Perché non sono femminista (ma antisessista per ora sì)
Perché non sono femminista (ma antisessista per ora sì)
Nelle ultime settimane ho sentito citare parecchie volte l’antisessismo sui social. Ne parlano persone che seguo e che mi seguono, talvolta creator con un seguito non trascurabile, purtroppo quasi sempre in modo polemico e quasi mai nel merito.
Più che una proposta o un tentativo di chiarimento, il termine sembra funzionare come un segnale di allarme: ogni volta che compare la parola antisessismo, la discussione scivola immediatamente sul piano delle intenzioni, delle appartenenze e delle presunte manovre ideologiche che vi starebbero dietro.
In questo clima ho letto un po’ di tutto:
- che l’antisessismo sarebbe nato con l’obiettivo di distruggere il femminismo,
- che non sarebbe altro che una semplice operazione di rebranding dei movimenti MRA più beceri e reazionari,
- che in definitiva si tratterebbe solo di antifemminismo mascherato.
Più che aiutare a chiarire cos’è – o cosa vorrebbe essere – l’antisessismo, molte di queste reazioni sembrano rivelare altro: una crescente difficoltà ad accettare che la lotta al sessismo possa essere pensata anche al di fuori della cornice femminista tradizionale.
È proprio da qui che vorrei partire, perché forse il problema non è l’antisessismo, ma ciò che mette in discussione.

“Se sei per la parità di genere, sei femminista”?
Qualche tempo fa, in una discussione su Threads, una ragazza mi disse esplicitamente:
Se sei per la parità di genere, sei femminista. Il femminismo è oggi l’unico movimento che lotta per questo.
È una frase che mi ha fatto riflettere, perché contiene una parte di verità. Storicamente, il femminismo è stato il movimento che ha messo al centro la questione dell’uguaglianza giuridica e sociale tra uomini e donne, e senza di esso molte conquiste fondamentali non esisterebbero. Riconoscerlo per me non è una concessione retorica, ma un dato di fatto.
Il problema nasce quando da questa constatazione storica si passa a una pretesa di esclusività, come se l’impegno per la parità di genere potesse esistere solo all’interno di una cornice femminista, e qualsiasi tentativo di pensarlo diversamente fosse per definizione sospetto o regressivo.
Esistono da tempo visioni come l’egualitarismo o l’umanesimo, che promuovono l’uguaglianza tra gli esseri umani senza focalizzarsi su un solo asse identitario. Esistono anche tentativi, più o meno riusciti, di fare da ponte tra femminismo e movimenti per i diritti maschili. Ma per chi – come me – parte da un presupposto semplice, cioè che il sessismo colpisca sia le donne che gli uomini, in forme diverse e talvolta speculari, queste cornici continuano a risultare parziali.
Se il problema è il sessismo, la soluzione più lineare è combattere il sessismo. È da qui che nasce il termine antisessismo – e forse il suo pregio principale è proprio questo: essere estremamente letterale, quasi banale, e privo di significati impliciti o secondi fini da decifrare.
Il fatto che non esista ancora un manifesto condiviso, strutturato e riconosciuto dell’antisessismo è senza dubbio un limite: rende difficile a chi condivide certi valori “trovarsi” e lavorare in modo coordinato. Ma l’assenza di un’ortodossia non invalida l’intuizione di fondo. Al contrario, può essere un’occasione per costruire qualcosa di più solido e di meno identitario.
Un disagio crescente verso il femminismo (almeno dalle mie parti)
Non sono nessuno per decretare tendenze, e parlo ovviamente per una bolla ristretta. Tuttavia, ho la netta impressione che, negli ultimi anni, qualcosa stia cambiando nella percezione del femminismo contemporaneo – almeno in Italia.
Sulla carta, il femminismo continua a definirsi come movimento per la parità di genere. Eppure nella pratica, sempre più spesso, assume tratti che rendono difficile considerarlo davvero paritario.
In particolare, quando il discorso pubblico femminista tende
- a discriminare sistematicamente gli uomini (o quantomeno a minimizzarne i problemi),
- a interpretare ogni asimmetria come prova automatica di un privilegio maschile strutturale,
- a reagire con ostilità verso chi chiede verifiche, dati completi o semplicemente maggiore complessità, diventa legittimo chiedersi quanto questo approccio sia ancora uno strumento efficace di uguaglianza.
È importante dirlo chiaramente: il femminismo non è un blocco monolitico; esistono correnti diverse, posizioni sfumate, persone che lavorano con serietà e buona fede. Generalizzare è sempre sbagliato, ma quando certi pattern diventano ricorrenti – quando non si tratta più di singole “mele marce”, bensì di dinamiche diffuse e riconoscibili – interrogarsi su un problema strutturale non è solo legittimo, ma necessario.
Il problema del metodo
Uno dei nodi centrali, a mio avviso, è la progressiva perdita di rigore scientifico nel modo in cui molte istanze femministe vengono oggi portate avanti, soprattutto quando dal piano dell’analisi si passa a quello delle politiche pubbliche.
In questo ambito, le buone intenzioni non sono sufficienti. Servono dati completi, metodologie esplicite, definizioni operative chiare. E, soprattutto, serve la disponibilità a rivedere le proprie conclusioni quando le evidenze non le supportano, o le supportano solo parzialmente.
Eppure, sempre più spesso, assistiamo a dinamiche ricorrenti:
- l’assenza sistematica di dati su alcuni fenomeni, come la violenza domestica subita dagli uomini o altre forme di vittimizzazione meno compatibili con la narrativa dominante;
- l’uso selettivo delle statistiche, che enfatizza certi numeri ignorandone altri altrettanto rilevanti;
- definizioni elastiche, che cambiano a seconda dell’obiettivo politico del momento (si pensi, ad esempio, al dibattito sul conteggio dei femminicidi);
- reazioni difensive verso chi solleva dubbi metodologici o chiede chiarimenti, spesso liquidato come “negazionista” o accusato di malafede.
Questo approccio non è solo fragile dal punto di vista analitico: è anche politicamente controproducente. Azioni politiche costruite su diagnosi parziali o distorte rischiano di essere inefficaci, quando non apertamente dannose, perché intervengono su una rappresentazione incompleta del problema.
In altre parole, quando una teoria non ammette la possibilità di essere smentita dai dati, smette di essere uno strumento operativo; a quel punto non si analizza più la realtà, ma si difende una narrazione.
Vittime e colpevoli
Un altro aspetto che trovo problematico nel femminismo contemporaneo è il ricorso sempre più frequente a una retorica che, dalla legittima denuncia delle disuguaglianze, scivola progressivamente verso una rappresentazione vittimistica e polarizzante del conflitto.
Nonostante oggi il femminismo goda di un supporto politico, mediatico e istituzionale significativo, molte associazioni e attiviste continuano a descrivere lo Stato e la società come fondamentalmente indifferenti, ostili o apertamente misogini. Denunciare criticità reali è necessario; costruire però una narrazione sistematica di impotenza lo è molto meno, soprattutto quando questa convive con un forte potere di influenza e di lobbying più o meno visibile.
Questo scollamento tra percezione e realtà non è neutro: da un lato erode la credibilità del movimento, dall’altro alimenta una dinamica di contrapposizione morale che rende sempre più difficile il confronto nel merito. In questo schema, il conflitto tende a essere semplificato in termini di vittime e colpevoli.
È in questo contesto che si inserisce anche l’attacco sempre più generalizzato al maschile. La critica alla mascolinità tradizionale può avere una funzione utile, se mirata e contestualizzata. Ma quando la mascolinità in quanto tale viene rappresentata come intrinsecamente tossica, violenta o patologica, il messaggio che passa è diverso: esiste un solo modello di uomo socialmente accettabile, spesso implicitamente “femminilizzato”.
Questa impostazione non libera nessuno. Non libera le donne, perché sposta il focus dall’analisi dei problemi alle categorie morali. E non libera gli uomini, che vengono ridotti a oggetti di correzione piuttosto che soggetti del cambiamento.
Antisessismo come risposta, non come antagonismo
È in questo contesto che, per me, l’antisessismo acquista senso.
Non come movimento “contro” il femminismo, né come sua negazione speculare, ma come tentativo di risposta alle sue lacune attuali. E soprattutto non come un’identità da difendere, bensì come un metodo di analisi e di intervento.
Un metodo che
- si occupa delle discriminazioni legate al genere ovunque si presentino, senza gerarchie prestabilite;
- rifiuta la competizione vittimaria come chiave di lettura del conflitto;
- àncora le politiche ai dati e alla realtà fattuale, anziché a un’ideologia;
- accetta il dissenso non come una minaccia, ma come parte integrante della ricerca della verità.
In questa prospettiva non esistono dogmi né verità insindacabili. Esistono ipotesi, evidenze, controargomentazioni, e la disponibilità a rivedere le proprie conclusioni.
Personalmente, ad esempio, vedo delle criticità nel concetto di “bisessismo” così come viene talvolta proposto. Ma il punto non è essere d’accordo o meno: è poterlo discutere nel merito, senza scomuniche, senza trasformare il dissenso in una colpa morale.
Per quanto mi riguarda, possiamo discutere anche di ciò che mette in crisi le narrazioni più consolidate.
Possiamo dibattere del grado di oppressione storica delle donne, dell’aborto e se sia giusto o meno, della natura patriarcale (o meno) della società contemporanea, e del peso relativo di biologia e cultura nelle differenze osservabili tra uomini e donne.
Possiamo confrontarci sull’efficacia reale dei percorsi per uomini maltrattanti; sulle ragioni per cui la red pill attecchisce o persino se abbia un fondo di verità; sull’impatto concreto delle “microaggressioni”; del gender pay gap e dei limiti con cui viene spesso presentato…
In poche parole, possiamo discutere di tutto – a patto di farlo partendo dai fatti, accettando la possibilità che alcune risposte siano meno rassicuranti delle appartenenze ideologiche che siamo abituati a difendere. Senza questa disponibilità, non stiamo cercando di capire la realtà, ma solo di confermare ciò in cui abbiamo già deciso di credere.
Non è l’etichetta che conta
Alla fine, l’etichetta è secondaria.
Potete chiamarvi femministi, antifemministi, antisessisti, o non chiamarvi affatto.
Quello che conta è il metodo con cui si affrontano i problemi, e la disponibilità a mettere in discussione anche le proprie certezze. È per questo che oggi mi definisco antisessista: non perché abbia trovato una nuova identità, ma perché ho scelto un approccio che non mi chieda di difendere una narrativa prima ancora di guardare i dati.
È questo, nel mio piccolo, ciò che sto cercando di costruire. E come sempre, se volete costruire insieme a me, siete i benvenuti.