Dovrei definirmi antifemminista?

C’è una domanda che mi ronza in testa da un po’, e più cerco di metterla a fuoco, più si complica. La domanda è semplice: dovrei definirmi antifemminista?

Non si tratta di capire cosa penso – quello è abbastanza chiaro. Un fatto certo è che non condivido i presupposti fondamentali del femminismo contemporaneo. Non credo che il patriarcato, inteso come sistema organizzato di oppressori e oppresse, descriva in modo corretto e utile la realtà in cui viviamo. Non credo che le disuguaglianze tra uomini e donne siano sistematicamente e intenzionalmente costruite a svantaggio di queste ultime. Su tutto questo non ho particolari dubbi, anche perché sono anni che ci ragiono sopra.

La difficoltà è altrove: sta nell’etichetta, o meglio in ciò che un’eventuale etichetta comunica a chi la riceve.

Il peso di un prefisso

“Anti-” non è un prefisso neutro: significa contrasto, posizione contraria. In pratica, dichiararsi contro qualcosa significa costruire la propria identità attorno a un’opposizione – e le opposizioni, per loro natura, tendono a radicalizzarsi.

C’è poi il problema del linguaggio condiviso. Nel parlare comune, “femminismo” significa ancora, per la maggior parte delle persone, “lotta per i diritti delle donne”. In questo contesto, dichiararsi anti-femminista suona come dichiararsi contro quei diritti, che è esattamente l’opposto della mia posizione. Le etichette non vivono solo nella mente di chi le sceglie: vivono nelle associazioni di chi le riceve, e su quelle posso dire di aver ben poco controllo.

Va detto che la Treccani (che pure si è distinta in passato per non essere particolarmente antifemminista) fornisce una definizione talmente sobria da includermi senza problemi:

Atteggiamento e comportamento di chi è contrario al femminismo.

Treccani online, definizione di «antifemminismo»

Niente di cui lamentarsi, tecnicamente. Il problema è che questa definizione non è quella che circola nel linguaggio reale. Basta fare un giro sui social per rendersene conto: in certi thread di Reddit italiani, per esempio, “antifemminismo” viene usato come sinonimo diretto di misoginia, senza distinguo. Il tema della critica razionale al movimento e alle sue istanze non è nemmeno contemplato come possibilità.

C’è infine la questione della compagnia. Che piaccia o no, sotto l’ombrello “antifemminismo” si raccolgono anche persone che si oppongono attivamente ai diritti delle donne, o che ritengono gli uomini semplicemente superiori. In pratica: si scrive antifemminismo e si legge pro-sessismo. Non importa se quella lettura è scorretta o se riguarda una minoranza – le etichette non selezionano, raccolgono.

Del resto, il termine nasce già come contenitore eterogeneo. Quando Marianne Hedwig Dohm lo coniò nel 1902, classificò gli antifemministi in quattro categorie: i conservatori religiosi, gli attivisti per i diritti “dell’uomo”, gli egoisti pratici mossi da interessi personali, e i paternalisti convinti di proteggere le donne da sé stesse. Quattro posizioni che hanno poco o nulla in comune – accomunate solo dall’opposizione a qualcosa – non sono, ahimè, un precedente incoraggiante.

Un’agenda, non una critica

Una delle ragioni per cui l’etichetta mi pesa è che, nel discorso contemporaneo, “antifemminismo” ha smesso di designare (o forse non è mai stata) una posizione critica, ed è diventata qualcosa di più strutturato e di più pesante.

Nel 2024 il NS-Dokumentationszentrum di Colonia ha ospitato una mostra intitolata Antifeminismus: Eine politische Agenda, che offre una definizione illuminante: l’antifemminismo non descriverebbe una critica al femminismo, bensì un’agenda politica il cui obiettivo è prevenire o limitare la partecipazione di tutte le persone ai processi sociali e democratici. Secondo questa lettura, non si tratta di dissentire da certe teorie, ma di ostacolare attivamente diritti e spazi di rappresentanza.

Su questa linea si muovono anche le analisi provenienti dall’ambiente della sinistra antagonista: l’antifemminismo viene letto come componente organica dei movimenti di estrema destra, legato a un progetto esplicito di “restaurazione patriarcale” – in pratica, riportare le cose a com’erano, ridistribuire autorità e privilegi secondo categorie biologiche, smantellare le politiche di genere come minaccia all’ordine naturale delle cose.

Una lettura politicamente orientata che non condivido per nulla, ma sarei ingenua a ignorare che si tratta probabilmente di quella che più si è sedimentata nell’immaginario di buona parte del discorso pubblico. Quando qualcuno mi sentisse dire “sono antifemminista”, è quasi certamente questa la cornice entro cui inquadrerebbe la mia posizione, non una critica metodologica al concetto di patriarcato.

Il punto non è che quella cornice sia giusta. È che esiste, è diffusa, e ignorarla non serve a nessuno.

Il paradosso del “nemico comune”

È risaputo che il femminismo sia un movimento molto frammentato. Ci sono i femministi liberali, i marxisti, i radicali e gli intersezionali, i trans-inclusivi e le trans-esclusive (le cosiddette TERF), gli eco-femministi e le femministe del sex work. Spesso queste correnti si odiano cordialmente tra loro. Eppure in un qualche modo rimangono unite sotto lo stesso tetto, e una delle ragioni principali è l’identificazione di un nemico comune: il patriarcato, il sistema, il maschile in quanto categoria.

È una strategia antica e collaudata. Il rischio, però, è che anche un eventuale movimento critico del femminismo cada nella stessa trappola: unirsi attorno al “contro”, invece che attorno a un progetto. Un antifemminismo che si definisce solo per negazione non ha granché da offrire, e il rischio che finisca per replicare la logica che esso stesso critica è molto alto.

La differenza con il maschilismo

Qualcuno potrebbe chiedermi: se sei critica del femminismo, sei forse maschilista? La risposta è no, ovviamente, ma al tempo stesso capisco da dove arrivi la domanda.

Il femminismo è prima di tutto un movimento politico con una teoria strutturata, istituzioni proprie, e una presenza rilevante nelle università, nelle aziende e nelle leggi. Il maschilismo, nel senso comune del termine, è più una credenza: l’idea che gli uomini siano superiori alle donne, o che gli interessi maschili debbano prevalere su quelli femminili.

Si può essere femministe senza mai odiare gli uomini; essere maschilisti, invece, implica quasi per definizione una svalutazione delle donne. Non sono la stessa cosa specchiata.

Esiste anche il movimento per i diritti degli uomini (MRA, ovvero Men’s Rights Activists), che si occupa di questioni concrete e spesso trascurate: custodia dei figli, suicidio maschile, aspettative sociali tossiche imposte agli uomini. Con queste istanze ho una certa simpatia, anche se non con tutto ciò che si trova sotto quell’ombrello, nella consapevolezza che, purtroppo, si tratta di realtà che talvolta attraggono uomini che disprezzano le donne e ne strumentalizzano le idee misogine. Eppure non mi definirei mai “anti-MRA” per la stessa ragione per cui esito a definirmi antifemminista: condivido almeno in parte i presupposti di fondo, ossia che i problemi specifici degli uomini meritino attenzione.

Personalmente ho un modo per testare dove si colloca davvero chi si dice antifemminista. La domanda è semplice: pensi che il femminismo possa ancora avere senso in Iran? In Afghanistan? In Pakistan?

Chi risponde no – chi ritiene che il femminismo sia un’ideologia inutile o dannosa ovunque e in ogni contesto – sta dicendo qualcosa di preciso su sé stesso. Chi risponde sì, invece, sta dichiarando implicitamente che la sua critica riguarda il femminismo contemporaneo di stampo occidentale, non l’idea di parità in quanto tale.

È una distinzione che mi sembra fondamentale, e che spesso manca nel dibattito. Io al femminismo come strumento di emancipazione in contesti dove le donne non godono di diritti elementari non mi oppongo affatto (come se ci fosse bisogno di specificarlo). Piuttosto, mi oppongo a un certo paradigma ideologico – quello del patriarcato come sistema intenzionale e universale – che ritengo non descriva in modo adeguato la realtà italiana, europea o occidentale contemporanea. Non è la stessa cosa.

Il femminismo istituzionalizzato

C’è però un argomento a favore del label “antifemminista” che non riesco a ignorare del tutto.

Il femminismo contemporaneo non è più solo un movimento dal basso: è presente nei curriculum universitari, nelle politiche aziendali sulla diversità e inclusione, nelle leggi, nelle istituzioni internazionali. Molte delle sue categorie – “privilegio”, “gender gap”, “mansplaining” – sono entrate nel linguaggio mainstream con una velocità sorprendente. Questo non significa automaticamente che abbiano torto, ma significa che opporsi a certe idee non è più opporsi a un gruppo marginale: è opporsi a un paradigma dominante.

In questo contesto, distanziarsi in modo chiaro ha un senso e un valore preciso.

Dire “non sono femminista” lascia troppo nell’ambiguità. Dire “sono critica dei presupposti fondamentali del femminismo contemporaneo” è più specifico, ma scomodo da pronunciare a ogni conversazione. Un’etichetta, quella di antifemminismo, che nonostante tutti i suoi limiti sintetizza una posizione.

La tensione che non si risolve

Ed eccomi al punto, alla contraddizione che non riesco a dissolvere (e forse va bene così).

Da un lato, l’onestà intellettuale mi spingerebbe verso l‘“anti-”, dal momento che non concordo con i presupposti teorici del femminismo: questa è una posizione intellettuale precisa, e ha senso darle un nome. Nascondermi dietro formule vaghe come “non mi identifico con il femminismo” rischia di essere una forma di viltà o, peggio, di ambiguità strategica.

Dall’altro lato, voglio che quello che faccio costruisca qualcosa, non si limiti a opporsi. Desidero sopra ogni cosa tenere aperto il dialogo con chi la pensa diversamente – e temo che definirmi “anti-” in partenza significa alzare una barricata prima ancora di iniziare a parlare. Ci sono femministe e femministi con cui ho punti di contatto reali, e non voglio precludermi quella conversazione per principio. Se poi sarà l’altra parte a chiudere il confronto, almeno potrò dire di averci provato.

C’è poi un aspetto pratico che non posso ignorare: per certi interlocutori, non definirsi femminista è già sufficiente per essere catalogata come nemica. L‘“anti-” non aggiungerebbe molto alla conversazione, se non un ulteriore invito al rifiuto, se non alla guerra aperta.

In sostanza, esiste un problema di percezione che non si può aggirare con la sola chiarezza concettuale. “Femminismo” è una parola con un’aura variabile: a seconda del contesto, può evocare parità, o esagerazione, o ideologia, o semplicemente buone intenzioni. “Antifemminismo” ha un’aura quasi sempre negativa, indipendentemente dal contesto – come se il prefisso anti- bastasse da solo a colorare tutto di reazione e ostilità. Non è una questione di contenuto, ma di suono: il termine porta con sé un fardello che non si riesce a scrollarsi di dosso.

Forse il problema, alla fine, è proprio che la parola giusta non esiste (ancora).

Per ora, la soluzione che mi convince di più è non adottare l’etichetta come modo di presentarmi o di descrivere il mio “lavoro”, ma non rifiutarla neanche se qualcuno me la attribuisce. Preferisco spiegare, caso per caso, cosa penso e perché: senz’altro meno efficiente di un’etichetta, ma più autentico.

Quello che so con certezza è che non voglio costruire la mia identità attorno a un “contro”. Voglio costruirla attorno a qualcosa di affermativo: l’idea che le persone meritino di essere valutate come individui, non come membri di categorie oppresse o privilegiate; che i problemi reali di uomini e donne si affrontino meglio con dati e buona fede che con schemi ideologici precostituiti; che il dialogo, anche scomodo, sia più utile del posizionarsi dentro trincee nemiche.

Se tutto ciò mi rende antifemminista, forse lo sono, e non è un problema. Ma preferirei che la conversazione iniziasse da quello che dico, non da come mi si classifica.

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