Il fenomeno dell'aborto selettivo

Pubblico qui il mio intervento che ho scritto per la live Oltre il genere #11: Alcune considerazioni sull’aborto trasmessa sul canale YouTube del mio collega Francesco.


L’espressione aborto selettivo indica l’interruzione volontaria di gravidanza (IVG) motivata dal sesso del feto.

In ambito medico, non è da confondere con l’IVG selettiva per motivi di salute, che viene talvolta praticata in caso di gravidanza multipla nel caso le diagnosi prenatali diano esito negativo per uno o più feti in gestazione, cosicché questi possano venire “selezionati” e abortiti e la gravidanza possa procedere con quelli rimanenti (ma questo caso non c’entra ovviamente col sesso del nascituro).

Nel dibattito internazionale si parla spesso di gender-biased sex selection (GBSS), un termine più ampio che comprende non solo l’aborto in sé, ma qualunque forma di selezione del sesso basata su preferenze culturali o familiari.

Il fenomeno si manifesta in genere nel momento in cui i genitori scoprono il sesso del feto, cosa oggi possibile già nelle prime settimane di gestazione grazie a ecografie precoci, amniocentesi, villocentesi e, sempre più spesso, test prenatali non invasivi su sangue materno.

Quando esiste una forte preferenza culturale per i figli maschi, può accadere che la gravidanza venga interrotta se il feto è femmina. Proprio per questo nella maggior parte dei casi si parla di aborto selettivo femminile, anche se la pratica rientra in un quadro più ampio di discriminazione di genere che può manifestarsi anche attraverso infanticidio, abbandono o incuria nei confronti delle bambine.

Mappa mondiale dei rapporti di natalità per sesso (sex ratio), 2012. Fonte: Wikipedia

La sex ratio come indicatore (imperfetto) del fenomeno

La misura più utilizzata per stimare la presenza di aborto selettivo è la sex ratio alla nascita, cioè il numero di maschi nati vivi ogni 100 femmine.

A livello biologico, la sex ratio naturale oscilla tra 102 e 106 maschi per 100 femmine. Questo leggero eccesso di nascite maschili rappresenta una compensazione evolutiva: i maschi presentano tassi di mortalità più elevati in tutte le fasi della vita, dall’infanzia all’età adulta, a causa di fattori genetici (maggiore vulnerabilità legata al singolo cromosoma X) e comportamentali. Il rapporto tende quindi ad equilibrarsi e poi a invertirsi nelle fasce d’età successive.

Gli studi sulla GBSS partono spesso dall’ipotesi che, in assenza di interventi selettivi, le popolazioni regionali dovrebbero mantenere questa proporzione. Uno scostamento significativo verso un numero anomalo di maschi viene quindi usato come proxy statistica per individuare aborti selettivi. Tuttavia, l’affidabilità di tale presupposto è stata messa in discussione da alcuni studiosi: le variazioni locali della sex ratio possono avere cause demografiche, migratorie o sanitarie che non dipendono dalla selezione prenatale. La stima del fenomeno resta dunque indiretta, e l’attribuzione delle cause comporta una dose inevitabile di incertezza.

Indagare l’aborto selettivo in modo diretto è infatti estremamente difficile: è improbabile che i genitori dichiarino spontaneamente la motivazione, le normative locali possono scoraggiare la comunicazione, e distinguere un aborto volontario “generico” da uno mirato è quasi impossibile sul piano clinico.


Dove avviene e come si è evoluto

La pratica è stata documentata in modo sistematico dagli anni ’80 in diverse regioni dell’Asia orientale e meridionale — in particolare Cina, India, Vietnam e, in passato, Corea del Sud. Negli ultimi vent’anni è stata osservata anche nel Caucaso meridionale (Armenia, Azerbaigian, Georgia) e in alcune aree dell’Europa orientale. Studi recenti mostrano inoltre che pattern simili possono emergere anche tra comunità migranti provenienti da paesi ad alta prevalenza, residenti in Europa occidentale, Nord America o Australia.

Un’ulteriore manifestazione è la selezione preimpianto del sesso tramite tecniche di fecondazione assistita, in particolare attraverso la diagnosi genetica preimpianto (PGD, Preimplantation Genetic Diagnosis), che consente di determinare il sesso degli embrioni prima del trasferimento in utero. Sebbene in molti paesi questa pratica sia illegale se non per motivi medici (ad esempio per evitare la trasmissione di malattie genetiche legate al sesso), dove è consentita o tollerata — come in alcuni stati degli USA o in cliniche private di “turismo riproduttivo” — i dati mostrano una preferenza per la scelta di embrioni maschi, anche se l’entità del fenomeno appare minore rispetto all’aborto selettivo.


Le cause: preferenza per i figli maschi e pressioni sociali

La letteratura internazionale è quasi unanime nell’individuare un insieme ricorrente di fattori culturali, economici e sociali alla base della preferenza per i maschi:

1. Sistemi patrilineari e trasmissione del nome e della proprietà

In molte società la discendenza e la proprietà passano attraverso la linea maschile. Il figlio maschio è dunque percepito come l’unico in grado di garantire continuità familiare, ereditaria e simbolica.

2. Patrilocalità e sicurezza economica nella vecchiaia

Le figlie, una volta sposate, entrano a far parte della famiglia del marito, mentre i figli maschi restano vicini alla famiglia d’origine. In assenza di sistemi di welfare efficienti, i genitori dipendono spesso dai figli maschi per il sostegno economico e l’assistenza in età avanzata.

3. Ruoli economici e valore del lavoro

Nelle economie agricole o manuali, il lavoro maschile viene percepito come più produttivo. Anche nelle società più moderne, persistenti diseguaglianze nell’accesso al lavoro e al reddito possono rafforzare l’idea che un figlio maschio “renda di più”.

4. Costi delle figlie e sistemi di dote

In alcuni paesi vigono ancora pratiche matrimoniali che impongono costi alla famiglia della sposa (come la dote in India). Ciò rende la nascita di una figlia un potenziale “dissanguamento finanziario”, mentre il matrimonio dei figli maschi porta risorse o prestigio.

5. Aspetti religiosi e rituali

In molte tradizioni solo i figli maschi possono officiare determinati riti funebri o religiosi, conferendo loro una rilevanza spirituale e sociale specifica.

6. Status inferiore delle donne e pressione sociale sulle madri

Dove le donne hanno scarsa autonomia e potere decisionale, sono spesso soggette a pressioni intense affinché “diano un figlio maschio”. Il mancato adempimento di questa aspettativa può comportare violenze, ripudio o stigma. In diversi contesti le donne sono costrette a gravidanze ripetute finché non nasce un maschio, con gravi rischi per la loro salute.

Risposte alle domande condotte nell’ambito della ricerca “Prevalence and Causes of Gender-Biased Sex Selection in the Republic of Armenia”, aggregate da Osservatorio Balcani & Caucaso

Molti studi sottolineano che la disponibilità di ecografie e test prenatali non è la causa primaria del fenomeno: è piuttosto il contesto culturale, ovvero la preferenza per il figlio maschio, a determinare l’uso strumentale della tecnologia.


Conseguenze demografiche e sociali

La conseguenza più evidente è la crescita di generazioni caratterizzate da un surplus maschile. Questo squilibrio produce effetti complessi:

  • “Missing girls”: secondo le stime UNFPA, oltre 140 milioni di donne e bambine “mancano” dalle statistiche demografiche mondiali — mai nate a causa di aborto selettivo o morte precocemente per negligenza e discriminazione. Solo nel 2020, si stima che circa 1,2 milioni di nascite femminili siano state “perse” a causa della selezione prenatale del sesso.
  • Difficoltà nel mercato matrimoniale: un eccesso di uomini può generare competizione, aumento dei costi matrimoniali, riduzione del potere contrattuale delle giovani donne, oppure viceversa forme di ipercontrollo familiare per timore di “perdere” una figlia.
  • Matrimoni forzati: in alcune regioni sono aumentati i casi di rapimenti, traffico di spose e matrimoni combinati con donne provenienti da zone più povere.
  • Aumento della violenza di genere: alcune ricerche collegano squilibri demografici estremi a forme di instabilità sociale e maggiore incidenza di violenze contro donne e minori.
  • Effetti sulla salute delle donne: le pressioni a ripetere le gravidanze o ad abortire possono avere impatti fisici e psicologici significativi.

Per questi motivi alcuni attivisti e studiosi definiscono l’aborto selettivo come una forma di femminicidio prenatale, in quanto prende di mira feti femminili “in quanto femmine”.

Stima dei numeri di “bambine mancanti” nel mondo. Fonte: UNFPA

Leggi, limiti e dilemmi etici nella prevenzione

Molti paesi hanno introdotto divieti sulla comunicazione del sesso fetale o sull’aborto selettivo, ma con efficacia limitata. I principali conflitti riguardano:

  • il rischio di ulteriori restrizioni all’autonomia delle donne, soprattutto in contesti dove l’accesso all’aborto è già problematico;
  • la difficoltà di far rispettare le norme, dato che motivazioni e intenzioni non sono verificabili;
  • il crescente ricorso a cliniche private o servizi illegali, che può mettere ulteriormente in pericolo la salute femminile.

Gli organismi internazionali (UNFPA, WHO, UNICEF) raccomandano politiche centrate non sul divieto in sé, bensì sul contrasto alle radici culturali del fenomeno: rafforzare i diritti delle donne, garantire l’accesso all’educazione, modificare le norme ereditarie discriminatorie, migliorare i sistemi di protezione sociale e valorizzare pubblicamente il ruolo delle bambine.

L’esperienza della Corea del Sud rappresenta il caso di successo più studiato. Negli anni ‘90, il paese registrava una sex ratio alla nascita tra le più sbilanciate al mondo (fino a 116 maschi per 100 femmine per i terzi figli). A partire dagli anni 2000, la situazione si è normalizzata fino a raggiungere valori fisiologici. Gli studiosi attribuiscono questo cambiamento a una combinazione di fattori: la rapida crescita economica e urbanizzazione, che ha ridotto la dipendenza dai figli maschi per il lavoro agricolo e il sostegno nella vecchiaia; l’espansione massiccia dell’istruzione femminile e della partecipazione delle donne al mercato del lavoro; riforme legislative che hanno garantito alle figlie pari diritti ereditari; lo sviluppo di un sistema pensionistico pubblico; e campagne governative per valorizzare le bambine. Il caso sudcoreano dimostra che il cambiamento è possibile in tempi relativamente brevi quando le politiche strutturali accompagnano una trasformazione culturale profonda.


Conclusioni

L’aborto selettivo è un fenomeno complesso, radicato in sistemi socio-economici e culturali che attribuiscono un valore superiore ai figli maschi. Non è un problema tecnologico — non dipende dalle ecografie o dai test prenatali — ma l’espressione estrema di diseguaglianze strutturali. La sua diffusione non può essere compresa né affrontata senza considerare il contesto sessista in cui si sviluppa, le pressioni esercitate sulle donne e le dinamiche familiari ed economiche che perpetuano la preferenza per i maschi.

Le risposte più efficaci, come suggerito dagli organismi internazionali, non consistono in divieti che rischiano di ledere ulteriormente i diritti delle donne, ma nel potenziamento della loro autonomia, nella riforma delle norme discriminatorie e nella promozione di un cambiamento culturale che riconosca pari dignità e valore a figlie e figli.


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