La società italiana è patriarcale? — Economia & Finanza

Conti correnti e indipendenza economica

Prima del 1975, anno di introduzione della Riforma del diritto di famiglia, per le donne sposate serviva l’autorizzazione del marito per aprire un conto in banca e compiere una serie di atti economici, e quindi non potevano gestire le proprie finanze in modo indipendente. Il Codice Civile del 1865 considerava infatti la “donna maritata” giuridicamente incapace di contrattare in autonomia (es. stipulare mutui, ipoteche, alienare beni), assimilando di fatto la sua posizione a quella dei minori.

Art. 134: La moglie non può donare, alienare beni immobili, sottoporli ad ipoteca, contrarre mutui, cedere o riscuotere capitali, costituirsi sicurtà, nè transigere o stare in giudizio relativamente a tali atti, senza l’autorizzazione del marito. Il marito può con atto pubblico dare alla moglie l’autorizzazione in genere per tutti o per alcuni dei detti atti, salvo a lui il diritto di rivocarla.

Art. 1105: Qualunque persona può contrattare, se non è dichiarata incapace dalla legge.

Art. 1106: Sono incapaci di contrattare nei casi espressi dalla legge i minori, gl’interdetti, gli inabilitati, le donne maritate, e generalmente tutti coloro ai quali la legge vieta determinati contratti.

Le donne non sposate potevano invece richiedere prestiti o mutui, ma l’esistenza stessa dell’autorizzazione coniugale rifletteva una mentalità familiare fortemente gerarchica.

Cinquant’anni dopo, la situazione è comprensibilmente molto diversa.

Secondo una ricerca condotta dal Museo del risparmio di Torino ed Episteme nel 2017, su un campione di 1003 intervistati (18-64 anni), il 79% delle donne (contro il 91.3% degli uomini) possedeva un conto corrente personale, e il 57% (63.6% per gli uomini) ne possedeva uno familiare [MdR & Episteme 2017]. Il report non specifica quante donne abbiano almeno un conto (personale o familiare), ma secondo il riassunto dello stesso solo il 9,1% non ne possiede alcuno — dato coerente con l’8,4% del World Bank Group nello stesso anno. Quest’ultimo database inoltre rileva un ottimo 2.9% nel 2021 (2.5% per gli uomini), mentre nel 2011 si arrivava al 35,6% (uomini: 20.9%), sempre per quanto riguarda gli individui che non hanno un conto corrente di alcun tipo [World Bank Group 2021].

Meno bene per quanto riguarda le donne occupate — tra il 52.1% e il 57.4% dal 2018, con una lieve crescita a partire dal 2020, contro un 72-77% per gli uomini [ISTAT 2025] — anche se non c’è bisogno di ricordare l’impatto della pandemia e le difficoltà strutturali del mercato del lavoro italiano, che rendono la situazione poco rosea in generale. Avremo modo di approfondire l’argomento nell’apposito capitolo.

Accesso al credito e all’imprenditorialità

Possedere un conto in banca è certamente un primo passo verso l’indipendenza economica, ma non è sufficiente. Per poter prendere decisioni autonome sul piano finanziario — avviare un’attività, accedere a un mutuo, gestire investimenti — è necessario avere accesso al credito, cioè alla possibilità di ottenere finanziamenti, prestiti o capitali iniziali.

Possiamo dire che oggi non esistono limiti legali che impediscano alle donne adulte di aprire un’attività, richiedere un prestito, accedere al microcredito o diventare socie o dirigenti d’impresa. L’art. 3 della Costituzione sancisce l’uguaglianza formale tra i cittadini, e lo Stato ha promosso negli anni diversi strumenti per incentivare l’imprenditoria femminile, come il Fondo impresa femminile e le agevolazioni di Invitalia per startup a prevalente partecipazione femminile. Si nota quindi uno sforzo mirato a favorire la partecipazione delle donne all’imprenditorialità, settore a cui storicamente non era loro concesso fare parte. I risultati si vedono, con un 14% delle startup italiane e un 20% delle società di capitali fondate da donne [UnionCamere 2024] negli ultimi periodi, e il numero è in crescita a volte lenta ma costante.

Si evince da alcune ricerche internazionali, come quella dell’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico [OECD 2021] e del World Economic Forum [WEF 2024], che le aziende e startup a prevalenza femminile tendono a ricevere in proporzione meno fondi e capitali per sostenere le loro attività: circa il 2%, sebbene le aziende fondate da una donna rappresentino il 10-50% del totale a seconda dell’industria che si considera (più per prodotti di bellezza e cura della persona, istruzione e area sanitaria; meno per tecnologia, IA e cybersicurezza) [Founders Forum Group 2025]. Risulta inoltre che, a parità di merito creditizio, le startup fondate da donne ottengano importi e investimenti mediamente inferiori rispetto a quelle fondate da uomini, sebbene anche questo sia un trend in miglioramento.

Possiamo ipotizzare che questi gap siano in buona parte dovuti al fatto che la partecipazione delle donne all’imprenditorialità sia assai giovane, e questo determini una serie di ostacoli anche intangibili, dovuti anche a bias culturali, reti professionali più deboli, difficoltà nella negoziazione del credito e, in generale, con le sfide continue che portare avanti un’azienda porta con sé. Ancora una volta, tuttavia, non sembrano emergere particolari strutture sociali che prendono di mira le donne e le penalizzano sistematicamente in questo ambito.

Ricchezza, proprietà ed eredità

Le norme vigenti non fanno distinzione di genere e garantiscono diritti successori paritari.

Secondo l’ultimo Global Gender Wealth Equity Report [WTW 2022], in Italia le donne possiedono tra il 76 e l’80% della ricchezza rispetto agli uomini al momento della pensione, in parte dovuto a differenze nei redditi e nelle carriere lavorative, già accumulati nel corso della vita.

Un’indagine effettuata da Intesa Sanpaolo insieme al Centro Einaudi [ISP 2024] evidenzia che il 92% delle donne intervistate si considera indipendente dal punto di vista finanziario — dove l’indipendenza è definita come una combinazione tra reddito autonomo e percezione soggettiva di tranquillità economica — contro il 97,6% degli uomini; il rapporto tra il patrimonio finanziario tra donne e uomini è circa l’83%, mentre il rapporto del patrimonio immobiliare è il 90%. Le donne che risparmiano sono il 57.1%, contro il 61,3% degli uomini.

Per quanto riguarda infine le norme ereditarie, fino al primo Novecento alcune consuetudini limitavano l’accesso delle donne alle eredità familiari, favorendo i maschi nella linea di successione o imponendo quote ridotte per figlie e vedove [Chiodi 2013]. Oggi tali barriere sono venute meno sul piano normativo. Il Codice Civile (art. 565 e seguenti) garantisce parità di genere nei diritti successori: eredi legittimi, come coniuge e figli, ricevono quote identiche indipendentemente dal sesso, e le quote di legittima (cioè le porzioni minime di eredità che la legge italiana riserva ai parenti più stretti) si applicano in modo neutro senza distinzioni.

In definitiva, persistono senz’altro delle disparità tra i generi, ad esempio per quanto riguarda la ricchezza, ma è sensato pensare che queste differenze siano frutto di molteplici fattori, nonché di un percorso storico travagliato nonostante il quale le donne stanno ampiamente recuperando. Alla luce dei criteri strutturali e socio-culturali visti in precedenza, l’ambito della proprietà e dell’eredità in Italia non sembra più rispondere oggi a una logica patriarcale sistemica, anche se permangono disuguaglianze storicamente determinate.

Educazione finanziaria

Un ultimo aspetto da considerare è quello dell’alfabetizzazione finanziaria: saper gestire i propri risparmi, conoscere le opzioni di investimento, leggere una busta paga o un contratto di mutuo.

Secondo l’indice OCSE di literacy finanziaria [OECD 2023], le donne ottengono in media punteggi leggermente inferiori rispetto agli uomini (mediamente di 2 punti percentuali). Tuttavia, questa differenza sembra legata più all’esperienza e alla fiducia in sé stesse che alla reale competenza. Inoltre, diversi programmi di educazione finanziaria si stanno sviluppando in Italia con focus specifico sul target femminile, a partire dalle scuole fino agli sportelli bancari.

È anche vero che gli italiani in generale sono abbastanza in basso nella classifica OCSE per quanto riguarda l’alfabetizzazione finanziaria: ad esempio, gli adulti che hanno ottenuto in punteggio minimo (cinque risposte giuste su sette domande che testano la conoscenza finanziaria di base) sono il 39%, quando la media OCSE è 58% e quella generale 50%, e il 35% ha ottenuto il punteggio minimo di comportamento finanziario (almeno 6 comportamenti intelligenti su 9). Viene notato, infine, che le differenze di genere nell’alfabetizzazione finanziaria sono determinate soprattutto dalle differenze nelle conoscenze, mentre le differenze di genere negli atteggiamenti o nei comportamenti finanziari sono molto ridotte.

Anche la Banca d’Italia riporta valori simili per il nostro paese, con l’indicatore complessivo di alfabetizzazione che in una scala da 1 a 21 punti risulta 10.5 per le donne e 10.9 per gli uomini [Banca d’Italia 2023]. L’indagine precedente fornisce più dettagli sui trend e sulle caratteristiche socio-culturali degli individui, in particolare il fatto che tra 2017 e 2020 i punteggi medi di conoscenza siano aumentati, mentre quelli che misurano comportamenti e attitudini finanziarie siano leggermente diminuiti; inoltre nello stesso periodo i punteggi femminili siano rimasti stabili, mentre quelli maschili siano lievemente aumentati. Il gap invece è accentuato tra gli individui con la licenza media, e tra gli abitanti del sud Italia [Banca d’Italia 2020].

Dai dati raccolti, insomma, emerge che l’aspetto più preoccupante in questo frangente sia la scarsa conoscenza finanziaria in generale per gli abitanti della nostra penisola, più che il divario nella stessa tra uomini e donne.

Negli ultimi anni si è assistito a un aumento di iniziative sull’educazione finanziaria indirizzate al pubblico femminile, dal corso ‘Le donne contano’ organizzato dalla Banca d’Italia al progetto ‘Donne al quadrato’ della Global Thinking Foundation, o ancora il programma ‘Women in Finance’ dell’Università Cattolica che prevede corsi formativi, borse di studio e supporto specifico per aiutare le donne ad avere successo nella finanza.

Pur accogliendo con favore ogni iniziativa di formazione, i dati esaminati mi portano a una riflessione: se il divario di genere è contenuto (circa 2 punti percentuali) e il problema principale è la scarsa alfabetizzazione finanziaria di tutti gli italiani — con il 39% che raggiunge il punteggio minimo OCSE contro una media del 58% — ha senso concentrare tante risorse su programmi esclusivamente femminili? I dati suggeriscono che le differenze maggiori si riscontrano tra livelli di istruzione e aree geografiche, più che tra uomini e donne. Da qui la mia impressione che uno sforzo più ampio e trasversale, rivolto a tutte le fasce fragili della popolazione, potrebbe risultare più efficace nel lungo periodo.

In conclusione, i numeri esaminati non sembrano supportare l’idea di un sistema strutturalmente patriarcale nell’ambito dell’alfabetizzazione finanziaria italiana. Il divario tra uomini e donne è modesto e, come evidenziato dalle stesse ricerche, risulta più marcato tra chi ha titoli di studio diversi o vive in aree geografiche differenti. In altre parole, più che una questione di genere, sembra trattarsi di una fragilità diffusa a livello nazionale. Questo mi porta a ritenere che la priorità dovrebbe essere promuovere una cultura economico-finanziaria accessibile a tutti i cittadini, indipendentemente da sesso, provenienza o titolo di studio.

Considerazioni finali

Sulla base dei dati, il panorama italiano si può sintetizzare così:

  • L’accesso formale a conti, credito, proprietà ed eredità è oggi pienamente paritario, senza distinzioni giuridiche tra uomini e donne.

  • La quota di donne senza conto corrente è ormai molto bassa e in netto miglioramento storico; la principale criticità riguarda piuttosto il basso tasso di occupazione femminile complessivo.

  • L’imprenditorialità femminile è in crescita (startup e società di capitali), ma rimane più giovane, più piccola e più concentrata in alcuni settori, con conseguenti difficoltà di accesso ai capitali.

  • I finanziamenti e gli investimenti alle imprese femminili risultano mediamente inferiori, ma le cause appaiono multifattoriali (settore, reti professionali, età dell’imprenditoria femminile), più che legate a barriere normative o divieti strutturali.

  • Le disuguaglianze di ricchezza riflettono soprattutto carriere lavorative diverse, non ostacoli attuali nella gestione del patrimonio o dei diritti successori.

  • Il livello di educazione finanziaria è basso per tutti: il divario di genere esiste ma appare relativo e spiegabile da fattori sociali e geografici.

  • Non emergono evidenze di un sistema economico-finanziario patriarcale attivo, pur persistendo disparità storiche e qualche forma di bias culturale.

Nel complesso, i dati restituiscono un quadro in cui permangono disuguaglianze (il 76-80% di ricchezza femminile rispetto a quella maschile alla pensione, il 2% dei finanziamenti VC alle startup fondate da donne…), ma senza evidenza di barriere normative o meccanismi istituzionali che svantaggino deliberatamente le donne. Le disparità osservate sembrano piuttosto il riflesso di dinamiche storiche, culturali e socio-economiche più ampie, che peraltro colpiscono anche altri gruppi vulnerabili (si pensi al divario Nord-Sud nell’alfabetizzazione finanziaria).

Alla luce di quanto esaminato – parità giuridica nell’accesso a conti, credito e successioni; gap di genere contenuti rispetto ad altre variabili socio-demografiche; assenza di norme che impongano una subordinazione femminile – risulta difficile qualificare il sistema economico-finanziario italiano come strutturalmente patriarcale secondo i criteri analizzati.

Bibliografia

[Banca d’Italia 2020] L’alfabetizzazione finanziaria degli italiani: https://www.bancaditalia.it/pubblicazioni/qef/2020-0588/QEF_588_20.pdf

[Banca d’Italia 2023] Alfabetizzazione finanziaria degli adulti in Italia: https://www.bancaditalia.it/statistiche/tematiche/indagini-famiglie-imprese/alfabetizzazione/index.html

[Chiodi 2013] Giovanni Chiodi, Sempre più uguali: i diritti successori del coniuge e dei figli naturali a 70 anni dal Codice civile: https://boa.unimib.it/retrieve/e39773b2-4977-35a3-e053-3a05fe0aac26/sempre%20pi%C3%B9%20uguali.pdf

[Founders Forum Group 2025] Women in VC & Startup Funding: Statistics & Trends (2025 Report): https://ff.co/women-funding-statistics-2025/

[ISP 2024] Indagine sul Risparmio e sulle scelte finanziarie degli italiani: https://www.centroeinaudi.it/images/abook_file/INDAGINE_RISPARMIO_2024.pdf

[ISTAT 2025] Noi Italia 2025: Mercato del lavoro: https://noi-italia.istat.it/pagina.php?id=3&categoria=16

[OECD 2021] The Missing Entrepreneurs 2021, https://www.oecd.org/en/publications/the-missing-entrepreneurs-2021_71b7a9bb-en.html

[OECD 2023] International Survey of Adult Financial Literacy: https://www.oecd.org/en/publications/oecd-infe-2023-international-survey-of-adult-financial-literacy_56003a32-en.html

[MdR & Episteme 2017] Le donne e la gestione del risparmio: https://www.museodelrisparmio.it/wp-content/uploads/2017/09/Ricerca-LE-DONNE-E-LA-GESTIONE-DEL-RISPARMIO.pdf

[UnionCamere 2024] Report startup innovative – terzo trimestre 2024: la presenza femminile: https://sni.unioncamere.it/notizie/report-startup-innovative-terzo-trimestre-2024-la-presenza-femminile

[WEF 2024] Women founders and venture capital – some 2023 snapshots: https://www.weforum.org/stories/2024/03/women-startups-vc-funding/

[World Bank Group 2021] Dati sull’economia per l’Italia: https://genderdata.worldbank.org/en/economies/italy (i dati storici sono stati presi dal ‘Databank’ sul medesimo sito)

[WTW 2022] Global Gender Wealth Equity Report: https://www.wtwco.com/en-us/insights/2022/11/2022-global-gender-wealth-equity-report

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