occultare, l’esistenza di eventuali differenze biologiche tra uomini e donne, sovrastimando di conseguenza il ruolo della cultura. È comprensibile, in fondo, che questa impostazione sia rassicurante: “non è vero che gli uomini sono naturalmente più bravi delle donne in matematica, è tutta colpa della cultura e degli stereotipi di genere”.

Rassicurante, sì. Ma è vera?

A quanto pare no, e non lo dico io, ma un numero consistente di neuroscienziati critici di questo approccio. In sintesi, il lavoro di Catherine Vidal viene contestato per l’enfasi sulla neuroplasticità e la minimizzazione selettiva delle basi biologiche e delle differenze sessuali già ben documentate in letteratura – incluse meta-analisi di neuroimaging e risultati cognitivi robusti – che la ricerca contemporanea interpreta come il prodotto intrecciato di fattori innati e ambientali8.

Il costo della virilità cade negli stessi errori, ma se possibile fa anche peggio:

Ad esempio un pianista avrà, attraverso l’apprendimento del suo strumento, sviluppato alcune zone della sua corteccia cerebrale […] [Stessa cosa per chi] impara una nuova lingua, a guidare o a dipingere. Le capacità e i comportamenti non sono innati. Di conseguenza, non esiste un determinismo neurologico che porti alla violenza, sia negli uomini sia nelle donne.

Il ragionamento è sempre lo stesso: dal fatto, vero, che il cervello sia plastico si deduce che non esistano componenti innate; dal fatto, vero, che i ruoli di genere cambino nel tempo si conclude che qualsiasi differenza biologica sia un prodotto culturale. La violenza maschile diventa così integralmente spiegabile attraverso l’educazione ricevuta dai maschi – come se neuroscienze, endocrinologia, biologia evoluzionistica e psicologia non avessero nulla da dire.

Per evitare perfino l’ombra del determinismo, si finisce per negare qualunque dato scomodo e trasformare un auspicio politico, anche condivisibile sul piano morale, in una verità scientifica… che però, semplicemente, non lo è.

Lavagna bianca, pennarelli rosa e blu

Per dimostrare che il cervello dei neonati sarebbe una sorta di lavagna bianca sulla quale i genitori imprimono i ruoli di genere, il capitolo 5 riparte da Vidal: cervello plastico + no comportamenti innati = tutto quello che osserviamo è socializzazione.

Una prima “prova”? I genitori direbbero di trattare figli e figlie allo stesso modo, ma in realtà circondano le femmine di rosa, bambolotti e trapunte9 e i maschi di blu e pistole giocattolo. Un argomento che funziona solo se si dimentica che si tratta di mode storiche, non di meccanismi universali.

Il livello si abbassa ulteriormente quando vengono citati studi degli anni Settanta per sostenere che le madri imporrebbero un ritmo più rigido alle figlie persino durante l’allattamento, introducendo forme precocissime di disciplina femminile. Che un libro del 2021 si appoggi a studi così datati senza nemmeno citare meta-analisi successive dovrebbe, quantomeno, far sollevare un sopracciglio, anche perché sappiamo che differenze medie nelle preferenze emergono comunque molto presto, in contesti culturali diversi.

Ma soprattutto: che dire dell’esistenza di bambine “maschiaccio” e bambini “femminucce”? Chi avrebbe convinto me ad amare il blu e odiare le bambole? Se il cervello è così plasmabile, come mai mia madre non è mai riuscita a convincermi a fare altrimenti? Impossibile che, forse, entrino in gioco anche temperamento, ormoni prenatali o semplicemente preferenze individuali?

Il capitolo sfiora il surreale quando suggerisce questo:

il caso dei bambini nati con un’ambiguità sessuale è rivelatore del bisogno dei genitori di assegnare un sesso al proprio neonato […] a partire dalle proprie convinzioni (criteri fisici, sensazioni, immaginario di coppia ecc.)

Qui si prende un insieme di condizioni rarissime, in gran parte biologicamente identificabili e gestite in ambito medico, e lo si fa passare per dinamica quotidiana. È, ancora una volta, l’eccezione elevata a regola.

La conclusione è sempre la stessa:

se bambini e bambine si comportano allo stesso modo alla nascita, ciò dimostra chiaramente che i bambini non nascono con comportamenti stereotipati ma che li acquisiscono fin dai primi mesi della loro vita.

In altre parole, qualsiasi differenza osservabile sarebbe non solo appresa, ma imposta dall’esterno, come se senza condizionamento il cervello restasse neutro e indistinto.

L’educazione alla violenza

Virilità come destino

Per i maschi, questa differenziazione educativa è naturalmente legata al concetto di virilità, che si suppone raccolga gli attributi e le qualità fisiche e morali che definiscono un uomo. Non esiste un equivalente femminile. […] La virilità è “una sorta di ideale, somma di rappresentazioni legate all’idea di performance (economica, sociale, sessuale e corporea)”, e con ciò stabilisce la superiorità del maschile sul femminile.

Impariamo insomma che la femminilità non esiste, ma comunque è ritenuta inferiore alla mascolinità. Di più: la virilità, come vedremo, è un concetto inestricabile dalla violenza.

L’educazione data ai ragazzi dalla nascita all’età adulta consiste quindi in una lunga acculturazione alla violenza

Secondo il capitolo, fin dall’infanzia i genitori incoraggerebbero nei maschi forza, uso del corpo, coraggio, resistenza al dolore e competizione, limitando al contempo empatia ed espressione emotiva, con la complicità di giochi fisici “aggressivi” 10 e del classico boys will be boys. Da qui si passa senza soluzione di continuità all’idea che questa educazione produca adulti incapaci di controllare la rabbia e quindi più inclini alla violenza – un salto logico tutt’altro che banale.

L’argomento prosegue includendo giocattoli, videogiochi, film e scuola, descritti come un ambiente coerente e pervasivo di “inizializzazione” che trasformerebbe progressivamente i bambini in uomini violenti.

Difatti, le autrici presentano tali tesi con osservazioni puramente aneddotiche:

incredibile vedere la loro reazione se si offre ai loro figli un regalo che non corrisponde alle loro preferenze! […] “è da femmine!” o “il colore è un po’ troppo rosa” per il loro gusto. Al contrario, sono molto orgogliosi e lo esprimono con entusiasmo quando il loro bambino è travestito da pirata e la loro bambina da principessa.

E ancora:

I professionisti dello sviluppo del bambino concordano nel notare il ruolo preponderante dei giocattoli nell’assimilazione degli stereotipi di genere nei piccoli.

Curiosamente, su oltre 300 fonti bibliografiche, non se ne trova una a supporto diretto di queste conclusioni.

Colpa dei videogiochi

Si passa poi a criticare le action figure dei supereroi, le pistole giocattolo, gli FPS, per non parlare dei cataloghi di giochi che ancora propongono proporre sezioni maschili/femminili (marketing, questo sconosciuto): tutti attrezzi che perpetuano dannosi stereotipi di genere.

Non mancano tra l’altro indizi di notevole ignoranza e scarso contatto con la realtà da parte delle autrici, che per esempio scrivono:

molti [videogiochi] sono estremamente violenti e sessisti 11

[Avengers e altri supereroi moderni sono] eroi brutali che hanno spesso come scopo una vendetta devastante [eh?]

In uno studio sulla serie di film Il Signore degli anelli, i ragazzi interrogati rivendicano il loro gusto per le scene di “rissa” 12

In particolare, il capitolo evita accuratamente di toccare alcuni punti fondamentali:

  • dimostrare il nesso tra fruizione di contenuti ‘violenti’ e comportamenti aggressivi. Esiste qualche evidenza che colleghi, per esempio, la guida spericolata in GTA da ragazzini e nella vita reale da adulti? Tutti gli adulti violenti di oggi giocavano agli sparatutto ieri?
  • spiegare perché, se questi media sono oggi sempre più fruiti anche dalle femmine, l’“educazione alla violenza” farebbe presa solo sui maschi;
  • spiegare come mai, se l’inizializzazione alla violenza è così pervasiva, soltanto una minima parte dei maschi diventi effettivamente violenta da adulto.

Il risultato è di una superficialità e di un paternalismo imbarazzante: qualunque ragazzino che leggesse questo capitolo e definisse le autrici “boomer” avrebbe il mio totale sostegno.

Uomini vittime di loro stessi

Il libro concede che anche gli uomini possano essere vittime di violenza, seppure in forma “meno sistematica”13 – esclusivamente per mano di altri uomini. I contesti individuati sono essenzialmente due: le lotte nell’infanzia e il bullismo (anche psicologico) rivolto a chi non si conforma al modello del “vero uomo”.

Si citano inoltre fanatici religiosi, mafie e gruppi di estremisti violenti come hooligans e skinhead, e di nuovo il salto logico è notevole: che questi gruppi siano composti prevalentemente da uomini non implica che la loro violenza derivi dalla “virilità”. Ancora una volta, una correlazione descrittiva (“sono uomini”) viene trasformata in spiegazione causale (“sono violenti in quanto uomini”).

Discussi approfonditamente i problemi maschili, il capitolo passa alla violenza contro le donne, presentata però in modo fortemente parziale: dati distorti14, sondaggi trattati come rappresentativi dell’intera popolazione15, e collegamenti arbitrari privi di riscontri empirici.

è ancora estremamente mal visto dire che, anche se non soffrono di patologia psichiatrica, gli uomini hanno, in una proporzione molto ampia, commesso almeno una volta nella loro vita violenze sessuali (non sempre coscientemente, a causa della loro acculturazione). Eppure, se tante donne ne sono vittime, non può essere altrimenti!

Qui la conclusione precede apertamente la dimostrazione. Si arriva a sostenere che una larga proporzione di uomini avrebbe commesso violenze sessuali almeno una volta nella vita, e che la violenza contro le donne sarebbe essenzialmente un mezzo per riaffermare rapporti di potere di genere16. Affermazioni gravi, sostenute però più da deduzione retorica che da evidenza.

Il testo prosegue collegando modelli maschili che enfatizzano forza e azione a presunte basi del dominio, e narrazioni stereotipate (dal “principe azzurro” a Don Giovanni) a un’educazione sistematica alla dominanza maschile. Anche qui, nessun dato causale: solo inferenze.

Si citano poi ricerche sulla violenza maschile basate su campioni estremi (detenuti per reati sessuali) o su episodi scolastici isolati, dai quali viene ricavato un presunto continuum verso la criminalità adulta – senza alcuna dimostrazione che questo percorso esista davvero.

Il passaggio più problematico arriva quando si nega arbitrariamente l’esistenza di differenze nel desiderio sessuale tra uomini e donne17, si liquida il ruolo del testosterone come irrilevante18, e si arriva a sostenere che la sessualità maschile sia un prodotto puramente culturale19. Il tutto culmina in un’ennesima semplificazione: se certi media sessualizzano il corpo femminile, allora l’origine della violenza sessuale maschile è semplicemente l’educazione alla virilità.

La cultura dello stupro e gli incel

La cosiddetta “cultura dello stupro” viene costruita a partire da singoli sondaggi, episodi scolastici e uno studio su video musicali, trasformando correlazioni fragili in spiegazioni generali delle aggressioni sessuali.

[Da ISTAT] il 62,6% della popolazione ritiene che alcuni uomini siano violenti perché non sopportano l’emancipazione femminile. […] il 39,3% della popolazione italiana ritiene che una donna è in grado di sottrarsi a un rapporto sessuale se davvero non lo vuole e, per il 10,3% della popolazione spesso le accuse di violenza sessuale sono false 20. Questa “cultura dello stupro” minimizza la responsabilità degli autori colpevolizzando le vittime. Tutti questi fattori sono all’origine della maggior parte delle aggressioni sessuali […] e degli stupri.

Da qui si passa direttamente a concludere che norme culturali ed educative spieghino la maggior parte delle violenze, senza dimostrare alcun nesso causale né considerare fattori individuali, psicologici o biologici.

La sezione sugli incel mescola fenomeni molto diversi – misoginia online, terrorismo, disturbi psichiatrici – attribuendo a un’unica categoria episodi isolati avvenuti in contesti storici e sociali radicalmente diversi 21.

In sostanza, si prende tutto ciò che di patologico o estremo coinvolge un uomo e lo si collega alla mascolinità in quanto tale, senza il minimo accenno alla prudenza metodologica che sarebbe necessaria nel trattare questi fenomeni.

Chi è causa del suo mal…

Seppur il sottofondo del saggio sia sempre “l’educazione patriarcale è ciò che causa comportamenti violenti negli uomini”, il capitolo Comportamenti a rischio sembra dimenticarsene e passa a biasimare il genere maschile per la sua stessa avventatezza e propensione al rischio.

Ogni dato su incidenti22, sport competitivi o spericolatezza adolescenziale viene letto come prodotto della virilità, ignorando differenze biologiche note, fattori di esposizione (lavoro, contesto) e il semplice fatto che l’adolescenza è, per definizione, un’età a rischio per entrambi i sessi.

Particolarmente caricaturale è la descrizione dello sport, ridotto a campo di addestramento alla violenza maschile:

Pensiamo che lo sport costituisca troppo spesso un potente vettore di apprendimento della dominazione attraverso l’ingiunzione a “battere l’avversario a qualunque costo” […] Nozioni di prestazioni, tecnicità e obbligo di vincere. […] La resistenza al dolore e la svalutazione della debolezza fisica o mentale sono costantemente evidenziate.

Come se le donne non praticassero sport competitivi; come se rugby e calcio fossero riti iniziatici tribali anziché attività regolamentate, salutari e già ampiamente praticate anche dalle ragazze.

La perfezione femminile

L’ultimo capitolo ribalta il quadro: le donne sarebbero meno violente perché educate all’autocontrollo, all’altruismo, alla gestione delle emozioni. Anche l’autostima inferiore delle bambine di sei anni viene attribuita a giochi “meno stimolanti” e alla carenza di modelli femminili prestigiosi. Resta però una contraddizione irrisolta: se mancano gli stimoli cognitivi, perché le ragazze ottengono sistematicamente risultati scolastici migliori?

Fenomeni complessi (disturbi alimentari e dismorfofobia, chirurgia estetica 23, empatia, minore propensione al rischio) vengono ricondotti a una causa monolitica: l’educazione patriarcale. Giochi come bambole e “cucinette” diventano strumenti di programmazione emotiva, come se bastasse prendersi cura di un peluche per spiegare differenze che la psicologia evoluzionistica studia da decenni.

Alle bambine viene attribuita una lunga lista di qualità positive, tutte frutto dell’educazione; ai bambini, la loro sistematica negazione. Ma l’impianto poggia su studi minuscoli24, interpretazioni molto libere e deduzioni non dimostrate. Ogni differenza viene dichiarata culturale per definizione, senza mai distinguere tra socializzazione e predisposizioni già osservabili nei primissimi mesi di vita.

Il capitolo si chiude sostenendo che “l’acculturazione delle donne al comportamento umanistico e quella degli uomini alla violenza” siano l’effetto inevitabile di un sistema culturale totalizzante. Ma resta una domanda inevasa: se la socializzazione spiega tutto, perché gli stessi pattern emergono in culture lontane, epoche diverse e persino nei primissimi anni di vita?

Il capitolo non risponde: si limita a ribadire che l’educazione è la causa universale, anche quando i dati, la logica e la comparazione cross-culturale suggerirebbero scenari molto più sfumati.

Il calcolo dei 98 miliardi

Profiliamo metà popolazione?

Una formula matematica, in fondo, è quello che è: si può discutere l’impianto teorico, ma almeno i conti dovrebbero essere chiari. Prendere il budget pubblico destinato, ad esempio, alla polizia o al sistema carcerario e stimare quale parte sia imputabile ai reati maschili è un’operazione relativamente semplice.

E invece, indovinate? Anche qui i problemi non mancano.

Il profilo tipico dei condannati adulti è il seguente: all’80% sono uomini, la maggioranza ha la cittadinanza italiana (67,6%) […] Il primo criterio che caratterizza i criminali nel nostro Paese non è la loro provenienza (dal Sud o dal Nord, stranieri o italiani), ma il loro sesso!

Ciò che manca sistematicamente è il denominatore: gli stranieri sono il 9% ma commettono da soli il 33% dei reati. Non è xenofobia, è statistica di base: omettere questo dato significa nascondere una sovrarappresentazione evidente25. A questo punto è difficile credere che sia una svista.

Lo stesso schema ritorna ossessivamente: “l’80% dei criminali sono uomini” 26, ripetuto senza mai ricordare che i criminali sono una frazione minima della popolazione maschile 27. Il rischio di interpretazioni distorte è evidente, e infatti poche righe dopo il testo stesso sembra suggerirlo:

se non tutti gli uomini sono criminali e delinquenti, la quasi totalità dei criminali e dei delinquenti sono uomini.

Un’affermazione formalmente corretta, ma carica di significato retorico.


Come fa un ragazzino a passare da una rissa in cortile all’uccisione di un essere umano? A che tipo di violenza è stato confrontato o educato durante la sua infanzia e adolescenza per commettere una rapina?

Ancora una volta si insinua un nesso causale senza fornirlo. Non viene citato alcuno studio longitudinale che colleghi sistematicamente, per esempio risse infantili, violenze adolescenziale poi crimini gravi in età adulta. Che certi comportamenti precoci possano essere predittori non significa che siano cause 28.

Poi arriva forse il passaggio più rivelatore:

La nostra opinione si basa su questo fatto eclatante: qualunque sia l’ambiente sociale e l’epoca considerati, le cifre attestano che le donne si dedicano molto meno alla violenza degli uomini. E questo rimane vero per coloro che crescono in povertà, in ambienti violenti, o quando sono vittime di aggressioni sessuali. La miseria è quindi un fattore molto meno determinante del sesso.

Onestamente è comico: qui le autrici sfiorano per un attimo la verità – epoca, contesto sociale, povertà, violenza subita cambiano enormemente, mentre la differenza nei tassi di violenza tra uomini e donne resta stabile. Un osservatore minimamente curioso penserebbe: forse allora la spiegazione non può essere solo culturale, dato che la cultura varia moltissimo.

Invece no. La conclusione è che “la miseria è meno determinante del sesso”, senza notare che anche cultura, educazione e media variano radicalmente nel tempo e nello spazio.

la caratteristica “maschio” non dovrebbe essere il criterio principale adottato da tutte le politiche di sicurezza nella profilazione degli autori?

A parte tutto, trovo quasi tenero che le autrici scoprano con aria di rivelazione che «la maggior parte dei crimini è commessa da uomini». Davvero: nessuno ci aveva mai pensato, è un contributo rivoluzionario alla criminologia.

Ma il punto è un altro: una volta profilata metà della popolazione come potenzialmente criminale, cosa si fa?

Arresti preventivi? Campi di rieducazione? Un TSO collettivo?

Al di là della provocazione, il punto è semplice: un tratto condiviso dal 50% della popolazione non è utilizzabile come criterio operativo di sicurezza. E soprattutto: se la causa della violenza fosse davvero culturale (educazione, media, modelli), perché colpire i maschi in quanto tali e non quei fattori specifici?

Il metodo di calcolo

Quando si entra finalmente nella metodologia, i problemi diventano tecnici.

[Ci basiamo] sui dati degli imputati perché ci permettono di capire il coinvolgimento complessivo di uomini e donne nella delinquenza e nel crimine, proteggendoci allo stesso tempo dalle teorie di coloro che vorrebbero che la giustizia sia più clemente con le donne che con gli uomini.

Eppure se l’82% degli imputati è maschio ma l’85% dei condannati lo è, ne segue che proporzionalmente più donne vengono assolte, rafforzando, non smentendo, proprio quelle teorie.

Ancora più grave è questo passaggio:

Gli uomini sono responsabili per 96,6% degli omicidi e per 98,3% degli omicidi in ambito familiare o affettivo. Prenderemo in conto solo la prima cifra, la più bassa

Peccato che, guardando ai numeri assoluti (quelli in ambito familiare sono ovviamente meno degli omicidi totali), questa “cifra più bassa” corrisponda in realtà a più casi29. Di nuovo, possibile che a due economiste “scappino” errori del genere?

Il “costo della virilità” viene poi calcolato come la differenza tra ciò che lo Stato spende per i reati commessi dagli uomini e ciò che spenderebbe se gli uomini avessero la stessa distribuzione di responsabilità delle donne, con o senza una correzione per la diversa partecipazione alle attività considerate.

Se non ci avete capito niente siete in buona compagnia, perché anch’io inizialmente ero confusa: tuttora non mi è chiaro perché si utilizzi una differenza (in pratica costo dell'attività/crimine in questione * (% uomini - % donne responsabili)) e non semplicemente la percentuale degli uomini sul costo totale calcolato (% uomini responsabili * costo) 30. Quest’ultima avrebbe più senso a mio avviso da un punto di vista contabile – ma del resto chi sono io per giudicare?

L’ipotesi è che, coerentemente col resto del libro, la formula non serva a rispondere alla domanda:

“Quanto costano i reati commessi dagli uomini?”

ma piuttosto:

“Quanto costerebbero in meno questi reati se gli uomini si comportassero come le donne?”

Qui emerge la scelta valoriale: il comportamento femminile diventa la baseline “normale”, quello maschile un surplus patologico. Non è una decisione tecnica, ma ideologica – e per nulla giustificata.

Non mi soffermerò sulla seconda formula, in teoria da utilizzare per quei casi in cui la popolazione maschile per uno stesso crimine è maggiore in partenza, dal momento che da quanto ho visto non viene mai utilizzata.

Per il resto, l’impalcatura teorica è talmente fragile che soffermandomi sui dettagli del calcolo rischierei l’overkill.

Basti riconfermare (come se ce ne fosse necessità) che tutti i capitoli dedicati al calcolo sciorinano ulteriori dati per dipingere gli uomini nel modo peggiore possibile, al contempo minimizzando le malefatte femminili, una piccola parte ma pur sempre presenti 31.

Come sarebbe il mondo se…

[…] la fine del “sistema virilista” permetterebbe allo Stato di economizzare 98,78 miliardi di euro ogni anno. Al di là dell’aspetto puramente finanziario, centinaia di migliaia di vite sarebbero salvate, sofferenze psicologiche e fisiche evitate… La virilità appare come un ostacolo allo sviluppo umano ed economico delle società.

Nell’ultimo capitolo si tirano le somme a partire dalla cifra calcolata. Oltre all’enorme risparmio economico32, le autrici invitano a immaginare un mondo finalmente liberato dal “paradigma virilista”:

[…] non ci sarebbero praticamente più stupri, aggressioni, molestie, omicidi, furti, truffe. L’insicurezza sarebbe notevolmente ridotta. Non avremmo paura di camminare (soprattutto quando donna) la sera in strada, lasceremmo i nostri figli a giocare da soli fuori, non riceveremo catcall a causa del nostro abbigliamento, avremmo molto meno paura di vedere i nostri figli molestati a scuola, non avremmo paura di essere aggrediti a causa della nostra sessualità, di essere vittime di una truffa su Internet, di farci rubare le nostre auto, di avere un incidente stradale causato da un terzo, di farci rubare le nostre borse o i nostri telefoni cellulari, ecc. Uscire dalla virilità produrrebbe non solo una società più pacifica e più ricca, ma soprattutto una società in cui saremmo tutti e tutte più liberi.

Non resta che capire come “insegnare agli uomini a comportarsi come le donne”, giusto?

Il libro cita i paesi scandinavi, che da tempo hanno introdotto un paradigma educativo neutro, volto a trattare allo stesso modo alunni e alunne. Peccato che questo approccio non abbia prodotto risultati particolarmente brillanti nella prevenzione delle violenze sessuali o degli altri reati a forte prevalenza maschile. Mi chiedo come mai.

Sembrerebbe quindi che non sia davvero

possibile bloccare i valori trasmessi e integrati dai bambini fin dalla più tenera età con qualche ora di lezioni teoriche

Eppure, invece di interrogarsi sulle implicazioni di questo fallimento, la conclusione è che la soluzione consisterebbe comunque nell’educare i ragazzi come le ragazze. Come ciò dovrebbe avvenire, con quali strumenti concreti, in quali tempi e soprattutto con quali prove di efficacia, resta del tutto indefinito.

Il libro si chiude con un appello alla responsabilità collettiva:

Ognuno di noi può essere protagonista di questo cambiamento, a partire da domani, modificando il proprio rapporto con il mondo e interrogando i modelli e i valori che trasmette a tutti i futuri adulti.

Peccato che, se la violenza maschile è davvero il prodotto di un’educazione sbagliata fin dai primissimi anni di vita – come il libro sostiene per tutta la sua durata – allora per chi è già adulto oggi non dovrebbe esserci molto da fare.

Un dettaglio non trascurabile, che però la conclusione preferisce ignorare.

Conclusioni

Il costo del Costo della virilità

22 euro, 21 su Amazon.

Scherzo, purtroppo: ho il sospetto che il prezzo da pagare, se si decidesse di prendere questo libro sul serio, sarebbe molto alto.

Posso immaginare che, ammesso di essere riuscito ad arrivare alla fine, chi legge stia pensando qualcosa come “Ma non ti starai accanendo un po’ troppo?”.

Domanda legittima: me la sono posta più volte durante la scrittura. La questione però non è tanto se questo libro “meriti” un’analisi così severa, quanto se possa essere liquidato come un saggio innocuo e privo di impatto. Purtroppo, i fatti sembrerebbero suggerire il contrario:

A differenza della Francia, dove la versione d’oltralpe ha suscitato critiche 34, ho trovato pochissimo in italiano che metta davvero in luce le numerose criticità del libro. Qualche tentativo esiste, ad esempio su Amazon… ma viene rapidamente sommerso da recensioni a cinque stelle che, oltre a sperticarsi in lodi per aver finalmente individuato il vero problema dell’Italia (?), liquidano i pochi pareri negativi come reazioni di uomini con la coda di paglia, incapaci di accettare “la verità supportata dai dati”.

Paradossalmente, stando a quanto racconta Bersani-Franceschetti in un’intervista, in Francia una delle critiche principali avrebbe riguardato l’idea che Peytavin non fosse in grado di fare un semplice calcolo in quanto donna. Insomma: un uomo non può criticare un libro che attacca la virilità, e una donna non può scriverlo senza che venga messa in dubbio la sua competenza. Un quadro che trovo francamente abominevole. Per quanto mi riguarda, essendo (ho controllato) vaginomunita, spero almeno di dimostrare che per recensire un libro gli attributi sessuali non servono.

È anche per questo clima, in cui le critiche vengono screditate in base a chi le formula anziché a cosa dicono, che una recensione come questa può apparire eccessiva nel tono.

Questa è senz’altro più distruttiva che costruttiva, e me ne assumo la responsabilità; ma quando un libro trasforma una categoria umana in una variabile economica e viene accolto acriticamente come base per politiche pubbliche, il problema non è più il tono di una recensione: è l’assenza di rigore nel dibattito che lo rende possibile.

TL;DR: Le domande senza risposta

La prima grande assente del libro è una domanda elementare: qual è il beneficio della virilità? Sappiamo, più o meno, quanto costerebbe allo Stato, ma non ci viene mai detto quale sarebbe il prezzo del paradigma alternativo proposto: cosa succederebbe se gli uomini si comportassero “come le donne”? Chi svolgerebbe le attività oggi sostenute in larghissima parte da uomini? Quali costi collaterali comporterebbe questa trasformazione?

Nell’introduzione Peytavin scrive che il libro non è “contro gli uomini”:

No, ovviamente gli uomini non sono l’obiettivo di questo saggio. Vedremo che gli uomini non sono naturalmente violenti o malvagi. Il mio discorso va oltre. Il mio intento è piuttosto quello di risalire all’origine di questa violenza e di decostruire i meccanismi che rendono gli uomini i principali responsabili.

Eppure, per duecento pagine gli uomini vengono descritti come responsabili di quasi ogni forma di violenza e devianza sociale, salvo poi rassicurarli che non è colpa loro, ma dell’educazione ricevuta fin da neonati.

Qui emerge una seconda domanda inevasa: se la violenza maschile è interamente il prodotto di un’educazione sbagliata, chi è il responsabile ultimo? I genitori? Gli educatori? E se anche questi sono stati a loro volta educati nello stesso modo, dove e quando dovrebbe avvenire la rottura del ciclo?

Il problema si aggrava perché il libro sostiene, al tempo stesso, che una volta formate le connessioni cerebrali ci sia ben poco margine di correzione. Ma allora da chi dovrebbe partire il cambiamento, se non da individui già formati?

Infine, resta la questione più delicata, che il libro non affronta mai esplicitamente: se la “virilità” è un surplus patologico, se il comportamento femminile è assunto come baseline normale, e se metà della popolazione viene implicitamente trattata come fattore di rischio, chi decide quale mascolinità è accettabile e quale no? Con quali criteri, e con quali garanzie che questa distinzione non diventi arbitraria, politica o punitiva?

In definitiva, Il costo della virilità non si limita a stimare un costo: riclassifica una categoria umana come problema economico, senza definirla in modo operativo, senza considerarne le funzioni, e senza interrogarsi sui costi della sua rimozione.

Quando una spiegazione pretende di spiegare tutto, smette di spiegare alcunché. E quando una metrica economica incorpora, senza dichiararlo, un giudizio morale, il conto non torna – non solo nei numeri, ma nella realtà.


Note

Footnotes

  1. nella lingua italiana, ‘uomo’ designa sia il sesso che la specie”

    Peccato che non sia vero, giacché di solito è molto chiaro dal contesto se “uomo” è usato come sinonimo di “essere umano” (per esempio, “le attività dell’uomo sono le principali cause del cambiamento climatico”) o se si riferisca solo all’individuo di sesso maschile.

  2. Nel rapporto del World Economic Forum, l’Italia è al 63esimo posto tra Perù e Bangladesh, senza considerare però le situazioni generali tra i vari paesi: semplicemente, gap ridotto = più parità di genere, anche se i livelli di sviluppo complessivi sono, com’è abbastanza ovvio, completamente diversi. Sarebbe utile spiegare questo aspetto, anziché lasciare intendere che la condizione delle donne tra Italia e Bangladesh sia paragonabile.

  3. In pratica, i sessi sono due perché due sono i possibili gameti – spermatozoi e ovociti – presenti negli esseri umani. Gli individui intersex non “rompono” questo binarismo: nella grande maggioranza dei casi, loro i percorsi di sviluppo conducono comunque alla produzione potenziale di uno dei due tipi di gamete (ovocita o spermatozoo), non di entrambi e soprattutto non di un “terzo gamete”.

    Per un inquadramento peer-reviewed del punto rimando a Goymann, Brumm & Kappeler, Biological sex is binary, even though there is a rainbow of sex roles (BioEssays, 2023) e a questo articolo.

  4. La citazione proposta è “The Maasai of Matapato: A Study of Rituals of Rebellion” di Paul Spencer, pubblicata sulla rivista African Studies Review nel 1988. Magari sono io, ma non vedo come uno studio su una singola tribù africana possa dimostrare un’affermazione del genere.

  5. Di nuovo, senz’altro la mia conoscenza del campo è paragonabile a quella di un bonobo, tuttavia ricercando brevemente tra i paper scientifici più citati, la realtà non sembra proprio essere quella riassunta da Il costo della virilità. Tra gli studi che ho consultato ci sono questo e quest’altro.

  6. Inoltre, accostare quella che è una differenza reale (o comunque discussa seriamente in letteratura) come le abilità matematiche e uno stereotipo a livello “barzelletta” tipo “le donne non sanno leggere le mappe / guidare / fare i parcheggi” fa scendere l’argomentazione a un livello imbarazzante.

  7. Solito disclaimer “io non so un ca22o”, ma provo a riassumere lo stato dell’arte in modo un po’ più accurato. I maschi hanno cervelli mediamente più grandi (~10% di volume) e le femmine uno spessore corticale maggiore, con alcune differenze regionali – ma con ampia sovrapposizione tra le distribuzioni dei due sessi (Ritchie et al., 2018, n=5216). Sul piano cognitivo le differenze medie sono piccole e circoscritte a domini specifici (rotazione mentale, fluenza e memoria verbale), non all’intelligenza generale, al ragionamento o all’attenzione (Hyde, 2005).

  8. Esiste anche un TedX in cui Vidal riassume i contenuti del libro (in francese ma con i sottotitoli): https://www.youtube.com/watch?v=OgM4um9Vvb8

    Consiglio la lettura di questo articolo che ne critica i principali argomenti: http://www.lscp.net/persons/ramus/docs/MethodeVidal.pdf

    Qui la traduzione italiana da me realizzata col prezioso aiuto di DeepL: “Le methode Vidal” - traduzione italiana 2

  9. Giuro che non ho capito la questione delle trapunte: ho chiesto anche in giro a persone di diverse generazioni, e non mi è ancora chiaro come possano essere uno stereotipo associato al femminile, meno che mai se lo si mette al pari delle pistole giocattolo per i bambini. L’unica idea che mi viene in mente è stata grazie a mia nonna, che lavorava tanto a maglia e sfornava trapunte a ritmi impressionanti, ma è anche vero che erano destinate a tutta la famiglia, non solo alle donne e di certo non solo alle bambine piccole… I miei cugini maschi avrebbero dovuto morire di freddo, perbacco? 😅 Insomma, se qualcuno vuole illuminarmi è il benvenuto.

  10. In realtà parrebbe proprio che l’attività fisica e anche i giochi di lotta non siano affatto insegnati ai bambini e ai ragazzini, ma piuttosto siano comportamenti spontanei, pur essendo a sua volta influenzati dall’ambiente circostante com’è ovvio che sia.

    Consiglio un paio di articoli: https://pmc.ncbi.nlm.nih.gov/articles/PMC6987541/ e https://www.firstfiveyears.org.au/child-development/boys-understanding-rough-and-tumble-play, e soprattutto il libro “The war against boys” di Christina Hoff Sommers

  11. Mancando del tutto esempi, penso si riferiscano a titoli come GTA o Dead or Alive? Per tutti però esiste una classificazione d’età, e se dei genitori comprano giochi 18+ ai loro figli, il problema non è certo dei videogiochi stessi.

  12. Credo che solo qualcuno che non ha idea di cosa sia il Signore degli Anelli possa parlare di “risse”. Ad ogni modo, lo studio sostiene piuttosto che il mondo Tolkeniano viene recepito in modo diverso da ragazzi e ragazze, soprattutto a causa del modo in cui riviste, marketing e paratesti costruiscono due letture differenti: ai ragazzi viene proposto come film di “battaglie” e “azione”, alle ragazze come storia d’amore, per esempio attraverso la figura di Arwen: https://www.researchgate.net/profile/Detrez-Christine/publication/281794532_Lectures_des_filles_et_des_garcons_a_propos_du_‘Seigneur_des_anneaux’/links/5689170308ae051f9af742c8/Lectures-des-filles-et-des-garcons-a-propos-du-Seigneur-des-anneaux

  13. Inutile a dirsi, anche qui evidenze a sostegno non pervenute.

  14. Come il classico “una donna uccisa ogni 3 giorni” o che la violenza sia un continuum che collega fischi e molestie al femminicidio, ma qui vi propongo un’altra chicca.

    Si menziona quella che non saprei come altro definire se non “bufala”, secondo cui nel solo 2020 le violenze domestiche avrebbero lasciato orfani circa 2000 bambini. Contando che nello stesso anno le vittime di femminicidio sono state 116, sarebbero circa 17 minorenni per donna.

    Di più, l’articolo citato come fonte è questo: “Osservatorio: stime Istat: sale al 13% la quota di bambini e ragazzi in povertà assoluta, marzo 2021”: https://www.conibambini.org/osservatorio/stime-istat-sale-al-136-la-quota-di-bambini-e-ragazzi-in-poverta-assoluta/

    Superfluo dire che non parla né di orfani né di femminicidi.

  15. Un esempio tra i tanti:

    Uno studio condotto dalla Cornell University e la Ong Hollaback! ha dimostrato che il 79% delle donne italiane ha subìto molestie in strada prima dei 17 anni, il 69% delle donne è stata seguita da un uomo o un gruppo di uomini nell’anno precedente.

    Nel rapporto si legge: “Il sondaggio non è stato distribuito in modo casuale a un campione casuale di partecipanti e quindi non può essere generalizzato allo stesso modo, ad esempio, di un sondaggio Gallup.”

  16. Non viene esplicitato, e mi auguro non sia così perché da due laureate in economia sarebbe estremamente grave, ma sembra che qui l’implicazione sia: “il 79% delle donne subisce molestie, ergo il 79% degli uomini è un molestatore”. Spero non sia necessario spiegare su quanti livelli è scorretta una cosa del genere.

  17. È stato dimostrato che gli uomini possono mancare di desiderio sessuale più delle donne.

    Lo studio in questione riguarda donne con disturbo del desiderio ipoattivo trattate farmacologicamente, quindi non prova che “gli uomini abbiano meno desiderio delle donne”: sta parlando di una popolazione clinica femminile, non di confronto generale.

  18. Contrariamente alle idee comuni, il testosterone – ancora lui – non è responsabile dei comportamenti sessuali degli uomini. Un deficit di testosterone giustifica raramente da solo la mancanza di desiderio. Al contrario, l’ambiente svolge ancora una volta un ruolo deterrente sul livello di questo ormone, poiché aumenta in funzione del numero di rapporti sessuali, e non il contrario!

    Lo studio a “dimostrazione” di questo: “Decreased sexual activity, desire may lead to decline in serum testosterone in older men”, ovvero che una diminuzione dell’attività sessuale può ridurre il testosterone negli anziani, non certo che il T non influenzi il desiderio in generale. Conclude “il testosterone non c’entra”, ma cita proprio un paper che non dice questo.

  19. Per “dimostrarlo” viene usato un campione minuscolo di stupratori adulti, da cui si deducono conclusioni generali sull’uomo medio e sulla natura razionale dello stupro.

    Un’indagine francese condotta su 114 stupratori condannati rivela che l’89% di loro dichiara di aver avuto rapporti sessuali almeno due volte alla settimana prima della loro incarcerazione

    Prendere un gruppo di stupratori e usarlo per spiegare fisiologia sessuale maschile è metodologicamente assurdo. Inoltre, che un aggressore abbia abitudini sessuali non significa affatto che “lo stupro non derivi da impulsività”.

  20. L’indagine ISTAT in questione si riferisce per l’appunto all’intera popolazione, non solo agli uomini. Dovremmo dunque ragionevolmente dedurre che anche noi donne andremmo rieducate. https://www.istat.it/it/files/2019/11/Report-stereotipi-di-genere.pdf

  21. [Gli incel] i organizzano in reti, teorizzano e giustificano il loro odio per le donne, premeditano delle azioni collettive. Questa strutturazione attesta che non si tratta di pazzi furiosi, ma di persone avvedute. Abbeverano i social network e i blog con il loro odio, arrivando a commettere stragi di massa.

    Oltre a mostrare una notevole ignoranza verso il significato del termine incel e le differenze rispetto a gruppi più estremi come redpill, blackpill, MGTOW ecc., nonchè più in generale sul funzionamento di internet (blog e forum sono cose molto differenti), si dipinge il terrorismo misogino come un fenomeno che causa quantità impressionanti di morti.

    Wikipedia cita una dozzina di attacchi terroristici da parte di individui misogini, anti-femministi o redpillati (e non incel): a parte uno, tutti stranamente avvenuti tra USA e Canada. Probabilmente meno delle stragi con armi da fuoco negli States nell’ultimo fine settimana.

  22. Se siete come me, leggere “incidente” senza ulteriori attributi porta quasi automaticamente a pensare “di tipo stradale”. In questo caso però lo studio citato “Unicef: A league table of child deaths by injury in rich nations (2001)” parla in realtà in modo generico di ferite e morti accidentali, e specifica tra l’altro che:

    La differenza tra i sessi è maggiore per i bambini più grandi, dai 10 ai 14 anni […] Ma la differenza è evidente anche nella fascia d’età più giovane: un bambino tra 1 e 4 anni ha già il 40% di probabilità in più di morire per lesioni rispetto a una bambina”.

    Segno che il rischio è già maggiore nei piccolissimi, la cui “educazione virilista” sarebbe a malapena agli inizi.

  23. Per tutta la loro vita le donne sono sovraesposte agli standard di bellezza insostenibili per i quali devono lottare, spesso a scapito della loro salute. […] questa “malattia della bellezza” fa perdere tempo, denaro ed energia alla stragrande maggioranza delle donne e impedisce loro di concentrarsi su altri aspetti della loro vita.

    Mia personalissima opinione: a un certo punto, occorre pur riconoscere che ciascuna decide da sé a cosa dare valore nella propria vita. Se una donna lavora con il proprio corpo – che sia una modella, una ballerina o qualunque professione lo richieda – investirà naturalmente in quell’aspetto. Ma per chi fa tutt’altro, chi è che impone davvero l’adesione a un canone estetico, se non la persona stessa?

    Io ne sono una prova vivente: si può benissimo uscire struccate, vestite alla bell’e meglio, e scoprire che gli altri… semplicemente sono talmente concentrati su loro stessi da non accorgersi nel modo più assoluto di noi.

  24. Si sostiene, per esempio, che:

    Secondo uno studio condotto all’Università della Pennsylvania da Christian Vaccaro, le donne tenderebbero addirittura a nascondere i loro sentimenti di aggressività e rabbia, per essere più coerenti con lo stereotipo di genere che dipinge le donne come persone imprescindibilmente gentili e piacevoli.

    Dunque, l’assunto implicito è che per natura le donne proverebbero rabbia e aggressività tanto quanto gli uomini, ma che tali impulsi verrebbero sistematicamente repressi dagli stereotipi femminili. Oltre al fatto che lo studio citato – Managing Emotional Manhood: Fighting and Fostering Fear in Mixed Martial Arts – non sembra avere alcuna pertinenza con la questione, ciò che manca del tutto è, ancora una volta, un ragionamento logico che colleghi la premessa alla conclusione.

  25. Tra l’altro poco dopo si ripete che, nelle statistiche ufficiali,

    al posto delle percentuali di responsabilità uomo/donna, sono spesso riportate delle percentuali straniero/italiano. Quest’ultime sono, tra l’altro, poco significative rispetto alle prime.

    Come già scritto, trovo veramente difficile non vederci della malafede.

    Prossimo libro: Il costo della forestierità: quanto risparmierebbe l’Italia se gli stranieri si comportassero come gli italiani. Da proporre a Vannacci seduta stante.

  26. A proposito di donne criminali, ho trovato interessante questo passaggio:

    probabilmente a causa della sua natura eccezionale e trasgressiva, i ricercatori delle scienze sociali e i media mettono regolarmente in evidenza la delinquenza femminile, cercando d’individuarne delle caratteristiche proprie.

    Secondo le autrici dunque, le analisi sociali si focalizzerebbe troppo sulla criminalità femminile quasi trascurando quella maschile, che è molto meno “eccezionale e trasgressiva”. L’abstract dell’articolo citato a sostegno – La donna delinquente: un percorso storico-teorico – dice così:

    La criminologia ha spesso tralasciato gli studi sulla criminalità femminile, applicando ad essa, salvo aggiungere qualche specificazione tecnica o peculiarità di genere, gli esiti degli studi sulla delinquenza maschile. La criminologia femminista ha proposto invece una scienza non androcentrica. È chiaro che la criminalità femminile risulta largamente inferiore a quella maschile; tuttavia, ciò non legittima la criminologia a disinteressarsi alla ricerca e alla formulazione teorica sul fenomeno”

    Esattamente il contrario, dunque: le scienze sociali classiche sono androcentriche, invece la criminologia femminista ha il dovere di interessarsi al fenomeno peculiare delle criminali, in modo da poter pensare poi a soluzioni efficaci.

  27. il saggio stesso parla di circa 540mila persone rinviate a giudizio nel 2017, di cui 82% uomini, cioè circa 445mila. Facendo un veloce calcolo, la popolazione italiana maschile sopra i 14 anni è sui 24 milioni di individui. Si parla quindi di neanche il 2% del totale degli uomini adulti. Tutto questo fermo restando che rinviato a giudizio non significa condannato, e dunque che solo una minoranza di tale numero può considerarsi effettivamente “criminale”.

  28. Curioso: il 100% dei criminali respira ossigeno. Davvero una pista interessante. Propongo di smettere subito – risolveremo la criminalità in un respiro solo.

  29. Se nel 2019 gli omicidi totali erano 315 e quelli in ambito familiare 150, gli uomini responsabili sono rispettivamente 304 (96,6%) e 147 (98,3%). Il testo sostiene però di considerare la prima cifra perchè più bassa, ma in realtà considera la maggiore tra le due. Dati presi da https://www.istat.it/it/archivio/253279

  30. Per esempio, se il costo della giustizia risulta di 5.5 miliardi di €, e gli uomini rappresentano l’82.4% degli imputati, il costo della virilità viene calcolato come: (82,4% – 17,6%) · 5,5 = 3,5 miliardi. Lo stesso metodo si usa per le quote di costo rispetto alla spesa statale per le forze dell’ordine, i servizi di soccorso / antincendio e il sistema carcerario; poi per la stima del costo di una vita in caso di omicidio (inclusi eventuali risarcimenti); le spese legate alla prevenzione e al supporto psicologico in caso di violenze sessuali e non; i costi legati all’attività mafiosa, a furti, rapine e frodi informatiche, e infine alla sicurezza stradale.

  31. Tra gli esempi più eclatanti:

    Per quel che riguarda gli assassini seriali, l’Italia ne ha conosciuti 25 dal 1900, di cui 20 uomini e 5 donne [un 20% di donne serial killer sarebbe interessante da approfondire, invece…]

    il 63% degli uomini di età compresa tra i 16 e i 25 anni e il 52% di quelli di età compresa tra i 26 e i 50 anni che si avvalgono di un servizio di emergenza hanno subìto un trauma contro solo il 43% e il 39% delle donne delle stesse età.

    Quando le donne commettono omicidi sul coniuge, nella maggior parte dei casi sono state vittime di precedenti violenze [ovviamete senza fonte].

    Per quel che concerne il figlicidio, 473 bambini e ragazzi hanno trovato la morte per mano di un genitore tra il 2000 e il 2018 in Italia. Se la partecipazione della madre agli eventi delittuosi è più forte nell’omicidio di neonati [è un caso che proprio qui venga omessa la percentuale?], negli anni successivi della vita del figlio la sua responsabilità cala. Le donne sono infatti infanticide al 48,4% tra gli 1 e 5 anni di età del bambino, 35,6% nella fascia 6-13 anni e infine 13% negli omicidi di figli adolescenti o giovani adulti (che costituiscono il maggior numero di vittime, il 38,1%) [inutile dire che, proprio in un caso in cui le donne sono maggiormente responsabili, il dato non viene utilizzato nel calcolo].

  32. 100 miliardi di euro corrispondono infatti al 40% delle entrate annuali dello stato e a più di metà del PNRR: una cifra di questo calibro permetterebbe di ridurre le tasse, colmare il debito degli ospedali, e aumentare di metà il budget riservato all’istruzione. Tutto questo con uno scarto di 3 miliardi, che garantirebbe all’intera popolazione circa un caffè gratis alla settimana per un anno. Non so voi ma io ci metto la firma u.u

  33. Le 1900 su Goodreads, di cui circa 260 recensioni effettive, sono purtroppo combinate tra quelle della versione francese e italiana, e queste ultime sono una minoranza del totale. Per dare tuttavia un termine di paragone, prendiamo un libro con un tema e un intento simile, ovvero Patriarcato criminale di Roberta Bruzzone: pur essendo uscito l’anno scorso e venendo dalla penna di un’autrice molto più famosa, conta 128 valutazioni su Amazon e un centinaio su Goodreads.

  34. per esempio ho trovato un articolo di Le Figaro: https://www.lefigaro.fr/vox/societe/le-cout-de-la-virilite-au-sujet-des-hommes-tous-les-amalgames-sont-permis-20210322, e tra Goodreads e SensCritique (sito in cui gli utenti possono recensire vari media, dai libri ai fumetti e dai film alle serie tv) se ne trovano parecchie tres pertinent che sollevano nel complesso le stesse critiche da me presentate.

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