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La società italiana è patriarcale? — Violenza di genere
La società italiana è patriarcale? — Violenza di genere

Ora che abbiamo una panoramica dei principali reati con incidenza diversa a seconda del sesso della vittima, possiamo concentrarci sul tema della violenza di genere – oggi al centro dell’attenzione pubblica e istituzionale, anche sul piano normativo.

In questo contesto, è utile chiedersi quale distribuzione della violenza ci si dovrebbe aspettare in una società davvero strutturalmente patriarcale. Se esistesse un sistema volto a opprimere le donne in quanto tali, dovremmo osservare non solo una maggiore esposizione femminile alla violenza, ma anche una carenza di misure preventive, servizi di supporto inadeguati e una giustizia tendenzialmente indulgente nei confronti degli autori, soprattutto se uomini.

Ma i dati e le politiche attuali confermano questo scenario, o ci restituiscono una realtà più complessa e meno compatibile con questa interpretazione?

Analisi del fenomeno

Raccogliendo i dati per la stesura del capitolo precedente, è stato facile trovare le statistiche divise per genere dei vari crimini.

Quanto a quei delitti che hanno più spesso le donne come vittime, ho avuto a disposizione moltissimi report dettagliati, che presi insieme permettono di elaborare una panoramica a tuttotondo del fenomeno (quante sono le vittime, quanti anni hanno, dove vivono, da chi sono state aggredite, se hanno denunciato o no, se si sono sentite supportate dalle FFOO, se le denunce hanno avuto seguito…).

La stessa profondità non si riscontra, però, per quanto riguarda gli uomini vittime di violenza, che sono sì una netta minoranza (circa il 9% delle denunce tra maltrattamenti e violenze sessuali), ma forse a maggior ragione meriterebbero attenzione, se non altro per conoscere la reale entità del fenomeno dal punto di vista quantitativo.

Non ho ancora menzionato un numero in particolare che si cita spesso quando si vuole sottolineare la gravità del fenomeno della violenza sulle donne in Italia: quasi 9 milioni di donne, si stima, hanno subito qualche tipo di molestia sessuale nel corso della loro vita; il 44% del totale. All’interno del medesimo rapporto, tuttavia, troviamo anche la stima maschile – quasi 4 milioni di uomini, cioè il 19% [ISTAT 2018].

Di nuovo, certamente meno rispetto alle donne, e va precisato che le molestie rilevate per gli uomini riguardano spesso contesti diversi, come l’esibizionismo o le molestie verbali in luoghi pubblici, rispetto a quelle femminili, che presentano in media una connotazione di maggiore gravità fisica. Ma così pochi da essere insignificanti?

Tant’è: ISTAT dedica intere sezioni del suo sito alle “statistiche per temi”, tra cui un focus molto approfondito sulla violenza maschile contro le donne. Lo stesso non si può dire per il corrispettivo maschile, che non soltanto non trova una sezione apposita, ma neanche un solo report dedicato (si veda l’appendice).

Del resto, va precisato che il DPO non opera di propria iniziativa su questo punto: la Legge 119/2013 circoscrive esplicitamente il mandato del Piano Strategico Nazionale alla violenza maschile contro le donne, definendo il perimetro entro cui il Dipartimento lavora. Non si tratta di una scelta arbitraria, ma di un limite che il legislatore ha disegnato. Il risultato pratico, però, non cambia: la comunicazione istituzionale è unidirezionale nei suoi spazi online, e difficilmente ci si può sorprendere che l’Istituto Nazionale di Statistica si muova nella stessa direzione.

Interessante anche notare che il D.P.O. e molti altri organi istituzionali facciano riferimento alla nota Convenzione di Istanbul [CoE 2011] nel loro approccio al problema. Tuttavia, essi non sembrano considerare che il testo della stessa menzioni sì la violenza sulle donne come problema su cui focalizzarsi, ma anche che (grassetto e traduzione miei):

“Riconoscere che la realizzazione dell’uguaglianza de jure e de facto tra donne e uomini è un elemento fondamentale nella prevenzione della violenza contro le donne”;

E soprattutto che:

“le donne e le ragazze sono esposte a un rischio maggiore di violenza di genere rispetto agli uomini;” “la violenza domestica colpisce in modo sproporzionato le donne, e anche gli uomini possono essere vittime di violenza domestica;”

Insomma, la base teorica per non ignorare gli uomini – il cui rischio di subire violenza di genere è minore ma non nullo –, e pure per non introdurre leggi (“de jure”) o pratiche (“de facto”) che potenzialmente danneggino l’uguaglianza tra uomini e donne, esiste eccome.

Ciononostante, come abbiamo visto e come vedremo a breve, non appare che le istituzioni diano grande importanza a questo modus operandi teorizzato dalla Convenzione. Lo stesso Piano Strategico Nazionale del governo italiano si intitola “sulla violenza maschile contro le donne”, e al suo interno gli uomini sono sempre gli autori della violenza, mai le vittime.

È certamente comprensibile che, in un mondo di risorse economiche finite, non si voglia rinunciare a una parte di esse affinché vada dedicata a un problema di entità oggettivamente minore. Fa riflettere, tuttavia, che in un paese fatto secondo alcuni a misura di uomo, in cui il genere maschile gode di privilegi da cui le donne sono escluse, vengano promosse iniziative e policy che vanno nella direzione opposta.

Prevenzione

Il “Piano Strategico Nazionale sulla violenza contro le donne” 2025-2027, adottato lo scorso settembre, dà ampio spazio al tema della prevenzione della violenza: il piano prevede interventi di educazione e di sensibilizzazione rivolti soprattutto ai giovani, tra scuole e università, luoghi di aggregazione come circoli sportivi e nella comunicazione mediatica, con temi quali la promozione del rispetto tra i sessi e il contrasto agli stereotipi e ai modelli sociali che legittimano la violenza di genere.

Senz’altro una serie di misure importanti e dalle buone intenzioni, ma al di là delle alquanto generiche proposte sul migliorare le relazioni interpersonali uomo-donna, gli interventi proposti sono sempre a senso unico: le donne sono le uniche vittime, gli uomini gli unici carnefici, l’unica violenza possibile è quella da parte di un uomo contro una donna. Gli unici programmi rivolti al genere maschile sono quelli di recupero degli uomini maltrattanti, talvolta persino di soggetti minori secondo il paradigma “chi è stato vittima di violenza diventa un violento”.

A livello pratico, il piano si è tradotto in iniziative di informazione e sensibilizzazione:

Naturalmente sarebbe impossibile analizzare ogni singola campagna esistente, ma basandomi sulle più conosciute a livello nazionale, e soprattutto date le premesse e gli obiettivi dichiarati dal DPO, non sento di poter dire che emerga un’attenzione proporzionata ai dati che abbiamo visto in precedenza.

Si potrebbe poi riflettere sull’efficacia di questo modello di campagne spesso generalizzate, sia per valutare quanto le risorse e gli sforzi collettivi siano stati ben spesi 2, sia per valutarne gli effetti sul fenomeno. Questa misurazione è estremamente complicata, date le innumerevoli variabili in gioco, oltre che il tempo necessario affinché un’iniziativa sociale abbia effetto.

Il documento precedente 2021-2023 del Piano Strategico Nazionale si dichiara ottimista che un cambiamento positivo stia avvenendo, anche se non è molto chiaro quale finestra temporale stia considerando.

“Sicuramente qualcosa sta cambiando, l’indagine sulla violenza contro le donne aveva già mostrato alcuni elementi essenziali di miglioramento, probabile manifestazione di una evoluzione culturale, che però non è stata possibile misurare se non nei suoi effetti.”

Piano Strategico Nazionale sulla violenza contro le donne | 2021-2023

A questo punto dedicherò un articolo a parte al tema dell’efficacia di questo tipo di iniziative, perché molto vasto e interessante. Qui alcuni spunti di riflessione [Fulu et al. 2014], [Tøraasen 2024].

Supporto per le vittime

Su che aiuti può contare una persona che è vittima di maltrattamenti, stalking o altre forme di violenza domestica/relazionale?

Ci sono naturalmente i normali servizi pubblici come il pronto soccorso e le forze dell’ordine, ma nel caso della violenza di genere lo stato ne mette a disposizione alcuni dedicati.

Numero verde antiviolenza

Nel 2006 il DPO ha attivato il numero gratuito 1522, sempre attivo e con personale multilingua, che risponde a richieste di informazioni o di supporto da parte di chi è vittima di violenza. La legge che lo regola (n. 38/2009, art. 12) non fa differenze di genere; eppure leggendo dal sito, il servizio ha come obiettivi

“l’emersione e il contrasto del fenomeno della violenza intra ed extra familiare a danno delle donne”

e, più nel concreto, di fornire alle donne che chiamano

“una prima risposta ai bisogni delle vittime di violenza di genere e stalking, offrendo informazioni utili e un orientamento verso i servizi socio-sanitari pubblici e privati presenti sul territorio nazionale”.

L’intero portale, e in aggiunta le locandine informative del servizio, sembrano rivolgersi esclusivamente alle donne, e ciò appare confermato da alcune testimonianze3 di uomini che hanno provato a contattare il numero.

Un’intervista di marzo 2025 ad Arianna Gentili, la responsabile nazionale del servizio 1522, conferma che chiunque può telefonare (anche se pare che col prossimo bando sarà riservato alle donne?) e che circa il 3% delle chiamate finora sono arrivate da uomini: molti di questi sono parenti e amici di una vittima donna che desiderano informarsi; altri sono uomini con condanne per maltrattamenti e violenze che cercano un percorso di recupero; solo una “risibile” minoranza della minoranza è un uomo che chiama perché bisognoso di aiuto [OrticaLab 2025].

I dati ISTAT confermano la proporzione indicata da Gentili: gli uomini che chiamano si attestano tra il 2 e il 4% del totale, e la gran parte lo fa come parente di una vittima donna o per cercare un percorso di recupero — non come vittima.

Strutture di accoglienza: domanda e offerta

Per quanto riguarda invece le strutture predisposte all’accoglienza e al sostegno – psicologico, economico, legale – delle vittime di violenza, ovvero i Centri Antiviolenza (CAV) e le Case Rifugio (CR), nel 2023 se ne contano rispettivamente 404 e 464 sul territorio italiano.

Oltre 61 mila donne (+1,4% rispetto al 2022 e +41,5% rispetto al 2017) si sono rivolte ai CAV, e circa 3500 sono state accolte da una casa rifugio nello stesso anno (su quasi 8000 persone totali ospitate, inclusi oltre 4000 minori tra figli delle suddette donne o vittime essi stessi di violenza) [ISTAT 2024], [ISTAT 2025]. La copertura combinata dei centri di accoglienza è dunque di 0.3 ogni 10mila donne.

La spesa pubblica del DPO destinata a sostenere i CAV e le CR è stata di 40 milioni nel 2024 (sui 55 milioni totali di fondi per le politiche su pari diritti e opportunità) [OpenPolis 2024]. In particolare, il 42% dei CAV e il 59% delle CR va avanti esclusivamente grazie a fondi pubblici, e l’80-90% delle strutture riceve comunque finanziamenti pubblici, seppure gli enti promotori delle stesse siano in gran parte soggetti privati (67% dei CAV; 77% dei CR) [ISTAT 2022].

Nel report esplicativo della Convenzione di Istanbul, il Consiglio d’Europa ha stabilito gli standard minimi per i servizi di supporto alle donne, tra cui un posto letto ogni 10mila abitanti in una casa rifugio, e un centro di supporto anti-violenza sessuale e di consulenza generale ogni 50mila e 200mila donne rispettivamente [CoE 2008], [CoE 2011].

L’Italia ha ratificato la Convenzione nel 2013, dichiarando di voler raggiungere questi obiettivi [Camera 2017], ma nonostante i miglioramenti degli ultimi vent’anni, leggendo diverse fonti parrebbe che il nostro paese sia ancora lontano dal raggiungerli [Lombardia Sociale 2019], [Internazionale 2019], [Pagella Politica 2019]: 404 CAV costituiscono infatti 0.07 centri per 10mila abitanti, quindi circa 1/14 della copertura prevista.

Ciò che sembra, in realtà, è che molti facciano confusione sulla copertura minima richiesta: come scritto poco sopra, è un posto letto ogni 10mila persone che viene menzionato. Abbiamo visto che nel 2023 circa 7730 individui tra donne e minori sono stati accolti in un CR – ma questo non rappresenta il numero dei posti letto, giacché più persone possono occuparne uno nel corso dell’anno.

Circa la quantità effettiva di posti disponibili, le stime più recenti oscillano tra 3200 [WAVE 2025] e 4000 [ISTAT 2025] su 464 CR, pari a circa 7-8 posti per centro4.

Se la capacità minima dovrebbe essere di 1 posto letto per 10mila abitanti, dunque circa 6000 totali (nei documenti internazionali a cui faccio riferimento non si nomina il genere della persona accolta in una CR, dunque il calcolo è fatto sull’intera popolazione italiana), realisticamente i posti disponibili dovrebbero essere tra la metà e i due terzi di quelli auspicati (0.5 - 0.67 posti CR per 10mila abitanti). L’Italia, dunque, per ora non raggiunge la soglia minima, ma la situazione non è catastrofica quanto potrebbe apparire da alcune analisi giornalistiche, che come si è visto sembrano contare i centri anziché il numero di posti in ogni centro.

Per quanto riguarda i CAV, invece, il documento CoE menziona due istituzioni separate (“one rape crisis centre per 200 000 women; one women’s counselling centre for every 50 000 women”) [CoE 2008] che nel caso italiano presumo convergano nei servizi offerti appunto dalla maggioranza dei centri antiviolenza: anche prendendo il numero più basso dei due, i 404 CAV italiani sarebbero infatti 0.67 ogni 50mila donne – circa 2/3 della copertura prevista, ma comunque cosa diversa rispetto agli 0.07 calcolati dalle testate prese in esame (e anche dal ministro Carfagna).

Fermo restando che, quando si tratta di strutture predisposte ad aiutare le persone in condizioni di fragilità, per me vale la regola melius abundare quam deficere, mancano dati sulla domanda effettiva che permettano di valutare la congruità dell’offerta.

”Reddito di libertà”

Tra le iniziative di sostegno economico rientra il “Fondo per il reddito di libertà per le donne vittime di violenza”, istituito inizialmente durante la pandemia da Covid-19 (DPCM 17 dicembre 2020). È tuttora destinato esclusivamente a donne in condizione di povertà seguite da un CAV, con l’obiettivo di aiutarle nei cosiddetti “percorsi di fuoriuscita dalla violenza” [INPS 2021].

La pagina ufficiale del Dipartimento per le Pari Opportunità (nome sempre degno di nota) chiarisce che sia questa misura, sia l’analogo “microcredito di libertà”, sono rivolti esclusivamente alle donne.

A costo di ripetermi, non ritengo che il problema sia l’iniziativa in sé: un aiuto economico, per quanto esiguo, può fare la differenza per chi vuole uscire da una situazione di violenza e ricostruirsi una vita autonoma. Il problema, ça va sans dire, è che se la persona in questione appartenesse al genere “sbagliato” semplicemente ne resterebbe esclusa.

In sostanza, dietro il nome delle “pari opportunità” si celano spesso criteri selettivi che escludono una parte delle persone vulnerabili. A partire da qui, vale la pena guardare più da vicino le tutele (o piuttosto la loro assenza) riservate agli uomini.

E gli uomini?

Può darsi che tra la minoranza di uomini che denunciano una violenza non ce ne sia neanche uno che ha la necessità di essere ospitato in una struttura di accoglienza – ma se così non fosse? Che dati abbiamo a riguardo? I centralinisti del numero verde non attaccheranno in faccia ai chiamanti nel momento in cui ne realizzano il genere maschile, ma le opportunità di ricevere il supporto che meritano saranno garantite agli uomini come lo sono per le donne?

La risposta breve è: no.

I dati a nostra disposizione, anzitutto, sono pochi e non sono praticamente mai raccolti in modo “ufficiale” e/o su scala nazionale.

L’unico studio di mia conoscenza è quello denominato “Indagine conoscitiva della violenza verso il maschile”, che ricalca il questionario somministrato da ISTAT nel 2006 a oltre 25mila donne, secondo le cui proiezioni il 32% delle donne italiane ha subito un qualche tipo di violenza nel corso della vita. Il questionario, sottoposto a 1058 uomini, adottava una definizione ampia di violenza sessuale, articolata in più categorie: dal rapporto intimo interrotto dalla partner senza motivi comprensibili (49%) a derisione e paragoni irridenti sulle prestazioni sessuali (30.5% e 20%), fino a rapporti sessuali subiti tramite coercizione o forza (8.6%) e rapporti forzati in forme non gradite (4%). Solo il 2% dei soggetti dichiarava di non aver subito nessuna di queste forme [Macrì et al. 2012].

Che la frequenza dei casi di violenze con vittime maschili sia tutt’altro che minima o insignificante è del resto confermato da analisi scientifiche internazionali, comprese meta-analisi e revisioni sistematiche di studi passati, da cui emerge in molti casi una bidirezionalità della violenza all’interno della coppia ([Dutton 2012], [Hines & Douglas 2016], [Lysova et al. 2024]. Ne parlo anche nella serie di articoli a tema CTS). Se non bastasse, la stessa ISTAT rileva tra gli uomini un numero di vittime di molestie a sfondo sessuale nell’ordine di grandezza del milione, sia nel breve che nel lungo periodo [ISTAT 2018].

Eppure, se un uomo italiano bisognoso di aiuto cercasse su Google un centro “per uomini maltrattati” o “per uomini vittime di violenza”, troverebbe tra i primi risultati non centri disposti a dargli il supporto di cui ha bisogno, bensì strutture di recupero per uomini maltrattanti – con tanto di suggerimento di ricerca beffardo che reitera per l’ennesima volta: gli uomini sono sempre i carnefici, mai le vittime.

Centri antiviolenza per uomini maltratta(n)ti

I CUAV (“centri per uomini autori di violenza”), invece, non mancano: si tratta di strutture di supporto per uomini autori o potenzialmente autori di violenza, mirate a prevenire recidive e favorire relazioni sane. Nel 2022 se ne contavano 141 sul territorio nazionale (raddoppiati rispetto al 2017), e il 31% opera in esclusiva grazie a fondi pubblici, mentre circa metà riceve finanziamenti sia pubblici che privati.

I 91 centri che hanno risposto all’ultima indagine dichiarano di avere in carico oltre 4100 uomini nel corso del 2022, contro i 1200 di cinque anni prima [ViVa 2024]. Da notare in ogni caso che secondo la legge, in particolare da DPCM del 28 novembre 2024, i fondi pubblici vengono ripartiti esclusivamente ai centri antiviolenza che accolgono le donne vittime (decreto in cui ancora una volta gli uomini vengono citati soltanto come autori della violenza, mai come vittime).

L’aumento degli ingressi nei CUAV è in parte dovuto all’entrata in vigore, nel 2019, della cosiddetta legge “Codice Rosso” (n. 69/2019), che ha introdotto una corsia preferenziale per la trattazione dei reati di violenza domestica e di genere, imponendo tempi rapidi per le indagini e l’ascolto della vittima. Ha inoltre rafforzato le pene per reati come maltrattamenti, stalking, violenza sessuale, e introdotto nuovi reati (sfregio del volto, revenge porn, induzione al matrimonio forzato…) e l’obbligatorietà per i condannati a partecipare a “corsi di recupero” come condizione per la sospensione della pena. Sempre secondo l’indagine di ViVa, gli ingressi in un CUAV per via del Codice Rosso pesavano tra il 30% e il 40% del totale tra 2020 e 2022 [ViVa 2024].

Il testo della legge non menziona il genere di chi agisce o chi subisce il reato, com’è giusto che sia. Abbiamo già visto (capitolo “Sicurezza” ), però, il numero di volte in cui lei è autrice di un reato o in cui lui ne è vittima non sono trascurabili, almeno in base al buon senso; eppure, così come i CAV e le case rifugio sono all’atto pratico centri per donne vittime, i CUAV sono (e del resto lo dice il nome stesso) centri per uomini autori di violenza: il viceversa non è contemplato.

Difatti, i CAV di mia conoscenza che accolgono uomini sono tre: l’Associazione Perseo, con le sue 5 sedi in Lombardia, Abruzzo, Puglia, Calabria e Sicilia; il centro Ankyra, a Milano; e il CAV “Oltre il genere” nelle Marche. Non mi risulta invece esistano centri di recupero ad esempio per donne colpevoli di stalking o di violenza famigliare (segnalo tuttavia il percorso “per persone maltrattanti, donne o uomini” offerto sempre dall’Associazione Perseo).

In entrambi i casi, non ritengo valido portare come motivazione “ci sono troppi pochi casi per giustificarne la presenza” fino a che non saranno condotte indagini a 360 gradi per avere una chiara idea del fenomeno, soprattutto considerando i pochi ma significativi dati a nostra disposizione, che suggeriscono la presenza di un sommerso che andrebbe adeguatamente investigato.

Resistenze istituzionali e culturali

Come appena accennato, tra le obiezioni più frequenti all’apertura dei centri antiviolenza anche agli uomini vittime, c’è quella secondo cui sarebbero “troppo pochi” per giustificare l’estensione del servizio. Un’affermazione discutibile nei fatti – ma anche ammesso che fosse vera, il punto resta: i diritti non si misurano in base ai numeri.

In uno Stato di diritto, la legge è uguale per tutti. In un paese che spende così tanto in materia di risorse economiche per combattere un fenomeno allarmante come quello della violenza tra individui – che la si chiami familiare/relazionale o “di genere” poco cambia – trovo oltremodo preoccupante che i riflettori mediatici e soprattutto istituzionali siano puntati quasi in esclusiva verso il genere femminile.

Consiglio di leggere per intero la già citata intervista ad Arianna Gentile (responsabile del servizio telefonico 1522), perché la reputo illuminante rispetto alla mentalità dietro al servizio e in generale alla posizione delle istituzioni rispetto al fenomeno, ma riporto qui alcuni passaggi significativi:

“la violenza contro le donne è un fenomeno sociale. […] Nei confronti dei maschi non c’è un’origine culturale che nasce da una disparità di potere.”

“il numero delle donne che subiscono violenza dagli uomini non è paragonabile al contrario. Le loro chiamate non vanno ignorate, ma non c’è confronto”

“il tipo di sostegno che si fa nei centri antiviolenza è in relazione a un’analisi dell’essere donna in questa società. È per questo che non avrebbe senso dare accesso gli uomini: non sono donne in questa società, quindi quel lavoro allo specchio e di autosostegno non c’è.”

Ritorniamo, in sostanza, al concetto di “patriarcato”: la violenza degli uomini contro le donne viene interpretata come il prodotto di un sistema socio-culturale fondato sul dominio maschile, un meccanismo di potere che genera violenza strutturale, unidirezionale e sistematica.

Al contrario, quando le vittime sono uomini, il fenomeno viene derubricato a eccezione individuale o statistica: non è “sistemico”, non nasce da un impianto culturale, e per questo non merita lo stesso tipo di attenzione, né interventi dedicati. In breve, se non rientra nella narrazione patriarcale, allora non è un problema sociale.

Da chi esprime questo tipo di posizioni sento spesso aggiungere considerazioni come: se gli uomini ritengono che anche la violenza verso il maschile sia un problema, perché non creano iniziative loro e spazi dedicati alla questione? Nessuno glielo lo impedisce, e anzi eviterebbero di “rubare terreno” alle campagne femminili.

Costoro sembrano tuttavia ignorare che, le rare volte in cui questo accade, le iniziative a supporto degli uomini (o anche solo delle vittime in generale, senza distinzione di sesso) vengono aspramente criticate e persino boicottate dalle medesime istituzioni che sostengono le donne.

Alcuni esempi?

  • Le proteste di alcune associazioni femministe quando in Campidoglio si è affrontato l’argomento “violenza sugli uomini” all’interno della commissione pari opportunità5;
  • L’idea di un avvocato di creare il “1523”, analogo al numero antiviolenza 1522 ma rivolto agli uomini, e le conseguenti critiche di associazioni come D.i.Re a una campagna “fuorviante e pericolosa”6;
  • Le recenti polemiche suscitate dall’apertura, a Roma, di uno sportello d’ascolto per uomini vittime di violenza, in particolare psicologica e giuridica come in molti casi di separazione conflittuale7.

Si osserva dunque non solo una generale assenza di attenzione istituzionale verso la violenza che colpisce gli uomini, ma anche una tendenza a scoraggiare o delegittimare (o addirittura ridicolizzare) le iniziative che cercano di affrontarla.

Il paradosso è doppio: da un lato, lo Stato ignora o sminuisce il fenomeno; dall’altro, anche chi cerca autonomamente di colmarne il vuoto trova ostacoli culturali e istituzionali.

Considerazioni conclusive

In un simile contesto, non sorprende che molti uomini non si riconoscano come vittime, o rinuncino a chiedere aiuto. Del resto, l’indagine di Macrì ha evidenziato una reticenza diffusa a considerarsi tali [Macrì et al. 2012].

Non si tratta certo di forzare nessuno a denunciare per principio (anche perché, come si è visto nel capitolo “Sicurezza”, sono anche tante le donne che hanno deciso di non rivolgersi alle FFOO, ritenendo di poter affrontare la questione da sé) ma piuttosto di garantire a chiunque desideri farlo gli stessi strumenti di tutela, indipendentemente dal sesso.

E come dare torto agli uomini? Se già molte donne, pur sostenute da servizi, campagne, numeri verdi e una comunicazione pubblica dedicata, esitano a denunciare, quante possibilità ha un uomo in un sistema che sembra negargli perfino la legittimità del dolore?

Tutto questo ci riporta alla domanda iniziale: davvero viviamo in una società patriarcale? Se per patriarcato intendiamo un sistema che opprime sistematicamente le donne, dovremmo aspettarci una loro maggiore esposizione alla violenza, certo – ma anche una mancanza di supporto concreto, l’assenza di misure preventive e una giustizia indulgente verso i colpevoli, soprattutto se uomini. I dati e le politiche attuali però raccontano una storia diversa, più articolata e meno compatibile con quella lettura univoca.

Forse non è il patriarcato a impedire di vedere la complessità del fenomeno. Forse è l’idea stessa di patriarcato, quando usata come unica lente d’analisi, a non lasciarci vedere chi resta fuori dal campo visivo.


Appendice

Notare che il dato rilevante non è il numero totale di risultati – più per “uomini” (946) che per “donne” (746) – bensì la rilevanza dei primi risultati: quelli per “donne” riguardano quasi tutti la violenza di genere; quelli per “uomini” sono voci del tutto estranee all’argomento.

Primi risultati di ricerca (su 746 totali) sul sito ISTAT per la parola “donne” (effettuata a marzo 2026):

  • I Centri antiviolenza e le donne che hanno avviato il percorso di uscita dalla violenza - Anno 2024
  • Prevenire e combattere la violenza contro le donne: le reti territoriali - Anno 2025
  • La violenza contro le donne dentro e fuori la famiglia - Primi risultati anno 2025
  • I Centri antiviolenza e le donne che hanno avviato il percorso di uscita dalla violenza - Anno 2023
  • Donne imprenditrici, più giovani e più istruite
  • Le vittime di omicidio - Anno 2024
  • La violenza sulle donne: nuovi dati Istat
  • Rapporto CNEL - Istat: Il lavoro delle donne tra ostacoli e opportunità
  • I Centri antiviolenza e le donne che hanno avviato il percorso di uscita dalla violenza
  • Stereotipi di genere e immagine sociale della violenza: il punto di vista di ragazze e ragazzi
  • Il sistema di protezione per le donne vittime di violenza - Anni 2021 e 2022
  • Accessi delle donne in Pronto Soccorso
  • Ricoveri ospedalieri di donne
  • Il numero di pubblica utilità 1522 - I trimestre 2025

Primi risultati di ricerca (su 946) per la parola “uomini”:

  • Aggiornato l’indice di fragilità comunale: una nuova dashboard per domini territoriali
  • Servizio di manutenzione evolutiva della Porta di dominio Istat e del software per l’accesso ai servizi del Registro Imprese
  • Occupati e disoccupati (dati provvisori) - Gennaio 2026
  • Le vittime di omicidio - Anno 2024
  • Nomina dei componenti del Consiglio dell’Istat
  • Intenzioni di fecondità
  • La partecipazione politica in Italia - Anno 2024

Bibliografia

[Camera 2017] La Convenzione di Istanbul contro la violenza nei confronti delle donne: https://documenti.camera.it/leg17/dossier/pdf/ac0173.pdf ^

[CoE 2008] Council of Europe Task Force to Combat Violence against Women, including Domestic Violence (EG-TFV) — Final Activity Report: 3.2.2.2. Core support services for women victims of violence: https://www.coe.int/t/dg2/equality/domesticviolencecampaign/source/final_activity_report.pdf a b

[CoE 2011] Convenzione del Consiglio d’Europa sulla prevenzione e la lotta contro la violenza nei confronti delle donne e la violenza domestica (Convenzione di Istanbul). Testo originale: https://rm.coe.int/168008482e Versione italiana: https://rm.coe.int/16806b0686 Explanatory Report — Art. 23 n. 135: https://www.istat.it/it/files/2017/11/ExplanatoryreporttoIstanbulConvention.pdf a b

[Dutton 2012] Donald G. Dutton, The case against the role of gender in intimate partner violence, Aggression and Violent Behavior, 2012: https://is.gd/9d8KFp ^

[Fulu et al. 2014] Emma Fulu, Alice Kerr-Wilson, James Lang, What works to prevent violence against women and girls?, 2014: https://is.gd/UjIFYu ^

[Hines & Douglas 2016] Denise A. Hines, Emily M. Douglas, Relative influence of various forms of partner violence on the health of male victims. Psychology of Men & Masculinity, 2016: https://is.gd/ru3JQZ ^

[INPS 2021] Circolare numero 166 del 08-11-2021: Reddito di Libertà. Ripartizione delle risorse del “Fondo per il reddito di libertà per le donne vittime di violenza” per l’anno 2020: https://archive.is/r2mLU – Pagina di erogazione del servizio: https://archive.is/Q4e2y ^

[Internazionale 2019] Dati e grafici sulla violenza di genere in Italia e nel mondo: https://www.internazionale.it/bloc-notes/giulia-testa/2019/11/25/dati-grafici-violenza-genere ^

[ISTAT 2018] Le molestie e i ricatti sessuali sul lavoro | anni 2015-2016: https://www.istat.it/wp-content/uploads/2018/02/statistica-report-MOLESTIE-SESSUALI-13-02-2018.pdf a b

[ISTAT 2022] Il sistema di protezione per le donne vittime di violenza: https://www.istat.it/it/files/2022/05/REPORT_CASERIFUGIOECENTRIANTIVIOLENZA_2022.pdf ^

[ISTAT 2024] I centri antiviolenza e le donne che hanno avviato il percorso di uscita dalla violenza: https://www.istat.it/wp-content/uploads/2024/11/stat-report-utenza-cav-2023_def.pdf ^

[ISTAT 2025] Le case rifugio e le strutture residenziali non specializzate per le vittime di violenza: https://www.istat.it/wp-content/uploads/2025/04/Statistica-report-CR-e-presidi.pdf a b

[Lombardia Sociale 2019] Centri antiviolenza: quanti e per chi?: https://lombardiasociale.it/2019/11/14/centri-antiviolenza-quanti-e-per-chi/ ^

[Lysova et al. 2024] Alexandra Lysova, Kenzie Hanson, Jenny Mackay, Bidirectional and unidirectional intimate partner violence: A comprehensive review, Partner Abuse, 2024: https://is.gd/uOU0m2 ^

[Macrì et al. 2012] P.G. Macrì, Y.A. Loha, G. Gallino, S. Gascò Altaba, C. Manzari, V. Mastriani, F. Nestola, S. Pezzuolo, G. Rotoli, Indagine conoscitiva sulla violenza verso il maschile, Rivista di Criminologia, Vittimologia e Sicurezza, 2012: https://www.vittimologia.it/rivista/articolo_macri_et_al_2012-03.pdf a b

[OpenPolis 2024] Il fondo per le pari opportunità: un’iniziativa positiva ma insufficiente: https://www.openpolis.it/il-fondo-per-le-pari-opportunita-uniniziativa-positiva-ma-insufficiente/ ^

[OrticaLab 2025] Il 1522 solo per donne? La disonestà intellettuale di chi non vede il fenomeno della violenza di genere: https://www.orticalab.it/Il-1522-solo-per-donne-La-disonesta-intellettuale-di-chi-non-vede-il-fenomeno-della-violenza-di-genere-Arianna-Gentili ^

[Pagella Politica 2019] I centri antiviolenza sono 20 volte in meno di quelli previsti per legge: https://pagellapolitica.it/fact-checking/i-centri-antiviolenza-sono-20-volte-in-meno-di-quelli-previsti-per-legge ^

[Tøraasen 2024] Marianne Tøraasen, What works in combatting gender-based violence?, Development Learning Lab, 2024: https://www.devlearnlab.no/wp-content/uploads/2024/11/Issue-1-Gender-based-violence-3.pdf ^

[ViVa 2024] I Centri per gli uomini autori di violenza in Italia: I dati della seconda indagine nazionale: https://viva.cnr.it/wp-content/uploads/2024/07/centri-per-uomini-autori-violenza-italia-dati-seconda-indagine-nazionale-2024.pdf a b

[WAVE 2025] Women Against Violence Europe | Country Report 2025: https://wave-network.org/wp-content/uploads/2026/03/WAVE-Country-Report-2025.pdf ^

Note

Footnotes

  1. Altre campagne trasmesse in TV: “1522 - È l’ora di reagire” (2009), “Stalking: quando le attenzioni diventano persecuzione” (2012), “La partita di tutti” (2018), “1522. Non sei sola” (2022)

  2. Personalmente ritengo sempre giusto, almeno in linea di principio, che si spendano soldi per l’istruzione; tuttavia essendo le risorse limitate è doveroso allocarle in modo intelligente affinché ne vengano massimizzati gli effetti.

  3. Testimonianze in rete sul numero 1522:

  4. Qui la mia ipotesi è che vengano considerati i posti letto “autorizzati”, cioè quelli dichiarati ufficialmente, mentre in realtà quelli effettivi sono di più in quanto le case rifugio ne possono attivare di ulteriori in base alle necessità.

  5. Violenza sugli uomini in Commissione Pari Opportunità:

  6. Polemica numero “1523”:

  7. Sportello per uomini maltrattati a Roma:

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