"No True Feminist" – chi decide i confini del femminismo?
Qualche mese fa ho lanciato una domanda nelle storie di Instagram.
Femminista è
A) chi si comporta da femminista
oppure
B) chi si definisce tale?
Se è la A, qual è la linea – anche solo tratteggiata – che separa i comportamenti femministi da quelli non femministi?
Se è la B, qualcuno ha il diritto di dire “no, non lo sei” sulla base di una definizione propria o condivisa?
Come spunto avevo usato il caso del collettivo francese Némésis, tornato al centro del dibattito dopo la morte di Quentin Deranque, un ragazzo di 23 anni che stava facendo il servizio d’ordine per una loro manifestazione a Lione il 12 febbraio 2026. Le risposte che ho ricevuto mi hanno dato parecchio su cui ragionare, e ci riprovo qui con più spazio.
Il problema della definizione
La maggior parte delle persone ha risposto, prevedibilmente, “femminista è chi il femminista fa”: una risposta comportamentale, non identitaria. Anch’io sono d’accordo, in linea di principio.
Le cose si complicano nel momento in cui ci si rende conto che, per stabilire chi si comporta da femminista, si debba prima capire cosa significhi concretamente essere femminista.
Le definizioni pratiche non si contano, e tra una frangia e l’altra esistono divergenze spesso inconciliabili.
L’esempio più evidente degli ultimi anni è la questione “le donne trans sono donne?”, che contrappone il transfemminismo alle femministe trans-escludenti (le cosiddette TERF): entrambe si definiscono, a ragione, femministe; entrambe criticano, a ragione secondo la propria logica interna, l’approccio della parte opposta.
Il punto è che le due posizioni non divergono su fatti o valori che potrebbero in linea di principio essere riconciliati: divergono sulla definizione stessa della categoria “donna”. Per il transfemminismo, il genere è prima di tutto un’identità – le donne trans sono donne perché si riconoscono come tali e vivono come tali, e escluderle riproduce la stessa logica di controllo sull’appartenenza alla categoria che il patriarcato ha sempre esercitato. Per le femministe gender-critical – che peraltro rifiutano l’etichetta TERF, considerandola un insulto – il progetto politico femminista si regge sull’analisi dell’oppressione basata sul sesso biologico: se “donna” diventa una categoria autodefinita, quella struttura analitica perde coerenza, e con essa la giustificazione degli spazi a una sola identità di genere.
Le conseguenze di questa divergenza sono concrete. Chi ha accesso ai rifugi per donne vittime di violenza? Come vengono assegnate le detenute alle carceri femminili? Chi può competere nelle categorie sportive femminili? Sono questioni in cui le due posizioni producono risposte opposte – e in cui entrambe sostengono di tutelare le donne più vulnerabili.
Le une escludono persone che le altre considerano donne a tutti gli effetti; le altre non intendono lottare per i diritti di individui che loro considerano uomini. Non c’è modo di dire che una delle due “sbaglia” senza già presupporre una definizione di donna – che è esattamente la questione in discussione.
Tornando al femminismo, un approccio più ecumenico sarebbe adottare la definizione più ampia possibile: “movimento di rivendicazione dei diritti delle donne”, ad esempio. Il problema è che questa formulazione sposta semplicemente il conflitto di un livello: per stabilire di chi rivendicare i diritti, bisogna pur sempre stabilire chi siano le donne. Allargare la definizione non risolve il nodo – lo nasconde.
Chi stabilisce i paletti
Nella pratica, i paletti vengono stabiliti da quella che è, in un determinato momento, la corrente dominante del movimento: non una leadership in senso formale, ma la frangia più popolare e visibile.
In questo periodo storico, in molte organizzazioni femministe mainstream e in buona parte del dibattito pubblico progressista nell’Occidente urbano, quella corrente è il femminismo intersezionale. Non si tratta di un giudizio di valore, bensì di una constatazione. E il punto rilevante è che chi detiene questa posizione di fatto finisce per esercitare un potere definitorio: decide chi appartiene al movimento e chi no.
Il caso Némésis
Némésis è un collettivo francese fondato nel 2019 da Alice Cordier, di orientamento nazionalista-identitario, che si presenta esplicitamente come femminista. Il nome viene dalla dea greca della vendetta – una scelta che dice già qualcosa sulla retorica del gruppo. Conta circa cento membri, si rivolge a donne dai 18 ai 30 anni ed è attivo in Francia, Svizzera e Belgio.
Il collettivo si è fatto conoscere per la prima volta nel novembre 2019, durante una manifestazione del Collectif NousToutes a Parigi, dove ha portato striscioni con statistiche sugli stupri attribuiti a stranieri e la scritta “Colonia, Rotherham, presto Parigi” 1.
Il suo manifesto indica tra gli obiettivi:
- Denunciare tutte le violenze perpetrate contro le donne nella vita quotidiana, sul posto di lavoro o per strada.
- Denunciare l’impatto dell’immigrazione di massa sulle donne affinché questo tema diventi oggetto di dibattito pubblico.
- Promuovere la civiltà europea come contesto di realizzazione femminile, non come responsabile della riduzione delle donne al ruolo di oggetti.
La sua tesi di fondo è che l’immigrazione non europea – in particolare maschile e musulmana – rappresenti la minaccia principale per le donne europee. I suoi legami con movimenti come Génération identitaire, l’Action française e il Rassemblement national sono documentati 2. La stampa l’ha soprannominato le “Femen di estrema destra”; negli studi accademici si parla di femonazionalismo per descrivere l’uso strumentale del linguaggio femminista da parte di movimenti nazionalisti.
Le posizioni sull’immigrazione rendono Némésis incompatibile con il femminismo intersezionale, che considera la critica all’immigrazione strutturalmente razzista e dunque in contraddizione con la lotta alle oppressioni multiple. NousToutes e altri collettivi li hanno condannati come razzisti; in Svizzera sono stati espulsi più volte da eventi femministi.
Eppure, senza annacquare troppo la definizione di femminismo, si può vedere come – almeno sul piano della logica formale – questo collettivo possa rientrare in una definizione ampia del movimento: si oppone alla violenza contro le donne, rivendica spazio pubblico per le istanze femminili, si preoccupa delle condizioni di vita delle donne.
Non è mia intenzione fare un’apologia di Némésis: non conosco abbastanza la loro realtà per farlo, e alcune delle loro posizioni mi sono estranee. Il punto è un altro, ovvero la struttura logica e le giustificazioni con cui vengono escluse dal femminismo.
La fallacia del “No True Feminist”
C’è un motivo se questo blog si chiama No True Feminist.
Quella del “No True Scotsman” è una fallacia logica resa celebre dal filosofo Antony Flew: quando un membro di un gruppo si comporta in modo inatteso o scomodo, si ridefinisce il gruppo per escluderlo. “Nessun vero scozzese farebbe una cosa del genere” – e quindi, chiunque la faccia, per definizione non è un vero scozzese.
Applicata al femminismo, la dinamica funziona così: quando un sottogruppo porta istanze che danneggiano l’immagine o mettono a disagio la corrente dominante, la risposta è dissociarsi – “quelle non sono vere femministe” – invece di aprire una discussione interna sui motivi di quella divergenza.
Questo non significa che tutte le esclusioni siano arbitrarie, né che un movimento non possa avere una posizione. Significa che quando la priorità diventa preservare l’immagine del gruppo anziché confrontarsi nel merito, si smette di fare analisi e si inizia a fare gestione dell’identità.
8 marzo, Roma: il cortocircuito
Pochi giorni dopo aver condiviso quelle storie su Némésis, mi sono trovata a ragionare su un episodio che mi sembra illustrare la stessa struttura logica, ma ribaltata.
L’8 marzo 2026, a Roma, un gruppo di cittadine iraniane si presenta al corteo organizzato da Non una di meno con l’intenzione di partecipare. Vogliono ricordare le donne iraniane uccise dal regime di Teheran. Portano volantini con le loro immagini e parole che spiegano quello che succede nel loro paese.
Nei video circolato online si vede principalmente una donna iraniana che parla degli interventi militari come possibile strumento di liberazione da un regime teocratico che opprime il suo popolo da quasi cinquant’anni.
Una catena umana di attiviste le blocca, al grido di “Fuori la guerra dal corteo!”. Le donne iraniane vengono di fatto espulse dalla manifestazione dell’8 marzo, la Giornata Internazionale delle Donne.
Afsaneh Mitus, attivista iraniana, ha raccontato l’accaduto in un articolo per la Fondazione Bellisario. Riporto alcune righe:
«Fuori la guerra dal corteo!» ci è stato gridato da un gruppo di attiviste femministe che poi abbiamo scoperto appartenere all’associazione donne di «Non una di meno». A quel punto, una catena umana ci ha impedito di entrare nel corteo e nel mentre ci venivano rivolti insulti. […] E oggi, sì, a mente lucida, posso dire di essere arrabbiata e di chiedermi dove erano quelle donne negli ultimi 47 anni di arresti, torture ed esecuzioni da parte degli ayatollah? E con che diritto usano e strumentalizzano il sacrificio di milioni di donne iraniane per manifestare la loro avversione a Trump e Israele? Se pensano che la guerra non sia una soluzione, come credono che il popolo, le donne iraniane possano uscire dall’incubo del regime?
La difesa di Non una di meno è che le donne iraniane avrebbero inneggiato alla guerra, in contrasto con la posizione antimilitarista del corteo.
Liquidare tutto questo come “pro-guerra” è già discutibile. Ma quello che rende il confronto difficile da ignorare è un’asimmetria nei criteri.

Cartello ‘Fucilarli tutti per non educarne nessuno’ a una manifestazione di Non una di meno
Un singolo cartello non rappresenta un movimento, e sarebbe scorretto usarlo per caratterizzare Non una di meno nella sua interezza. Eppure cartelli con la scritta “fucilarli tutti per non educare nessuno” – ribaltamento macabro dello slogan maoista “colpirne uno per educarne cento” – sono documentati alle manifestazioni che NUDM organizza senza che generino espulsioni o prese di distanza pubbliche.
Le donne iraniane, invece, sono state bloccate fuori dal corteo. La domanda non è chi rappresenta il “vero” movimento: è perché certi contenuti vengono giudicati accettabili e altri no, e con quali criteri.
La risposta scomoda è che quei criteri riguardano più l’allineamento politico che la protezione delle donne.
Due casi, una struttura
Némésis viene esclusa perché le sue posizioni – razziste, identitarie, funzionali all’estrema destra – contraddicono i valori del femminismo intersezionale. L’idea di base è: non puoi chiamarti come vuoi, perché il femminismo ha dei valori, e i tuoi non li rispettano.
Le donne iraniane vengono escluse non perché le loro posizioni contraddicano il femminismo – tutt’altro. Vengono escluse perché la loro presenza è giudicata scomoda, strumentalizzabile, in contrasto con un’agenda politica più ampia. Il messaggio che viene loro rivolto: la vostra causa è giusta, ma adesso non è il momento, e non in questo modo.
Nel primo caso l’esclusione pretende di essere una questione di valori. Nel secondo pretende di essere una questione di tattica. Il risultato, però, è lo stesso: alcune donne vengono lasciate fuori. E in entrambi i casi, chi decide chi sta dentro e chi sta fuori è lo stesso soggetto.
Non è irrilevante notarlo. Un movimento che si definisce universale e inclusivo, ma che costruisce gerarchie su chi merita solidarietà in base all’allineamento politico del momento, ha un problema di coerenza che non si risolve accusando chi lo fa notare di strumentalizzazione di destra.
Afsaneh Mitus lo scrive con una chiarezza che non ha bisogno di commenti:
I diritti umani, e lo stesso femminismo, o sono universali o non sono tali. Il femminismo non esclude ma include, è una battaglia collettiva.
Una nota sul mio approccio
Qualora questo fosse il primo articolo su cui tu, lettore, hai posato gli occhi, ho scritto tutto questo da una prospettiva antisessista, non femminista in senso stretto – e la distinzione è rilevante. Per come la vedo io, l’antisessismo non è un’identità da difendere ma un criterio: ci si oppone al sessismo verso tutti i generi, e lo si valuta nel merito, caso per caso, senza stabilire in anticipo chi appartiene al “vero” movimento.
L’obiettivo qui non è tracciare il confine del “buon femminista”. Mi interessa piuttosto fare la domanda che i due casi di questo articolo rendono difficile eludere: un movimento che dice di lottare per tutte le donne, e poi costruisce gerarchie su chi merita solidarietà in base all’allineamento politico del momento sta ancora facendo quella cosa?
Letture e approfondimenti
- Collectif Némésis, Manifeste.
- Perché non sono femminista (ma antisessista per ora sì) – l’articolo che introduce la mia posizione antisessista e il contesto da cui parte questa discussione.
- Antisessismo e femminismo non sono la stessa cosa – nemmeno per bell hooks – una lettura critica di bell hooks sulla distinzione tra i due approcci.
Note
Footnotes
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“Cologne, Rotherham, bientôt Panam” è uno slogan che si riferisce a tre casi entrati nell’immaginario europeo come simboli della violenza sessuale commessa da uomini immigrati: le aggressioni di massa di Capodanno 2015 a Colonia, lo scandalo degli abusi su migliaia di minori da parte di gang a maggioranza pakistana a Rotherham, in Inghilterra, e la profezia implicita su Parigi (Panam è un soprannome della capitale francese). ↩
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Alice Cordier si è formata politicamente nell’Action française, di cui non disconosce l’eredità. Nel 2019 Némésis ha sfilato fianco a fianco con Génération identitaire – collettivo identitario poi messo fuori legge nel 2021. Il rapporto col Rassemblement national non è di affiliazione formale, ma di vicinanza ideologica e sostegno reciproco: alcune militanti hanno lavorato come assistenti parlamentari RN o si sono candidate per il partito, e il collettivo ha apertamente sostenuto il RN alle legislative del 2024.
Articoli di approfondimento: Franceinfo.fr, Liberation.fr, Humanite.fr ↩