Oggi provo a fare una cosa che nel dibattito italiano vedo raramente: mettere in fila, con lo stesso metro, i principali svantaggi che riguardano le donne e quelli che riguardano gli uomini. Non un esercizio di “benaltrismo”, né una gara a chi soffre di più; è il presupposto di qualsiasi analisi seria, perché prima di affrontare un problema bisogna vederlo per intero.
Criteri utilizzati e considerazioni varie
Cercando dei precedenti a cui appoggiarmi, mi sono resa conto che un lavoro del genere – una mappa bidirezionale che tenga entrambe le colonne con lo stesso criterio e sospenda il giudizio sulle cause – in italiano non esiste, e anche in inglese ho trovato lavori ben approfonditi, ma che coprono un solo lato 1.
Il criterio di inclusione è uno solo: in questa mappa entrano soltanto i divari tra i sessi documentati empiricamente, ossia differenze misurabili negli esiti – mortalità, vittimizzazione, salute, istruzione, rappresentanza… – attestate da dati di buona qualità. Restano fuori le impressioni, gli aneddoti e i fenomeni la cui stessa esistenza o portata poggia su dati troppo deboli o troppo contesi; e specifico anche dove un divario è reale ma la sua misura è incerta.
Sulla causa, invece, sospendo deliberatamente il giudizio. Che un divario dipenda da discriminazione, da scelte individuali, da fattori biologici, da dinamiche economiche, o da una combinazione di tutti questi è una domanda distinta da quella sull’esistenza del divario stesso: un tasso di suicidi maschile tre-quattro volte più alto è un problema qualunque ne sia la causa, mentre il perché succeda è materia di un’altra discussione. Confondere i due piani è il modo più rapido per trasformare una mappa in un manifesto politico: va benissimo farlo in separata sede; semplicemente ho scelto di non farlo qui.
Prevedo una reazione in particolare e ne anticipo la risposta: mostrare che esistono svantaggi su entrambi i lati non significa affermare che “il patriarcato fa male anche agli uomini”, né sostenere la tesi speculare di un sistema ordito contro il genere maschile. Diffido per principio di qualsiasi teoria che pretenda di spiegare l’intera lista con un’unica causa, in una direzione o nell’altra. Alcuni di questi divari hanno probabilmente una radice comune (ad es. aspettative di ruolo che vincolano entrambi i sessi in modi diversi) e dove il legame è dimostrabile lo indico; ma altri no, e forzare il parallelo sarebbe disonesto quanto negarlo. La simmetria, quando c’è, va mostrata; quando non c’è, non va inventata.
Tenere le due colonne nello stesso spazio, del resto, non è un esercizio di equilibrismo: è l’approccio che ritengo giusto in quanto antisessista, ed è scritto nero su bianco nel manifesto dell’antisessismo italiano – al punto 3, dove ci si dichiara contrari all’uso delle questioni maschili e femminili per contrapporre uomini e donne, e al punto 8, dove il riconoscimento delle vulnerabilità maschili è affermato senza vederle in contrapposizione con quelle femminili. Separare le due liste, o compilarne una sola, significa già assumere che siano in competizione; metterle sulla stessa pagina è il modo più semplice di dire che non lo sono.
Un’ultima avvertenza, sulla gravità. Accostare due problemi non significa dichiararli equivalenti sotto ogni punto di vista: la mutilazione genitale femminile e la circoncisione infantile maschile condividono una radice – il corpo di un minore modificato senza consenso per ragioni culturali – ma hanno conseguenze mediche su scale molto diverse, e lo dirò apertamente ogni volta che il caso lo richiede. L’accostamento serve a far emergere la struttura comune di un problema, non a livellarne le proporzioni.
Detto questo, vi auguro buona lettura.
A) Divari di esito inequivocabili
La prima categoria raccoglie i divari tra i sessi in cui l’esito misurato è di per sé negativo – la morte, il danno fisico, la vittimizzazione, un peggiore stato di salute – e in cui, di conseguenza, il divario è un problema qualunque ne sia la causa. Il criterio “documento il divario, sospendo il giudizio sulla causa” si applica bene, perché non c’è bisogno di sapere perché un tasso di suicidi sia più alto per riconoscere che un tasso di suicidi più alto è un male; e proprio perché l’esito parla da sé, è anche la categoria dei dati più solidi.
Da notare che alcune di queste voci non sono indipendenti tra loro – suicidio, omicidi e morti sul lavoro confluiscono in parte nell’aspettativa di vita inferiore. Inoltre, due delle voci che seguono – il ritardo diagnostico da un lato, le pene più severe dall’altro – non sono esiti grezzi ma divari di trattamento, e le tengo entrambe allo stesso standard probatorio, quello degli studi che controllano per i principali confondenti e misurano risultati oggettivi. Dove quello standard non è soddisfatto, la voce si restringe o scende nella zona grigia, in qualunque direzione punti.
♀ Donne
Vittimizzazione sessuale
Le donne subiscono violenza sessuale e molestie a tassi nettamente superiori a quelli maschili, in tutte le fasce d’età e in quasi tutti i contesti nazionali rilevati; è uno dei divari femminili più solidi e meno contestati dell’intera mappa, perché emerge in modo coerente sia dalle indagini di popolazione sia dai dati amministrativi, pur con il consueto problema del sommerso che rende le cifre assolute probabilmente sottostimate.
Va detto, per correttezza di misura, che il sommerso non è simmetrico: la vittimizzazione sessuale maschile è sistematicamente sotto-rilevata, perché molte definizioni legali e statistiche di stupro richiedono la penetrazione della vittima e lasciano quindi fuori i casi di made to penetrate, che nelle rilevazioni che li contano separatamente avvicinano sensibilmente i due tassi. Il divario sulla violenza sessuale con contatto e sul dato relativo al corso della vita resta ampio e a carico delle donne, ma la sua ampiezza dipende in parte da cosa si accetta di contare.
Esito grave nella violenza da partner
La frequenza degli atti di violenza nelle relazioni intime è più simmetrica di quanto il senso comune suggerisca. L’esito grave tende tuttavia a essere sbilanciato: sono infatti le donne a subire la quota maggiore di lesioni gravi e di omicidi in ambito domestico e di coppia.
Mortalità e morbilità materna
Dove l’assistenza sanitaria alla gravidanza e al parto è carente, le donne pagano un onere di salute che non ha un corrispettivo maschile. Si tratta di un divario che nei paesi ad alto reddito è oggi contenuto ma non nullo (permangono differenze anche interne, spesso correlate a etnia e reddito), e che su scala globale resta uno dei più marcati in assoluto.
Ritardo diagnostico nell’infarto acuto
Di fronte a una sindrome coronarica acuta le donne ricevono la diagnosi più tardi degli uomini, vengono sottoposte meno spesso a coronarografia e rivascolarizzazione, e più frequentemente vengono dimesse dal pronto soccorso con la patologia non riconosciuta; a valle di questo percorso, la mortalità intraospedaliera e a un anno è più alta.
Restringo deliberatamente la voce a questo nucleo. Il “bias di genere in medicina” nella sua formulazione ampia – più condizioni, più discipline, una spiegazione unica – circola molto ma poggia su un’evidenza assai più disomogenea di quella cardiovascolare, e non supera il filtro che ho applicato al resto della mappa.2
♂ Uomini
Suicidio
Gli uomini si tolgono la vita a un tasso molto più alto delle donne (in molti paesi da tre a quattro volte tanto), nonostante le donne riportino più frequentemente ideazione suicidaria e tentativi. Questo scarto tra tentativi e decessi è uno dei divari di esito più netti e più stabili nel tempo dell’intera mappa.
Vittime di omicidio e violenza fisica
In quasi tutti i paesi gli uomini costituiscono la maggioranza delle vittime di omicidio e di aggressione fisica non domestica; è un dato che l’immaginario pubblico tende a rimuovere, perché associa la violenza subita al genere femminile, ma che emerge in modo consistente dalle statistiche criminali e dai dati di mortalità. Vale la pena precisare che questo non è in tensione con il divario femminile sulla violenza sessuale e domestica: si tratta di tipi di violenza diversi, in contesti differenti.
Morti sul lavoro
La quasi totalità dei morti sul lavoro è di sesso maschile. Il meccanismo prossimale non è in discussione: la segregazione occupazionale concentra gli uomini nei mestieri più pericolosi (edilizia, industria pesante, trasporti, estrazione); perché quella segregazione esista è invece una domanda a monte, che verrà affrontata in altra sede.
Aspettativa di vita inferiore
Gli uomini vivono in media meno delle donne in tutti i paesi del mondo, con un divario che varia per ampiezza ma non per direzione. Concorrono fattori biologici e fattori comportamentali – lavori più rischiosi, minore ricorso alla prevenzione sanitaria, maggiore esposizione a comportamenti a rischio – ma il peso relativo delle due componenti è dibattuto.
Pene più severe a parità di reato
A parità di reato contestato e di circostanze rilevanti, gli imputati uomini tendono a ricevere condanne più severe delle donne; è un’asimmetria documentata in più sistemi giudiziari attraverso studi che controllano per le principali variabili confondenti.
Il dato grezzo sul maggior numero di uomini in carcere è invece cosa distinta, poiché di per sé può riflettere un diverso tasso di reati commessi e, senza controlli, non dimostra alcuna iniquità; ciò che costituisce un divario di esito è il differenziale di pena a parità di condizioni, non il numero assoluto di detenuti.
B) Divari di partecipazione e rappresentanza
Questa categoria raccoglie i divari tra i sessi nella presenza, nella partecipazione o nella rappresentanza in un determinato ambito – l’istruzione, il lavoro, i vertici, la cura – dove il dato di partenza è una differenza numerica di distribuzione, non un esito negativo in sé. La differenza rispetto alla prima categoria è cruciale: mentre un tasso di suicidi più alto è un male quale che ne sia la causa, una minore presenza di un sesso in un certo ambito è un problema soltanto se causata da barriere ingiuste, e non se riflette scelte o preferenze aggregate.
Poiché la distinzione tra le due possibilità è proprio la domanda causale che questa mappa sospende, quel che segue documenta l’ampiezza dei divari senza dedurne automaticamente una discriminazione; è la categoria in cui i due “campi” del dibattito tendono a compiere lo stesso errore speculare, leggere ogni squilibrio numerico come prova di un torto subito dal proprio sesso di riferimento.
♂ Uomini
Sotto-rendimento scolastico e sotto-iscrizione universitaria
I ragazzi ottengono in media risultati scolastici inferiori alle ragazze e si iscrivono e laureano all’università in proporzione minore, con un divario che nei paesi ad alto reddito si è invertito da decenni e continua ad ampliarsi; è uno dei divari di partecipazione meglio documentati e più stabili, e la sua particolarità è che ha attirato una frazione minima dell’attenzione dedicata al divario inverso, quando l’istruzione superiore era appannaggio maschile.
Tempo con i figli e affidamento
Dopo una separazione, i padri convivono con i figli e ne ottengono l’affidamento prevalente in proporzione molto minore rispetto alle madri. La voce è a cavallo tra le due categorie, perché in parte riflette una differenza di partecipazione – chi si fa carico della cura anche prima della separazione – e in parte un’asimmetria di trattamento nelle decisioni sull’affidamento. Il dato sulla distribuzione dell’affidamento è solido, mentre l’inferenza su un pregiudizio sistematico dei tribunali richiede cautela e non va data per scontata.
Congedo di paternità e asimmetria dei congedi
In Italia il congedo obbligatorio riservato al padre è di dieci giorni lavorativi, a fronte dei cinque mesi della madre; e anche il congedo facoltativo, in teoria ripartibile, resta nella pratica fruito in netta prevalenza dalle madri. L’asimmetria è un dato normativo e ha natura bifronte: sul versante paterno codifica istituzionalmente il padre come genitore accessorio nei primi mesi di vita del figlio, mentre su quello materno contribuisce a consolidare l’aspettativa della donna come caregiver di default – uno dei meccanismi più spesso chiamati in causa per spiegare il divario occupazionale, retributivo e pensionistico visti nella colonna femminile.
Numero di detenuti
Gli uomini costituiscono la larghissima maggioranza della popolazione carceraria in ogni paese. Il numero assoluto di detenuti non è di per sé un divario di esito né la prova di un’iniquità, poiché può riflettere in larga parte un diverso tasso di reati effettivamente commessi e, senza controlli, non dimostra nulla circa un trattamento ingiusto. Il divario giudiziario che regge come iniquità documentata – le pene più severe a parità di reato – rientra nella prima categoria; qui resta il solo dato di composizione per sesso della popolazione detenuta.
♀ Donne
Divario occupazionale
Le donne partecipano al mercato del lavoro in proporzione minore degli uomini, con tassi di occupazione che in Italia sono tra i più bassi dell’Unione Europea e si accentuano marcatamente in corrispondenza della maternità. È un divario ampio e ben misurato, la cui ripartizione tra barriere e scelte è essa stessa oggetto di dibattito.
Divario retributivo
A livello aggregato le donne guadagnano in media meno degli uomini; è però d’obbligo la distinzione tra il divario “grezzo” – la semplice differenza tra le retribuzioni medie – e il divario “corretto”, che residua dopo aver controllato per settore, ore lavorate, anzianità, ruolo e interruzioni di carriera, ed è sensibilmente più piccolo del primo. La sola esistenza di uno scarto grezzo non dimostra una discriminazione retributiva a parità di lavoro, e confondere le due misure è uno degli errori più frequenti del dibattito pubblico sul tema.
Sotto-rappresentanza nei ruoli di vertice
Le donne sono presenti in proporzione minore nelle posizioni di leadership – politica, dirigenza aziendale, vertici di alcune aree accademiche e scientifiche – rispetto alla loro quota nella popolazione e, in molti casi, nella forza lavoro qualificata. Si tratta di un divario documentato e monitorato con continuità, per il quale se ciò rifletta barriere, preferenze o una combinazione dei due, è una domanda che resta aperta.
Squilibrio nel lavoro domestico e di cura non retribuito
Le donne svolgono in media una quota nettamente maggiore del lavoro domestico e di cura non pagato, con uno scarto che le indagini sull’uso del tempo misurano in modo affidabile e che persiste, ridotto ma non annullato, anche nelle coppie in cui entrambi lavorano. Il divario è solido quanto ai numeri, mentre resta aperta la questione di quanto sia il prodotto di vincoli e aspettative e quanto di preferenze.
C) Differenze categoriali (quasi esclusive di un sesso)
Questa categoria raccoglie i fenomeni che riguardano quasi esclusivamente l’uno o l’altro sesso, al punto che non esiste un “tasso maschile contro tasso femminile” da confrontare come nelle categorie precedenti. Il confronto non è tra due colonne di numeri sullo stesso fenomeno, ma tra fenomeni distinti che occupano una posizione simmetrica nell’esperienza dei due sessi, e il valore dell’accostamento sta nel far emergere, dove c’è, una radice comune – tipicamente il corpo di una persona su cui altri decidono, o una funzione che la società assegna in modo vincolante a un solo sesso.
Proprio perché qui manca un tasso a garantire la comparabilità, la cautela sulla gravità è parte del metodo e non un’aggiunta diplomatica: accostare la mutilazione genitale femminile e la circoncisione infantile maschile mostra una struttura condivisa – un corpo di minore modificato senza consenso per ragioni culturali – ma le due pratiche hanno conseguenze mediche su scale profondamente diverse; la simmetria che conta è quella della struttura del problema, non quella della sua gravità.
♀ Donne
Mutilazione genitale femminile
La mutilazione genitale femminile è una pratica che interessa milioni di donne e bambine, concentrata in specifiche aree geografiche e comunità, con conseguenze sulla salute che vanno dal dolore cronico alle complicanze ostetriche fino, nelle forme più gravi, al rischio per la vita; è la voce di gravità medica più elevata dell’intera categoria, e il termine di paragone rispetto al quale va misurata la distanza dalla circoncisione maschile. La radice comune ad altre voci è la violazione dell’integrità corporea di una minore priva di consenso.
Matrimonio forzato e precoce
Il matrimonio forzato e quello che coinvolge minori riguardano in misura largamente sproporzionata le ragazze, con effetti documentati sull’istruzione, sulla salute riproduttiva e sull’autonomia personale. Pur esistendo casi maschili, la sproporzione è tale da rendere il fenomeno de facto specifico, e la radice condivisa con le altre voci femminili è l’autonomia negata sul proprio corpo e sulla propria vita.
Accesso alla contraccezione e all’aborto
L’accesso alla contraccezione e all’interruzione di gravidanza è, in molti contesti, limitato, condizionato o in regressione, con un impatto che ricade strutturalmente e per intero sul corpo femminile. È una questione di autonomia riproduttiva distinta dalla componente di esito sanitario della mortalità materna (categoria A), e il grado e la direzione delle restrizioni variano enormemente da paese a paese.
♂ Uomini
Circoncisione infantile non terapeutica
La circoncisione infantile eseguita per ragioni religiose o culturali, e non per necessità medica, interviene sul corpo di un minore incapace di prestare consenso. Condivide con la mutilazione genitale femminile la radice – un corpo infantile modificato senza consenso per ragioni non mediche – ma le conseguenze mediche tipiche delle due pratiche stanno su scale molto diverse.
Coscrizione e leva militare obbligatoria
Dove esiste un obbligo di leva, esso ricade quasi sempre sui soli uomini, tenuti per legge a un servizio potenzialmente pericoloso o mortale in ragione del proprio sesso; è una funzione che la società assegna in modo vincolante a un solo sesso, e condivide con l’accesso all’aborto, sul versante opposto, la radice di uno Stato che dispone del corpo dell’individuo, pur con contesti, finalità e gravità diversi.
Assenza di contraccezione maschile e di diritti riproduttivi post-concepimento
Gli uomini dispongono di opzioni contraccettive proprie assai più limitate di quelle femminili e non hanno, dopo il concepimento, alcuno strumento giuridico che dia loro voce sull’esito della gravidanza. Sul versante maschile la voce si accosta al blocco dell’autonomia riproduttiva femminile, ma la simmetria è parziale e la posta in gioco diversa, dal momento che è il corpo della donna a essere direttamente coinvolto nella gravidanza, il che rende le due situazioni strutturalmente non equivalenti pur toccando entrambe il tema del controllo sulla riproduzione.
D) Zona grigia: questioni dibattute o dallo statuto incerto
Quest’ultima categoria non raccoglie divari ma candidati: questioni che circolano con insistenza nel dibattito sul genere ma che non superano il filtro empirico, per due motivi distinti – o perché i dati sulla loro stessa esistenza o portata sono troppo deboli o contesi, o perché il fenomeno è reale ma manca di una definizione abbastanza stabile da poterne misurare l’ampiezza come divario. Le elenco non per analizzarle, ma per dichiarare il confine della mappa: cosa ho considerato e scelto di lasciare fuori, e perché.
Esistenza o portata empiricamente contesa
Rischio di false accuse (uomini)
Si sostiene che gli uomini corrano un rischio significativo di false accuse di molestie o violenza sessuale; la prevalenza reale è genuinamente incerta, perché le stime oscillano enormemente col variare delle definizioni. La versione procedurale difendibile – asimmetrie documentabili in misure cautelari e presunzioni – semmai apparterrebbe ai divari di trattamento, non alle prevalenze.
Gap empatico (uomini)
Si ipotizza che la sofferenza maschile susciti sistematicamente meno compassione di quella femminile; l’idea trova qualche appoggio nella ricerca sull’in-group bias di genere e sul women-are-wonderful effect, ma l’evidenza resta limitata e difficile da tradurre in una misura robusta e generalizzabile.
Carico mentale (donne)
La componente invisibile di pianificazione e coordinamento della vita domestica è un concetto plausibile e diffuso, ma assai meno solidamente misurato del lavoro di cura osservabile (categoria B); il sostegno poggia in prevalenza su studi qualitativi più che su misure comparabili.
Fenomeni reali senza definizione condivisa
Solitudine maschile e fenomeno incel (uomini)
L’etichetta incel fonde due cose distinte – una condizione personale di esclusione affettiva e sessuale, fonte di sofferenza reale e prevalentemente maschile, e una sottocultura online ostile alle donne – che non coincidono; senza un oggetto definito, “quanti sono gli incel” finisce per contare cose diverse a seconda di chi risponde.
Fenomeno hikikomori (prevalentemente uomini)
Il ritiro sociale prolungato di tipo hikikomori è osservato e studiato, e i casi noti riguardano in prevalenza uomini giovani; la sua ampiezza e persino lo squilibrio tra i sessi cambiano però in modo decisivo con i criteri diagnostici adottati, e non c’è un divario stabile finché l’oggetto misurato varia da uno studio all’altro.
Sessismo e stereotipi nel dating (ambo i sessi)
Il terreno del dating è attraversato da aspettative asimmetriche su entrambi i lati – iniziativa e spesa sul versante maschile, sessualizzazione e doppio standard su quello femminile – reali ma difficili da quantificare come divari, perché si prestano più all’osservazione qualitativa che a una misura replicabile.
Note
Footnotes
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Per fare un esempio del criterio che ho utilizzato, dal lato maschile il riferimento che considero più solido è Richard Reeves, che in Of Boys and Men (2022) documenta gli svantaggi maschili con dati di buona qualità e, soprattutto, senza rinunciare a preoccuparsi anche di quelli femminili: è sua l’idea, che faccio mia, che si possano “tenere due pensieri in testa contemporaneamente”, occupandosi del divario retributivo che penalizza le donne e insieme di quello educativo che oggi penalizza i ragazzi.
Cito invece con maggiore cautela Warren Farrell (1993), il cui The Myth of Male Power ha avuto il merito storico di portare alla luce temi allora ignorati, ma la cui metodologia – la selettività delle statistiche, la tendenza a minimizzare i problemi delle donne per far risaltare quelli degli uomini – è esattamente ciò che qui provo a evitare; lo tratto come una genealogia da conoscere, non come un modello da imitare. ↩
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La spiegazione più diffusa del ritardo diagnostico è quella del “corpo maschile come default”: la ricerca clinica avrebbe storicamente studiato soggetti maschi, con la conseguenza di criteri diagnostici e dosaggi tarati sull’uomo. È un’ipotesi eziologica plausibile e sostenuta da una letteratura di rassegna, ma resta contesa – sull’entità dell’esclusione delle donne dai trial, sul periodo a cui si riferisce, e su quanto del divario odierno spieghi davvero, a fronte di spiegazioni concorrenti come la diversa presentazione clinica, l’età mediana di insorgenza più alta e il diverso profilo di comorbilità.
La registro come ipotesi, non come fatto: se pretendo studi che controllino i confondenti quando il divario penalizza gli uomini, devo pretenderli anche quando penalizza le donne. È esattamente il tipo di narrazione causale che ho osservato altrove – ad esempio in Invisible Women – e che contesto, e non intendo accettarla qui a condizioni più morbide solo perché va nella direzione opposta.
Fonti:
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