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Conflict Tactics Scales — critiche e risposte
Conflict Tactics Scales — critiche e risposte

Nella prima parte abbiamo visto cos’è la CTS, come funziona, quali scelte teoriche la guidano e che cosa emerge quando la si applica.

Qui entriamo nel merito delle critiche: quali sono solide dal punto di vista metodologico, quali confondono lo strumento con l’uso che se ne fa, e quali risposte reggono davvero.

Il nodo politico: perché la CTS è controversa

Lo stesso Straus osserva candidamente che le critiche più frequenti alla CTS riflettono differenze ideologiche piuttosto che evidenze empiriche.

Molti studiosi femministi rifiutano la CTS perché gli studi che la utilizzano trovano che uomini e donne sono violenti in percentuali simili – risultato che contraddice la teoria secondo cui la violenza tra partner è commessa quasi esclusivamente dagli uomini come mezzo di dominazione. Questo dato viene quindi assunto come prova prima facie dell’invalidità della CTS.

Straus nota due ironie.

  • La CTS ha fornito alcune delle migliori evidenze a conferma del legame tra dominanza maschile e violenza tra partner – un punto centrale della teoria femminista.

  • Molti ricercatori femministi usano la CTS nelle loro ricerche, per poi riproporre nel paper le critiche allo strumento; queste critiche vengono poi citate in altri articoli come se costituissero evidenza empirica, creando l’impressione che esista un vasto corpo di dati a dimostrazione dell’invalidità dello strumento, quando in realtà si tratta della ripetizione delle stesse opinioni non validate.

La posizione di Straus è evidentemente di parte, in quanto creatore dello strumento, ma rimane un punto di partenza utile perché pone la domanda nei termini giusti: quali delle critiche alla CTS sono genuinamente metodologiche, e quali sono invece posizionamenti ideologici?

Le critiche robuste

Alcune critiche alla CTS sono fondate, largamente condivise nella letteratura (anche da ricercatori non ostili alla family violence tradition), e indicano limiti genuini dello strumento.

La decontestualizzazione degli atti

La critica più forte riguarda il fatto che la CTS riduce la violenza a una checklist di atti discreti, senza informazioni sul contesto, sulla sequenza, sulle intenzioni o sulle conseguenze.

Come abbiamo visto nella prima parte, questa è una scelta progettuale esplicita: Straus sostiene che contesto e conseguenze devono essere misurati separatamente dal comportamento per poter testare teorie sui loro effetti.

I critici ribattono che alcune distinzioni sono troppo importanti per essere rimandate a misurazioni successive.

All’esempio di Straus secondo cui un test di spelling mantiene la sua utilità nonostante non misuri né le cause dei punteggi scarsi né le conseguenze delle capacità ridotte di uno studente, Kimmel replica che l’analogia è inadeguata [Kimmel 2002]: se non misuri gravità, eventuali schemi ricorrenti e conseguenze degli “errori”, rischi di confondere problemi diversi e di intervenire nel modo sbagliato. 1

In particolare, la CTS classificherebbe come “slap” sia un buffetto scherzoso sulla mano, sia uno schiaffo in faccia per punire e intimidire: chiamarli con lo stesso nome non è una sfumatura, bensì un errore categoriale.

Il problema è illustrato bene da Margolin [Margolin 1987], che usa la CTS nei propri studi ma documenta sistematicamente i suoi limiti. In due coppie la stessa etichetta nascondeva realtà opposte: da un lato atti scherzosi (calci giocosi a letto) conteggiati come “violenza grave”; dall’altro un singolo atto difensivo della moglie classificato come più grave rispetto a una lunga storia di abusi del marito. La CTS, applicata meccanicamente, può quindi sovrastimare atti innocui e al tempo stesso invertire la direzione dell’abuso.

Questa critica è legittima, ed è significativo che venga non solo da critici esterni della tradizione quantitativa come Dobash o Nazroo, ma anche da utilizzatori della CTS come Margolin stessa.

Straus ha in parte ragione nel dire che nessuno strumento può misurare tutto, e che aggiungere contesto rischia di renderlo ingestibile. Anche Dutton e Nicholls [Dutton & Nicholls 2005], riprendendo l’esempio del kicking da parte della donna, sottolineano che la CTS, come ogni strumento ad ampio spettro, riduce necessariamente i dati, e che lo stesso problema di decontestualizzazione vale in linea di principio anche per la violenza maschile – punto che i Dobash non sembrano considerare.

Al tempo stesso, i critici hanno ragione nel dire che certe informazioni contestuali minime – soprattutto sulla gravità e sull’intenzione – sono così centrali alla definizione stessa di “violenza” che escluderle compromette lo strumento.

Uno studio [Lehrner & Allen 2014] condotto su 34 studentesse universitarie intervistate dopo aver compilato la CTS2 ha trovato che il 58% di quelle classificate come violente riportava, al follow-up qualitativo, episodi di “violenza” giocosa o scherzosa tra i comportamenti che avevano indicato. Per circa un quinto, gli atti registrati dalla CTS erano esclusivamente giochi, senza alcuna violenza reale nel rapporto; per il resto, gli atti giocosi si sommavano a episodi di violenza genuina, gonfiando frequenza e gravità del punteggio CTS.

Un altro paper [Nazroo 1995] illustra bene la portata empirica del problema. L’autore ha intervistato separatamente ambo i membri di 96 coppie conviventi, codificando poi lo stesso materiale in modi diversi: prima con una misura puramente act-based analoga a quella della CTS, poi tenendo conto del contesto immediato degli episodi (chi iniziava, chi si difendeva, intento intimidatorio, conseguenze).

Con la sola misura act-based le donne risultavano addirittura più violente degli uomini (55% contro 38%). Una volta reintrodotto il contesto, il quadro si capovolgeva: gli uomini erano 4-5 volte più propensi a usare violenza “minacciosa” o “pericolosa”, e gli episodi classificati come equivalenti dalla misura act-based risultavano di natura molto diversa – da un lato violenza coercitiva e ripetuta, dall’altro reazioni difensive, singoli episodi isolati o aggressioni che i partner maschi respingevano senza difficoltà.

Lo studio non dimostra che un conteggio act-based sia “sbagliato” nel senso che i rispondenti mentano – mostra che atti nominalmente identici possono avere significati e conseguenze radicalmente diversi, e che questa informazione è centrale per capire cosa sia accaduto.

È utile anche sottolineare che studi che hanno misurato esplicitamente il contesto – distinguendo atti coercitivi, difensivi e giocosi – trovano che la simmetria di genere nei campioni comunitari tende a mantenersi anche dopo la correzione. Il problema dei jokes e degli atti difensivi è quindi un limite reale della CTS, ma non sembra da solo sufficiente a spiegare la simmetria che la scala rileva nei campioni rappresentativi.

La bassa concordanza tra partner

La CTS viene tipicamente somministrata a un solo partner per coppia. Questo significa che i dati di ogni rispondente vengono trattati come una stima affidabile di quello che è accaduto nella relazione. Ma quando si intervistano entrambi i partner separatamente sugli stessi episodi, quanto concordano nelle risposte? Se la concordanza è alta, l’approccio regge; se è bassa, le stime di prevalenza aggregate diventano problematiche.

La meta-analisi di Archer [Archer 1999] ha trovato correlazioni medie intorno a 0.50 tra le risposte dei due partner. La domanda è come questo valore vada interpretato.

Gli studi che hanno esaminato le coppie in dettaglio hanno una risposta piuttosto netta.

Uno studio [Szinovacz 1983] su 103 coppie trovò che l’accordo tra partner sulle singole domande della CTS era basso (0-38% a seconda della domanda, considerando solo le coppie in cui almeno un partner riportava violenza). Per l’atto “beat up” (“picchiare”) l’accordo era zero: nessuna coppia in cui un partner dichiarava di aver subito botte corrispondeva a un partner che dichiarava di averle inflitte.

Una ricerca successiva [Dobash et al. 1998] su 95 coppie documenta in modo sistematico la direzione della discordanza: su quasi tutte le domande riguardanti violenza fisica e lesioni, gli uomini riportano livelli significativamente inferiori rispetto alle donne. Non si tratterebbe quindi di rumore casuale, ma di un bias direzionale.

Questa è una critica metodologicamente seria. Le survey nazionali [Straus & Gelles 1990] hanno sempre intervistato un solo partner per coppia, trattando le risposte come equivalenti. Se i due partner forniscono resoconti diversi, non si può derivare una stima affidabile della prevalenza aggregando responsi individuali senza una strategia esplicita di gestione della discordanza.

Va però precisato cosa una bassa concordanza dimostri e cosa no.

Un aspetto è che i responsi individuali siano imprecisi. Invece, non mostra da sola in quale direzione si distribuisca l’errore: potrebbe essere che gli aggressori minimizzino, che le vittime amplifichino, che entrambi i partner abbiano soglie percettive diverse, o una combinazione di questi fenomeni.

I critici tendono ad assumere la prima interpretazione come stabilita, ma questo richiede argomenti indipendenti. Dutton e Nicholls [Dutton & Nicholls 2005] propongono un criterio semplice: nelle survey rappresentative, le frequenze relative di violenza maschile e femminile risultano simili a prescindere dal sesso del rispondente [Stets & Straus 1992]. Se gli uomini sotto-riportassero sistematicamente la propria violenza, i sondaggi condotti solo su uomini dovrebbero restituire un quadro diverso da quelli condotti solo su donne – cosa che non accade.

Il punto di Dutton e Nicholls è che la discordanza intra-coppia può coesistere con una stabilità dei dati aggregati: due partner possono ricordare o riportare diversamente lo stesso episodio senza che questo distorca sistematicamente le stime di prevalenza a livello di popolazione, che è il livello a cui la CTS viene effettivamente usata nei dibattiti sulla simmetria di genere. In concreto, i tassi di “violenza solo femminile” risultano più alti dei tassi di “violenza solo maschile” sia nei campioni di soli uomini sia in quelli di sole donne [Stets & Straus 1992] – il che indica che la stabilità non riguarda solo i livelli assoluti ma anche la direzione relativa tra i generi.

Resta il fatto, documentato dai Dobash, che quando si scende al livello di singola coppia la direzione della discordanza è asimmetrica: gli uomini riportano meno delle donne sugli stessi eventi. Conciliare le due osservazioni è un problema aperto.

Il fallimento nel rilevare differenze note

Uno degli argomenti più eleganti sollevati [Dobash et al. 1992] riguarda l’incapacità della CTS di rilevare differenze di violenza tra gruppi già osservate da fonti indipendenti.

L’esempio è quello degli step-parents – genitori adottivi o affidatari – rispetto ai genitori naturali: studi basati su omicidi e dati clinici mostrano che un genitore acquisito ha probabilità di uccidere un bambino piccolo circa cento volte superiori a quelle di un genitore biologico 2 [Daly & Wilson 1988].

Quando la CTS è stata applicata a un campione di 6000 famiglie americane per testare l’ipotesi [Gelles & Harrop 1991], non solo non hanno trovato tassi più alti di violenza da parte degli step-parents, ma anzi hanno rilevato tassi di violenza complessiva più bassi verso i figliastri rispetto ai figli biologici, e tassi di violenza grave indistinguibili tra i due gruppi.

L’argomento è particolarmente forte perché non ha nulla a che fare con il genere: è un test di calibrazione dello strumento, condotto su un confronto dove la risposta corretta sarebbe già nota.

Se un bias di questo tipo opera nel confronto tra tipologie genitoriali, l’eventualità che si verifichi anche nel confronto tra mariti e mogli smette di essere una congettura e diventa un’ipotesi da prendere sul serio.

Il problema dei due campioni

Autori come Kimmel osservano che la letteratura sull’IPV si divide in due filoni che producono risultati sistematicamente diversi [Kimmel 2002]: i family conflict studies basati sulla CTS, che su campioni comunitari rappresentativi rilevano tassi più alti di violenza e simmetria di genere; e i crime victimization studies (NCVS, NVAW ecc.) che, inquadrando le domande in termini di crimine subìto, trovano tassi più bassi e una forte asimmetria maschile.

Ciò che Kimmel afferma è che queste due letterature non si contraddicono: stanno misurando fenomeni diversi con distribuzioni di genere diverse.

  • La CTS cattura bene la violenza “comune” – episodi che emergono da conflitti specifici, spesso bidirezionali, di rado gravi – e la trova simmetrica.
  • Le statistiche relative ai reati violenti catturano invece la violenza strumentale, usata per controllare o intimidire, inserita in un pattern che persiste oltre il singolo episodio, e che risulta fortemente asimmetrica.

I due strumenti sarebbero quindi tarati su fenomeni diversi, e confrontarne i risultati come se misurassero la stessa cosa è un errore.

A questo Kimmel aggiunge due osservazioni.

  • La CTS esclude per costruzione due categorie di violenza fortemente asimmetriche – la violenza sessuale (assente nella CTS originale) e la violenza da ex-partner (le survey classiche intervistavano solo coppie conviventi), che secondo i dati del Department of Justice è perpetrata da uomini in oltre il 90% dei casi [Greenfeld et al. 1998].

  • In tutte le altre aree della vita sociale gli uomini compiono violenza in rapporti di 9:1 rispetto alle donne. Possibile che le donne siano pacifiche fuori casa e tanto violente quanto gli uomini tra le mura domestiche? Nessuna delle risposte disponibili è compatibile con una lettura della CTS come descrizione completa del fenomeno.

La proposta di Kimmel è di riconciliare le due letterature riconoscendo che misurano forme diverse di violenza – proposta che riprende e sviluppa la distinzione che Johnson aveva formalizzato qualche anno prima, e di cui parleremo nel prossimo capitolo.

L’inflazione interpretativa

Il modo in cui la CTS classifica gli episodi di violenza produce stime che possono essere interpretate in modo problematico.

Chi ha lanciato una volta un oggetto senza colpire nessuno è classificato come autore di “violenza grave” nella stessa categoria di chi ha usato un coltello in modo ripetuto. Le stime aggregate che ne derivano (es. “2 milioni di donne picchiate annualmente”) rischiano di accorpare realtà molto diverse sotto la stessa etichetta.

Straus risponde che questo problema è mitigato dalla possibilità di ponderare per frequenza e di usare sottoscale di gravità.

È una risposta parziale: le ponderazioni esistono nello strumento, ma nella pratica molti studi che citano la CTS presentano stime di prevalenza basate sulla soglia minima (almeno un atto), e queste stime circolano nel dibattito pubblico senza le qualificazioni necessarie.

Va distinta questa critica da un’altra che Straus liquida come “erronea” – quella per cui la CTS “equipara atti di gravità molto diversa”. Quella riguardava la distinzione tra atti (schiaffo vs. pugno vs. coltello) e Straus risponde correttamente che esistono sottoscale minori/gravi.

La critica qui è diversa: riguarda piuttosto la soglia per classificare un rispondente come “violento”. Un singolo atto qualsiasi sulla checklist – anche il più lieve tra quelli classificati come “gravi” – basta per entrare nella categoria, e le stime aggregate ne risentono.

Le critiche parzialmente valide

Alcune critiche sono fondate in linea di principio, ma vengono applicate in modo asimmetrico, il che ne indebolisce la forza argomentativa complessiva.

La questione dell’autodifesa

I critici sostengono che la CTS non distingue tra violenza offensiva e difensiva, e che questo distorce i risultati: quando una donna colpisce il partner, potrebbe farlo per autodifesa o in risposta a violenza pregressa, e trattare quell’atto come equivalente a un colpo inflitto in un contesto di dominio coercitivo è fuorviante.

Alcuni studi [Dobash & Dobash 2004] riportano che nelle coppie in cui entrambi usano violenza, il 75% delle donne descrive la propria violenza come “sempre” in autodifesa (e il 54% degli uomini concorda).

L’osservazione è legittima: la simmetria degli atti non implica simmetria delle motivazioni, e questa distinzione è importante. Tuttavia l’argomento presenta due problemi applicativi.

  • Il modo in cui l’autodifesa viene misurata è spesso problematico. Chiedere retrospettivamente a qualcuno che ha commesso violenza “in che percentuale stavi agendo in autodifesa?”, infatti, è una domanda che invita alla razionalizzazione – un fenomeno ben noto nella letteratura sui self-report.
    Se applicassimo lo stesso scetticismo in modo simmetrico, dovremmo trattare entrambi con la stessa cautela.

  • Campioni come quelli usati da Dobash (95 coppie in cui l’uomo è stato condannato per violenza contro la partner) sono selezionati a posteriori per massimizzare l’asimmetria: coppie in cui è stato dimostrato giudizialmente un pattern di abuso maschile.
    In quel contesto specifico, che la violenza femminile sia prevalentemente reattiva è plausibile. Ma generalizzare da questo campione alla popolazione generale è metodologicamente azzardato. Campioni diversi – coppie universitarie, coppie comunitarie, coppie in terapia – mostrano pattern diversi, come la stessa meta-analisi di Archer documenta.

La sequenza degli atti

Una critica affine ma distinta da quella sull’autodifesa riguarda il fatto che la CTS, nella sua forma standard, rileva se entrambi i partner usano violenza ma non chi ha iniziato. Produce quindi conteggi di atti per ciascun partner, non sequenze causa-effetto.

Il punto è distinto da quello sulle motivazioni perché non richiede di fidarsi del self-report motivazionale – notoriamente soggetto a razionalizzazione – ma solo della ricostruzione dell’ordine degli eventi. Senza quella ricostruzione, due coppie con lo stesso numero di atti risultano identiche nei dati, anche se in una il partner A inizia sistematicamente e B risponde, mentre nell’altra l’iniziativa si alterna.

Straus ha riconosciuto la limitazione e nelle survey successive [Straus 2008] ha aggiunto domande esplicite sul “chi ha colpito per primo”.

I risultati hanno complicato il quadro per entrambi i lati del dibattito: in diversi campioni le donne riportano di aver iniziato la violenza fisica più spesso di quanto il framework dell’autodifesa-femminile predirrebbe. Anche questi dati, però, restano self-report retrospettivi, e spostano il luogo dell’incertezza più che risolverla.

Resta il punto metodologico di fondo: una scala che misura atti ma non sequenze perde informazione rilevante per distinguere pattern diversi di violenza, e la perdita non è colmabile con ponderazioni o sottoscale di gravità.

La composizione dei campioni

Due critiche riguardano non lo strumento in sé ma il modo in cui viene somministrato nelle survey su larga scala.

La non-casualità dei rifiuti a partecipare

Loseke e Kurz [Loseke & Kurz 2005], citando Waltermaurer, Ortega e McNutt [Waltermaurer et al. 2003], osservano che le donne che hanno subito violenza grave hanno probabilità inferiori di accettare di partecipare a sondaggi sulla violenza domestica. Se così fosse, i campioni rappresentativi che usano la CTS sottostimerebbero la violenza grave in modo direzionale – dato che, per ipotesi, le donne sono sovra-rappresentate tra le vittime di violenza grave.

Il fenomeno dei rifiuti non-casuali è reale e ben documentato nella letteratura sulle survey su argomenti stigmatizzanti. Va però notato che:

  1. ciò non è specifico della CTS ma riguarda ogni strumento di rilevazione su argomenti sensibili;
  2. la direzione del bias che se ne inferisce dipende dall’assunto che lo stesso argomento dovrebbe provare.

Se le donne subiscono più violenza grave, allora il bias di selezione le penalizza; ma se il bias di selezione penalizza le donne è perché subiscono più violenza grave. L’argomento non regge da solo: richiede come premessa la conclusione.

L’esclusione degli ex-partner

Le grandi survey CTS storiche hanno campionato solo coppie conviventi, escludendo così la violenza da ex-partner, che dati del Department of Justice statunitense [Greenfeld et al. 1998] indicano essere fortemente asimmetrica (uomini aggressori in oltre il 90% dei casi). È una critica legittima di ambito applicativo – non dello strumento – e le indagini più recenti hanno in larga parte corretto questa limitazione.

Il collegamento tra atti e lesioni

Straus ha riconosciuto tra le limitazioni della CTS il fatto che la scala delle lesioni non indica quale aggressione specifica abbia causato ciascuna lesione. Vale la pena espandere sulle implicazioni.

I dati sulle lesioni, in effetti, raccontano una storia diversa dai dati sugli atti violenti: le donne sono più rappresentate tra chi subisce lesioni, anche nei campioni in cui gli atti violenti sono distribuiti in modo relativamente simmetrico.

Questa asimmetria tra conteggio degli atti e conseguenze fisiche è una delle evidenze più solide a supporto dell’idea che contare gli atti, da solo, non basti per caratterizzare la violenza tra partner.

Le limitazioni psicometriche

A monte del dibattito sulla decontestualizzazione si colloca una categoria di critiche più tecnica, che riguarda le proprietà psicometriche dello strumento.

La revisione più recente della letteratura [Chapman & Gillespie 2018] giudica la CTS2 complessivamente affidabile e valida, ma segnala due riserve rilevanti: la struttura fattoriale a cinque dimensioni non è stabile tra generi e culture diverse, e l’invarianza di misurazione tra uomini e donne non è dimostrata. In termini concreti, non è stabilito che “schiaffo” misuri lo stesso costrutto sottostante quando lo riporta un uomo e quando lo riporta una donna – un limite importante proprio per i confronti intra-genere che alimentano il dibattito sulla simmetria.

La seconda riserva riguarda la scala di coercizione sessuale, che ha proprietà psicometriche deboli nei campioni femminili, con coefficienti di affidabilità interna in alcuni studi sotto 0.20 e stabilità test-retest bassa. Questa scala era stata aggiunta nella revisione del 1996 per correggere una lacuna storica della CTS1, ma la sua affidabilità resta problematica proprio nel sottogruppo dove dovrebbe essere più informativa.

Le critiche problematiche

Altre critiche, pur essendo ripetute con frequenza nella letteratura, contengono salti logici o posizionamenti ideologici che andrebbero distinti dal contenuto metodologico legittimo.

Il “framing ideologico” della CTS

Alcuni autori [DeKeseredy & Schwartz 1998] accusano la CTS di:

[partire] da un presupposto ideologico secondo cui la violenza è di natura familiare, anziché considerare la questione come un problema di violenza maschile diretta contro le donne.

La frase merita attenzione perché è essa stessa un posizionamento ideologico: gli autori stanno dicendo che il framework corretto è quello che pre-definisce il fenomeno nel modo in cui vogliono studiarlo.

Non stanno argomentando che i dati mostrano questa direzionalità; stanno dicendo che lo strumento di misurazione è sbagliato perché non assume in partenza la conclusione che si aspettano.

Un’argomentazione coerente richiederebbe o di mostrare che la CTS produce risultati empiricamente scorretti (il che è possibile e argomentabile, come visto sopra), oppure di dichiarare apertamente che si sta scegliendo un framework diverso per ragioni teoriche o normative.

Etichettare come “ideologiche” delle scelte metodologiche che non si condividono – mentre si assume il patriarcato come cornice esplicativa – è una mossa retorica che, applicata coerentemente, smonterebbe qualsiasi strumento.

Va aggiunto che alcuni paper critici sono espliciti nel rivendicare il posizionamento: Loseke e Kurz [Loseke & Kurz 2005] dichiarano di assumere il patriarcato come cornice a priori e argomentano che i dati sulla simmetria non andrebbero divulgati per le loro conseguenze politiche – una posizione normativa legittima, ma distinta da una critica metodologica allo strumento.

La falsa dicotomia simmetria/asimmetria

Alcuni paper critici tendono a presentare il dibattito come una scelta binaria: o la violenza è simmetrica (e allora servirebbero servizi identici per uomini e donne), oppure è asimmetrica (e allora l’attuale direzione delle policy è corretta) [Dobash & Dobash 2004]. Questa dicotomia è problematica per almeno tre ragioni.

  • Il fatto che il pattern maggioritario delle vittime di violenza grave e ripetuta sia femminile non implica nulla sull’esistenza di vittime maschili. Anche accettando integralmente la tesi dell’asimmetria, ne seguirebbe al massimo che le vittime maschili sono una minoranza – non che sono inesistenti, né che non abbiano diritto a servizi proporzionati.
  • La distribuzione attuale delle risorse in molti paesi (in Italia in particolare) non è semplicemente “asimmetrica” ma prossima allo zero per le vittime maschili 3
  • La logica “proporzionale” è incompatibile con un approccio fondato sui diritti individuali, che i paper critici stessi invocano quando citano la violenza sulle donne come questione di diritti umani. Se i servizi per le vittime sono un diritto, non sono negoziabili sulla base della frequenza statistica del gruppo a cui appartiene la vittima.

Lo scetticismo metodologico asimmetrico

Un pattern ricorrente nella letteratura critica è l’applicazione asimmetrica dello scetticismo sui self-report. La stessa letteratura che dubita dell’accuratezza dei report femminili sulla propria violenza (perché sarebbero “memorabili” in quanto comportamenti socialmente devianti per una donna) si fida dei report femminili sulla violenza subita.

La stessa letteratura che scarta i report maschili sulla violenza subita (perché gli uomini minimizzerebbero per ragioni di mascolinità) accetta i report maschili come evidenza quando questi confermano la violenza maschile inflitta.

Non esiste un criterio metodologico che giustifichi questa asimmetria. È possibile che le donne ricordino meglio la propria violenza, o che gli uomini minimizzino, o entrambe le cose – ma sono ipotesi empiriche che richiedono indagine autonoma, non postulati da cui partire.

La tenuta delle difese di Straus

Le difese che Straus oppone alle critiche reggono solo in parte rispetto all’analisi svolta fin qui.

Tengono le risposte alle accuse che dipingono la CTS come uno strumento unidimensionale: la CTS include effettivamente sottoscale di gravità, differenzia tra aggressione minore e grave, e nella CTS2 misura le lesioni. Sono fondate anche le osservazioni sull’incoerenza di certe ricercatrici che usano la CTS nei propri studi continuando a screditarla retoricamente.

Le risposte sul nodo della decontestualizzazione convincono invece solo in parte. È difendibile l’idea che contesto e motivazioni vadano misurati separatamente per poter testare teorie sui loro effetti. Nella pratica, però, la CTS viene spesso citata in studi che producono stime di prevalenza senza che il contesto venga poi effettivamente misurato – e allora le critiche diventano fondate.

Dove ci lascia il dibattito

Dopo decenni di controversia, la posizione difendibile sembra essere questa: la CTS è uno strumento utile ma non autosufficiente.

Le critiche metodologiche più robuste – decontestualizzazione, concordanza moderata tra partner, incapacità di rilevare differenze note, limitazioni psicometriche – sono genuine e richiedono integrazione dello strumento con altre fonti.

Le critiche più retoriche – il framing “ideologico”, la falsa dicotomia su simmetrico/asimmetrico – andrebbero riconosciute come tali e tenute distinte dal contenuto metodologico sostanziale.

La domanda che resta aperta è: se la CTS da sola non basta, cosa la dovrebbe affiancare o sostituire?

Alcuni ricercatori hanno tentato di costruire framework alternativi che prendessero sul serio sia i dati della CTS sia i limiti che i critici hanno evidenziato. Il tentativo più ambizioso propone una riformulazione della domanda stessa: invece di chiedersi quanto sia simmetrica la violenza tra partner, bisognerebbe chiedersi quali tipi di violenza esistano – e se quei tipi abbiano distribuzioni di genere diverse.

I due tentativi più influenti in questa direzione sono la tipologia di Michael Johnson [Johnson 1995], [Johnson 2008], che distingue diversi pattern qualitativamente diversi di violenza tra partner, e il framework del controllo coercitivo di Evan Stark [Stark 2007], che sposta il fuoco dai singoli atti al pattern complessivo di dominio.

È di questi approcci alternativi che parleremo nel prossimo capitolo.

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Note

Footnotes

  1. La citazione completa di Kimmel:

    [La CTS sarebbe] più simile a un insegnante che non valuta quanto siano gravi gli errori ortografici o se vi sia uno schema ricorrente negli errori che potrebbe indicare un problema fisiologico come dislessia o altre difficoltà di apprendimento, piuttosto che semplice pigrizia, e che quindi lascia irrisolti i problemi di apprendimento e dirotta i fondi dei corsi di recupero verso programmi punitivi per studenti pigri.

  2. La stima originaria di Daly & Wilson è stata successivamente ridimensionata. Nobes, rianalizzando gli stessi dati dello Homicide Index britannico, hanno mostrato che molti perpetratori classificati come stepfathers erano in realtà partner non-conviventi della madre, mentre i dati di popolazione usati come denominatore includevano solo conviventi: correggendo questo errore, l’odds ratio per i bambini sotto i 5 anni scende da ~15,7 a ~11.

    Controllando inoltre per l’età del padre — gli stepfathers sono in media più giovani, e a parità di altre condizioni i padri giovani uccidono molto di più — l’OR scende ulteriormente a ~5,8. L’effetto è inoltre concentrato nei primi anni di vita e praticamente sparisce sopra i 5 anni (OR ≈ 1).

    L‘“effetto Cenerentola” resta quindi reale e sostanziale per i bambini molto piccoli, ma dell’ordine di dieci volte — non cento — e con una quota significativa attribuibile a variabili confondenti. Ciò non indebolisce l’argomento di calibrazione qui discusso: una differenza di un ordine di grandezza che scompare in un self-report rimane un fallimento di misurazione importante.

    — Fonte: Gavin Nobes, Daly and colleagues have overestimated the magnitude of the “Cinderella effect” in lethal child abuse, and underestimated the role of confounding variables in its explanation: A reply to Daly (2022), Journal of Experimental Psychology, 2023

  3. Degli oltre 400 centri antiviolenza censiti nel nostro paese, quelli che accolgono anche uomini si contano sulle dita di una mano. Anche assumendo che le vittime maschili siano meno del 10% del totale, un rapporto di 1:100 non può essere giustificato come “proporzionato all’asimmetria”.

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