Femminismo? Antisessismo? Altro?

Nel dibattito “femminismo vs antisessismo”, che ho fatto insieme ai colleghi del progetto “Oltre il Genere”, abbiamo affrontato tre grandi questioni: il patriarcato, il rapporto del femminismo con gli uomini, e i limiti reciproci dei due approcci – femminista e antisessista, appunto.

Per prepararmi avevo scritto una serie di domande da proporre, ma alla fine abbiamo preferito usare domande più semplici e aperte, che ci permettessero di portare i nostri punti di vista. Quello che è rimasto fuori sono le domande più scomode: quelle che stanno sotto le posizioni. Le domande che decidono come costruiamo le nostre categorie, le nostre priorità, le nostre narrazioni.

Ne raccolgo alcune qui, con le risposte che mi sono data utilizzando una lente antisessista.

Se volete provare anche voi a rispondere — seguendo una lente femminista o qualsiasi altro approccio — siete i benvenuti.

1. È possibile combattere il sessismo senza stabilire implicitamente una gerarchia delle vittime?

In astratto sì – nella pratica è più difficile, ma ci si può riuscire. Chiunque lavori su politiche pubbliche o attivismo concreto sa che le risorse sono limitate: tempo, attenzione, fondi, capitale politico. Questo rende inevitabile una qualche forma di gerarchia delle priorità. Il problema non è tanto che esista una gerarchia, quanto come viene costruita e giustificata.

Un primo passo fondamentale, secondo me, è riconoscere esplicitamente che il sessismo può colpire sia uomini che donne, e impegnarsi a raccogliere dati su entrambi. Se si misurano solo alcuni problemi e se ne ignorano sistematicamente altri, la gerarchia non è più una scelta pragmatica ma una decisione ideologica.

Anche quando le risorse non permettono di intervenire su tutto allo stesso tempo, il fatto di ascoltare e riconoscere le sofferenze di entrambi i sessi cambia radicalmente la dinamica. La priorità diventa allora qualcosa di contingente, che si può rivalutare nel tempo, non una classifica morale fissa di chi “merita” di più.

In altre parole: non possiamo evitare di stabilire priorità, ma possiamo evitare di trasformarle in una gerarchia permanente delle vittime. E questa differenza è cruciale se vogliamo parlare davvero di giustizia di genere, e non solo di schieramenti.

2. Fino a che punto è legittimo attribuire responsabilità collettive per fenomeni che coinvolgono individui?

Attribuire responsabilità collettive può avere un senso politico, ma solo entro limiti precisi. Storicamente, molti cambiamenti sono avvenuti perché persone con problemi simili si sono riconosciute come gruppo e hanno fatto fronte comune: donne, lavoratori, afroamericani, persone LGBT – in generale, minoranze e individui discriminati. In questo senso, parlare in termini collettivi può dare voce a chi altrimenti resterebbe invisibile.

Il problema nasce quando la responsabilità collettiva viene imposta dall’alto, più che emergere dal basso. Quando un gruppo viene definito come responsabile – o addirittura colpevole – in quanto tale, indipendentemente dai comportamenti dei singoli, si passa dall’analisi strutturale alla stigmatizzazione. La storia è piena di esempi in cui questo meccanismo ha prodotto solo più rabbia, chiusura e radicalizzazione.

Inoltre, essere accusati come membri di un gruppo per qualcosa che non si è fatto personalmente è corrosivo dal punto di vista psicologico e politico: tende a generare difesa identitaria, non assunzione di responsabilità. Se l’obiettivo è cambiare comportamenti e norme sociali, l’unica responsabilità collettiva che funziona davvero è quella che le persone scelgono di assumersi, non quella che viene loro attribuita.

Per questo, distinguere sempre tra dinamiche strutturali e colpa individuale non è un tecnicismo: è una condizione per qualsiasi cambiamento che non produca solo nuovi conflitti.

3. Riconoscere differenze sistematiche tra uomini e donne implica necessariamente parlare di “privilegio” di uno dei due sessi?

Non necessariamente. Parlare di “privilegio” può essere utile per descrivere alcuni vantaggi sistematici di un gruppo rispetto a un altro, ma diventa fuorviante quando viene usato come lente unica. Il rischio è trasformare un’analisi delle asimmetrie in una gerarchia morale.

Uomini e donne, nelle società occidentali, godono di privilegi diversi in ambiti diversi. Gli uomini possono avere vantaggi in alcuni contesti — per esempio in carriera o in credibilità pubblica — mentre le donne ne hanno in altri — come una maggiore protezione sociale o un trattamento più benevolo in certi ambiti relazionali e giudiziari. Ridurre tutto a un unico asse “chi è privilegiato e chi no” cancella questa complessità.

Inoltre, un privilegio di gruppo non si distribuisce in modo uniforme su tutti gli individui di quel gruppo. Classe sociale, istruzione, salute, famiglia, contesto culturale contano spesso più del sesso biologico. Parlare di “privilegio maschile” o “privilegio femminile” come se fosse una proprietà stabile rischia di oscurare queste differenze interne.

Riconoscere che esistono asimmetrie di genere è necessario. Ma trasformarle automaticamente in un racconto binario di oppressori e oppresse non è l’unico modo — né sempre il più utile — per capirle o per correggerle.

4. Le politiche di genere dovrebbero mirare all’uguaglianza di diritti (parità di opportunità) o all’uguaglianza di esiti (parità di risultati)?

In un mondo ideale, entrambe (forse), ma nella pratica bisogna stare molto attenti a non confonderle. L’uguaglianza di diritti e di opportunità è il fondamento: significa che nessuno dovrebbe essere limitato o favorito in base al sesso nell’accesso a istruzione, lavoro, giustizia, partecipazione politica. Senza questo, parlare di parità di risultati è un discorso vuoto.

Il problema nasce quando si tenta di forzare l’uguaglianza di esiti senza aver capito da dove nascono le differenze nei risultati. Se si osserva che uomini e donne sono rappresentati in modo diverso in certi ambiti, questo non implica automaticamente che ci sia una discriminazione a monte. Possono entrare in gioco preferenze, scelte di vita, differenze di rischio, orari di lavoro, percorsi educativi…

Strumenti come le quote di genere, se usati in modo meccanico, rischiano di introdurre nuove disuguaglianze di opportunità per correggere una disuguaglianza di risultati che magari non è interamente dovuta a barriere ingiuste. Per questo servono analisi empiriche molto solide: prima si identificano gli ostacoli reali, poi si interviene su quelli.

In altre parole, l’uguaglianza di esiti può essere un segnale d’allarme utile, ma non dovrebbe mai sostituire l’uguaglianza di diritti come criterio guida.

5. È possibile difendere gruppi storicamente discriminati senza ridurne l’agency individuale?

Sì, ma solo se si resiste alla tentazione di trasformare la tutela in una narrazione di impotenza. Difendere gruppi che hanno subito discriminazioni storiche è legittimo e spesso necessario, ma questo dovrebbe partire da evidenze concrete: dati su accesso alle opportunità, esiti sanitari, istruzione, reddito, violenza, rappresentanza. Senza questo ancoraggio alla realtà, il rischio è di parlare per le persone invece che con le persone.

Quando un gruppo viene descritto principalmente come fragile, vulnerabile e privo di potere, si finisce per sottrargli proprio ciò che si vorrebbe proteggere: l’agentività. Le persone non sono solo il prodotto delle strutture che le circondano; fanno anche scelte, sviluppano strategie, resistono, negoziano. Ignorare questo significa infantilizzarle, anche se con buone intenzioni.

Un approccio maturo alla giustizia sociale dovrebbe tenere insieme entrambe le cose: riconoscere gli ostacoli sistemici e, allo stesso tempo, trattare gli individui come soggetti capaci di azione e responsabilità. Senza questa doppia lente, la protezione rischia di diventare una forma più sofisticata di paternalismo.

6. In che misura una lente interpretativa (di genere, ma non solo) aiuta a capire la realtà, e quando invece la semplifica eccessivamente?

Le lenti interpretative sono strumenti indispensabili: senza di esse, la realtà sarebbe un ammasso di dati senza significato. Guardare il mondo attraverso il genere, la classe, l’etnia o altre categorie permette di individuare schemi, disuguaglianze e dinamiche che altrimenti resterebbero invisibili. In questo senso, una lente è ciò che rende possibile l’analisi.

Il problema nasce quando una lente diventa l’unica lente. Ogni categoria evidenzia alcune cose ma ne oscura altre. Se tutto viene letto esclusivamente in chiave di genere, si rischia di attribuire al sessismo fenomeni che in realtà dipendono anche da fattori economici, culturali, psicologici o istituzionali. La spiegazione diventa più semplice, ma anche più povera.

Le risposte semplici sono spesso seducenti perché offrono una narrazione chiara e moralmente rassicurante. Ma il mondo sociale è raramente monocausale. Usare una lente in modo sano significa saperla mettere e togliere, confrontarla con altre, e accettare che a volte le cause di un problema non si allineano con il nostro schema preferito.

In questo senso, la complessità non è un difetto del pensiero: è un segnale che stiamo prendendo sul serio la realtà invece di forzarla dentro una storia che ci piace raccontare.

7. Come capiamo se un movimento sta ancora rispondendo a problemi reali o se sta soprattutto riproducendo se stesso?

Non è mai facile giudicarlo dall’interno, perché ogni movimento tende naturalmente a difendere la propria identità e le proprie categorie. Un primo criterio utile, però, è guardare quanto un movimento è disposto a confrontarsi con dati e realtà che non confermano la sua narrativa. Quando le evidenze empiriche vengono selezionate o ignorate a seconda che facciano comodo, è un segnale che l’obiettivo non è più capire il problema, ma preservare il racconto.

Un altro indicatore è la capacità di ridefinire i propri obiettivi. Se un movimento non è mai in grado di dire “questo risultato è stato raggiunto”, rischia di entrare in una dinamica di lotta perenne, in cui ogni progresso viene subito riformulato come una nuova prova di fallimento. In quel caso la causa diventa fine a se stessa.

Infine conta molto il tipo di soluzioni proposte. Quando si smette di parlare di politiche concrete, misurabili e verificabili, e si passa soprattutto a denunciare nemici astratti o “sistemi” vaghi, è spesso il segno che si stanno combattendo più mulini a vento che problemi specifici.

Un movimento sano non è quello che ha sempre ragione, ma quello che è disposto a correggersi quando la realtà lo contraddice.

8. Un movimento può dirsi inclusivo se decide in anticipo quali discriminazioni contano di più?

Ogni movimento deve necessariamente fare delle scelte, ma il modo in cui le giustifica dice molto della sua onestà. Quando un progetto si presenta come inclusivo e universale, ma poi stabilisce in anticipo una gerarchia rigida delle categorie che meritano attenzione, nasce una tensione difficile da ignorare.

Un esempio sono alcune politiche di diversity, equity and inclusion: spesso sono costruite per tutelare una serie di gruppi definiti come “storicamente svantaggiati”, ma escludono a priori altri soggetti che possono comunque trovarsi in situazioni di difficoltà reali. Questo non significa che quei gruppi tutelati non abbiano problemi, ma mostra che l’inclusività è filtrata da un’idea predefinita di chi può legittimamente essere vulnerabile.

Il rischio è che l’inclusione smetta di essere un principio e diventi un perimetro politico: sei dentro se rientri nelle categorie giuste, sei fuori se non lo fai, anche quando i tuoi problemi sono concreti. In quel momento, più che combattere le discriminazioni, si sta amministrando un sistema di appartenenze.

Un movimento davvero inclusivo, secondo me, dovrebbe almeno essere disposto a rivedere continuamente quella gerarchia alla luce dei dati e delle realtà, invece di trattarla come un dogma.

9. Quanto conta, nella pratica, avere ragione rispetto ad avere consenso?

In teoria vorremmo che le due cose coincidessero, ma nella realtà quasi mai è così. Molte idee corrette, ben fondate e persino urgenti rimangono marginali perché non riescono a mobilitare consenso. Al contrario, molte posizioni sbagliate o semplificate ottengono enorme successo proprio perché parlano alle emozioni, alle paure o all’identità delle persone.

Questo non significa che il consenso sia irrilevante: senza una base sociale ampia non si cambia nulla. Ma significa che il consenso non è una prova di verità, così come la mancanza di consenso non è una prova di errore. In politica e nei movimenti sociali vince spesso chi riesce a costruire una narrazione che risuona, non necessariamente chi ha l’analisi più accurata.

La difficoltà è tenere insieme entrambe le cose. Se si rinuncia alla verità per inseguire il consenso, si finisce per fare propaganda. Se si rinuncia al consenso in nome della verità, si resta irrilevanti. La sfida è trovare un linguaggio che non tradisca i fatti ma che sia anche capace di parlare alle persone.

In questo senso, avere ragione è una condizione necessaria, ma non sufficiente. E saper costruire consenso è un’abilità politica che non può essere liquidata come pura manipolazione.

10. Chi non si riconosce in un movimento che parla in suo nome sta sbagliando lui/lei, o sta rivelando un limite del movimento?

Entrambe le cose possono essere vere, ma il punto importante è che il dissenso non può essere liquidato automaticamente come falsa coscienza. Quando un movimento dice di rappresentare un gruppo — “le donne”, “gli uomini”, “le persone LGBTQ+”, o qualsiasi altra categoria — sta facendo una pretesa molto forte. Sta dicendo: parliamo a nome vostro, e questo comporta una responsabilità.

Se una parte significativa di quel gruppo non si riconosce in quella rappresentazione, questo è almeno un segnale che qualcosa non sta funzionando. Può essere che alcune persone resistano al cambiamento o abbiano interiorizzato norme che le danneggiano, ma può anche essere che il movimento abbia costruito una narrazione troppo rigida, che non riesce a includere esperienze e sensibilità diverse.

La rappresentanza non è qualcosa che si ottiene una volta per tutte: deve essere continuamente guadagnata e verificata. Quando un movimento smette di interrogarsi su chi lascia fuori, e attribuisce ogni dissenso a ignoranza o malafede, rischia di trasformarsi da strumento di emancipazione in un’ortodossia.

In quel momento, chi non si riconosce non è solo un problema individuale: sta anche rivelando un limite politico e culturale del movimento stesso.

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