Cosa si intende per patriarcato?
Cosa si intende per patriarcato?
Fin dai tempi in cui mi definivo femminista, e forse ancora di più da quando non mi riconosco più nel movimento, c’è sempre stata una parola con cui ho avuto un rapporto strano: patriarcato.
Se da bambina l’associavo ai racconti biblici, pieni di patriarchi e interminabili genealogie maschili, ritrovarlo nel linguaggio politico e sociologico mi ha sempre lasciata un po’ perplessa. Possibile che la stessa parola servisse a spiegare fenomeni tanto diversi?
Col tempo ho scoperto che la confusione non era solo mia. Ogni volta che chiedevo a qualcuno di definire cosa fosse il patriarcato, ricevevo una risposta diversa:
- per alcuni era semplicemente il potere concentrato nelle mani degli uomini e la conseguente oppressione delle donne;
- per altri una struttura economica e culturale radicata nei secoli, che regola i ruoli di genere e assegna il potere simbolico al maschile;
- per altri ancora una sorta di “teoria del tutto”, capace di spiegare qualunque male del mondo, dalle guerre alle insicurezze maschili, dal linguaggio “non inclusivo” alla mancanza di donne nelle STEM, fino alle scarpe con i tacchi e alla pubblicità dei detersivi;
- c’era chi lo vedeva come un sistema politico invisibile, chi come un’abitudine mentale, chi come una forza quasi metafisica che si rigenera da sola;
- e chi infine lo usava come sinonimo di “società moderna”, come se fosse un termine rappresentativo per la stessa.
Quasi tutti concordavano su un punto: che il patriarcato sia esistito nel passato, anche recente, e che abbia influenzato profondamente la nostra società. Ma sull’oggi le opinioni sembrano dividersi. C’è chi sostiene che il patriarcato esista ancora, anche in Italia; chi invece ritiene che la sua eredità sia ormai più culturale che strutturale. E io, dopo decine di discussioni e letture, mi ritrovavo più confusa di prima.
Da qui la decisione di provare a fare ciò che mi riesce meglio: indagare, studiare, mettere ordine.
Ho deciso di approfondire il tema in prima persona, raccogliendo e confrontando fonti di diverso tipo — accademiche, storiche, sociologiche — per rispondere a una domanda apparentemente semplice: l’Italia può essere considerata un patriarcato?
Più che cercare una risposta definitiva, e in ogni caso come punto di partenza, il mio obiettivo è capire che cosa intendiamo davvero quando usiamo quella parola.
Che caratteristiche ha una società patriarcale? È un concetto qualitativo o misurabile in termini concreti? E soprattutto: in quali ambiti, se ce ne sono, l’Italia presenta ancora tratti patriarcali riconoscibili?
La serie di articoli che segue nasce con questo intento: analizzare il concetto di patriarcato in modo critico, suddividendo l’indagine per aree — legge e giustizia, salute, cultura, linguaggio, sicurezza… — per capire se e in che misura possiamo ancora parlare di struttura patriarcale. Non per demolire l’idea a tutti i costi, ma per restituirle significato e proporzioni.
Non faccio mistero di partire con una certa dose di scetticismo: nel mio percorso femminista ho sentito attribuire al patriarcato i fenomeni più disparati, spesso senza alcun fondamento empirico. Tuttavia riconosco anche che molte delle disuguaglianze di oggi affondano le radici in un passato caratterizzato, con ogni probabilità, da “dinamiche patriarcali” che ha lasciato segni profondi. Capire quanto di quel passato sopravvive, e quanto invece stiamo proiettando ideologicamente nel presente, mi sembra il primo passo necessario per ogni discorso serio sull’uguaglianza. Questa analisi approfondita e suddivisa per “categorie” vorrebbe essere d’aiuto anche per evidenziare eventuali ambiti in cui la società italiana è, per così dire, “più patriarcale” di altre, in modo da fornire una base teorica da cui partire per elaborare un piano concreto di azioni e provvedimenti mirati.
Ed è proprio da qui che vorrei partire: dalla parola stessa.
Prima di discutere se il patriarcato esista ancora, ha senso chiedersi che cos’è, e se esista davvero un consenso su cosa significhi.
Nel primo articolo proverò dunque a ricostruire il percorso del termine — dalle sue origini etimologiche alle definizioni delle principali opere sociologiche e femministe, da Kate Millett a Gerda Lerner, da Sylvia Walby fino alle fonti enciclopediche moderne — per capire come e perché questa parola sia diventata così centrale, e al tempo stesso così ambigua, nel dibattito contemporaneo.
Il significato di “patriarcato”
Quando affronto argomenti vasti e potenzialmente complessi come questo, mi piace partire da Wikipedia, che di solito propone una definizione generale e una panoramica della questione, nonché naturalmente una serie di fonti bibliografiche che rappresentano un buon punto di partenza per cominciare a esplorare.
Innanzitutto, il termine patriarcato deriva dal greco patriarkhēs, letteralmente “il potere del padre”.
Nella sociologia contemporanea è passato a indicare un sistema sociale in cui il potere è detenuto in modo predominante dagli uomini, in particolare dagli uomini adulti e anziani del gruppo. Ciò riguarda sia la sfera privata (famiglia, eredità, ruoli domestici), sia quella pubblica (politica, religione, economia), traducendosi in leadership politica, autorità morale, privilegi sociali e controllo della proprietà.
In origine il termine si riferiva al dominio autocratico del capofamiglia, ovvero l’idea che il padre fosse la figura di riferimento assoluta, sia dal punto di vista legale che simbolico.
Impariamo anche che nell’uso moderno, soprattutto in ambito femminista, il concetto si è ampliato: non descrive più solo un singolo individuo al comando, ma un modello culturale e istituzionale in cui gli uomini, in quanto classe sociale, occupano sistematicamente le posizioni di potere e influenza.
Sempre su Wikipedia leggiamo che, secondo alcune interpretazioni di matrice marxista e neomarxista, il patriarcato avrebbe origine nella prima divisione sessuale del lavoro: nelle società preindustriali, agli uomini era assegnato il compito di procurare risorse (caccia, pastorizia, commercio), mentre alle donne quello di occuparsi della riproduzione biologica e della cura domestica. Poiché il lavoro produttivo era associato allo scambio e in seguito al denaro, finì per acquisire maggiore valore sociale, mentre il lavoro riproduttivo, non monetizzato, rimase invisibile e considerato “naturale”.
In questa prospettiva, il crescente controllo maschile sulle risorse materiali avrebbe progressivamente consolidato il potere simbolico e istituzionale degli uomini all’interno della famiglia e della comunità.
Con l’avvento delle economie basate sul mercato, e ancora di più con il capitalismo industriale, tale differenza si sarebbe accentuata, poiché chi portava reddito veniva percepito come più autorevole, razionale e socialmente centrale.
Autrici come Eagly e Wood interpretano questo processo come una dinamica di adattamento dei ruoli sociali, mentre autori contemporanei come Thomas Keith lo leggono come la base storica del privilegio maschile e delle norme culturali che tuttora influenzano la distribuzione di potere tra i sessi.
Se ci spostiamo su Wikipedia inglese, però, troviamo altri spunti interessanti. Qui si sostiene, infatti, che la maggior parte delle società attuali siano in pratica patriarcali:
La maggior parte delle società contemporanee sono, in pratica, patriarcali, a meno che non si applichi il criterio della completa esclusione delle donne dalle posizioni di autorità.
Tuttavia il numero di “senza fonte” e “further explanation needed” in entrambe le pagine (ma quella inglese in particolare) al momento della consultazione dà già un’idea di quanto sia complesso e articolato il dibattito, e che per capirci qualcosa occorrerà andare più a fondo (non che sia un male). Per esempio, la frase riportata sopra cita a supporto i seguenti passaggi:
Oggi, come in passato, gli uomini detengono generalmente il potere politico, economico e religioso nella maggior parte delle società grazie al patriarcato, un sistema in cui gli uomini controllano in larga misura le donne e i bambini, plasmano le idee sul comportamento appropriato dei generi e dominano in generale la società.
Il periodo di massimo splendore delle strutture patriarcali analizzate in The Sexual Contract si estese dal 1840 alla fine degli anni ’70 […] Tuttavia, il dominio degli uomini sulle donne è una delle strutture di potere più radicate.
La prima è una frase d’introduzione a un approfondimento storico su “patriarcato e matriarcato nel mondo antico”, all’interno di un libro di storia dell’umanità dall’età antica a quella contemporanea: un ottimo riassunto di un dibattito che anima gli storici, ad esempio se siano esistite società paritarie o matriarcali e quando si sia affermata quella patriarcale, ma non dice pressoché nulla sull’attualità, salvo che certe dinamiche patriarcali sussistono ancora oggi (discorso affrontato di nuovo nel capitolo sulla società post 1945). Niente, insomma, che supporti in modo sostanziale l’affermazione che gran parte delle società contemporanee siano patriarcali.
La seconda è un brano tratto dalla voce dell‘“enciclopedia degli studi su genere e sessualità” della stessa Carole Pateman, in cui lei riassume la precedente teoria contenuta in The Sexual Contract: le democrazie moderne sarebbero state fondate su un “contratto sessuale” nascosto che legittimava il dominio degli uomini sulle donne, storicamente attraverso il matrimonio, l’occupazione e l’esclusione politica. Tuttavia la stessa voce enciclopedica dichiara che il periodo di massimo splendore del patriarcato si è esteso tra il 1840 e gli anni 70. La citazione infatti continua specificando che da allora molte cose sono cambiate, soprattutto nell’ambito delle leggi, dei diritti sociali e delle politiche economiche: Pateman conclude che gli uomini ricoprono ancora posizioni di autorità e che alcuni elementi di subordinazione persistono, ma non afferma che le strutture patriarcali osservate nel periodo indicato persistano ancora oggi. Di nuovo, l’affermazione “la maggior parte delle società contemporanee sono, in pratica, patriarcali” non sembra supportata da risorse convincenti.
Insomma, la consultazione di Wikipedia, pur utile come punto di partenza, lascia molte domande aperte. Le definizioni sono ampie, i riferimenti storici ricchi, ma manca una sintesi chiara e operativa del concetto applicabile al presente.
Per costruire una definizione più solida, ho deciso di andare direttamente alle fonti che hanno plasmato il concetto di patriarcato nel pensiero femminista e sociologico. Ho selezionato opere che coprono oltre un secolo di pensiero, dalla prima ondata femminista fino ai giorni nostri, per capire come l’idea si sia trasformata nel tempo, quali elementi siano rimasti costanti, e soprattutto quali criteri concreti vengano proposti per identificare una società patriarcale.
Quello che segue è un viaggio cronologico attraverso le definizioni e le analisi che hanno reso “patriarcato” la parola-chiave del dibattito di genere.
Elizabeth Cady Stanton, Declaration of Sentiments (1848)
Uno dei primi esempi storici di manifesto politico incentrato sulla condizione femminile è la Declaration of Sentiments, redatta da Elizabeth Cady Stanton e firmata da 68 donne e 32 uomini nel corso della prima convenzione sui diritti delle donne organizzata da donne stesse, tenutasi a Seneca Falls (New York) nel 1848. Qui è possibile consultare il testo completo.
La storia dell’umanità è una storia di ripetute violenze e usurpazioni da parte dell’uomo nei confronti della donna, con l’obiettivo diretto di instaurare una tirannia assoluta su di lei.
L’affermazione d’apertura, volutamente modellata sulla Dichiarazione d’Indipendenza americana, introduce un rovesciamento radicale: la denuncia di un ordine sociale che ha sistematicamente subordinato le donne. Pur non utilizzando il termine “patriarcato”, la Declaration ne anticipa chiaramente la grammatica concettuale: oppressione, usurpazione, tirannia, esclusione giuridica, politica, economica e simbolica.
Ecco una sintesi dei principali punti denunciati, utile anche per tracciare un vocabolario di riferimento che ritornerà in molte analisi successive:
- Esclusione dal diritto di voto;
- Nessuna rappresentanza politica o partecipazione alla produzione legislativa;
- Inferiorità legale rispetto anche agli uomini meno istruiti, poveri o stranieri;
- Perdita dei diritti legali e civili una volta sposate; obbligo all’obbedienza e alla sottomissione;
- Impossibilità di possedere proprietà o di disporre del proprio salario, pur essendo soggette alla tassazione;
- Esclusione dalla responsabilità morale e legale, come soggetti non pienamente autonomi;
- Leggi sul divorzio scritte in funzione degli interessi maschili;
- Accesso limitato al lavoro, con possibilità solo di impieghi malpagati e dequalificati;
- Esclusione dalle professioni “alte”, come medicina, legge o teologia;
- Impossibilità di accedere all’istruzione universitaria;
- Ruoli marginali nella Chiesa e nello Stato;
- Doppio standard morale: severità verso le trasgressioni femminili, indulgenza verso quelle maschili;
- Indottrinamento alla dipendenza, all’insicurezza e all’inferiorità intellettuale.
John Stuart Mill e Harriet Taylor Mill, The Subjection of Women (1869)
Anche qui non troviamo menzioni specifiche di patriarcato, ma piuttosto una critica al sistema sociale del tempo, in cui le donne sono legalmente subordinate agli uomini:
Il principio che regola le relazioni sociali esistenti tra i due sessi – la subordinazione giuridica di un sesso all’altro – è di per sé sbagliato e costituisce oggi uno dei principali ostacoli al progresso umano; esso dovrebbe essere sostituito da un principio di perfetta uguaglianza che non consenta alcun potere o privilegio da una parte né alcuna disabilità dall’altra.
I Mill paragonano questa condizione alla schiavitù, affermando che la subordinazione delle donne era la forma di oppressione più antica e radicata, che perdurava perché le donne non avevano né il potere né l’organizzazione per opporvisi.
Vengono forniti esempi di sottomissione sia giuridici che sociali:
- Leggi sul matrimonio: spiegano che secondo il diritto comune inglese, una moglie era essenzialmente proprietà del marito, incapace di possedere beni, agire in modo indipendente o cercare protezione legale senza il suo consenso.
- Occupazione e istruzione: alle donne era negato l’accesso a molte professioni ed erano escluse dalla vita politica.
- Norme sociali: le donne erano condizionate ad accettare la loro inferiorità attraverso l’istruzione e la socializzazione. Gli uomini non solo esigevano obbedienza, ma anche affetto e sottomissione, che gli autori criticano come soggezione psicologica.
Inoltre, poiché alle donne veniva insegnato fin dall’infanzia a sopprimere l’ambizione, la ragione e l’autodeterminazione, il che faceva apparire la loro sottomissione “naturale” o volontaria, quando in realtà era il risultato di un condizionamento sistematico.
Ai tempi della stesura del saggio, le donne:
- avevano appena iniziato a rivendicare il diritto di voto e all’istruzione
- raramente denunciavano gli abusi subiti a causa della dipendenza e della paura
- erano legalmente e socialmente escluse dalla maggior parte delle opportunità di sviluppo personale e professionale
Gli autori sostengono infine che questa disuguaglianza non è più moralmente difendibile e che l’unica ragione per cui persiste era l’inerzia delle consuetudini, l’interesse maschile e la lentezza delle riforme.
Kate Millett, Sexual Politics (1971)
Facciamo ora un salto temporale di un secolo, passando a un’opera fondativa del femminismo radicale, nonché uno dei primi saggi in cui si parla espressamente di patriarcato come sistema oppressivo.
[…] la nostra società, come tutte le altre civiltà storiche, è patriarcale. Il fatto è evidente se si pensa che l’esercito, l’industria, la tecnologia, le università, la scienza, la politica e la finanza – in breve, ogni ambito di potere all’interno della società, compresa la forza coercitiva della polizia – sono interamente nelle mani degli uomini.
Secondo Millett, il patriarcato non è semplicemente un’eredità culturale, ma una vera e propria struttura politica di dominio in cui gli uomini detengono sistematicamente il potere sulle donne in ogni sfera della vita pubblica e privata. Tra le caratteristiche evidenziate troviamo:
- Istituzionalizzazione del dominio maschile: il potere politico, economico, culturale e militare è storicamente e strutturalmente concentrato nelle mani degli uomini, e tutto ciò si manifesta come un sistema politico di controllo.
- Sessualità come strumento di oppressione: Millett analizza la sessualità non come un fatto privato, ma come un campo politico dove si esercita il potere. La sessualità, soprattutto nei suoi aspetti normativi (eterosessismo, pornografia, matrimonio), è uno degli strumenti principali con cui il patriarcato controlla il corpo femminile.
- Ruolo della cultura: la letteratura, la filosofia, il pensiero politico e persino la scienza vengono usati per legittimare il dominio maschile, spesso attraverso narrazioni naturalistiche (cioè basate sull’“inferiorità naturale” delle donne) e stereotipi di genere. Millett dedica molte pagine all’analisi di autori come D.H. Lawrence, Henry Miller e Norman Mailer, mostrando come le loro opere normalizzino la subordinazione delle donne.
- Interiorizzazione del dominio: le donne non sono solo vittime passive del patriarcato, ma sono spesso educate a interiorizzare la propria subordinazione, attraverso la socializzazione familiare, l’educazione scolastica e l’ideologia romantica.
- Distinzione tra sesso e genere: tra le prime opere a distinguere chiaramente tra sesso (dato biologico) e genere (costruzione culturale), anticipando teorie successivamente sviluppate da autrici come Judith Butler, sostiene che il genere viene imposto come strumento di controllo, definendo ruoli, aspettative e comportamenti “appropriati” per donne e uomini.
- Violenza come strumento di dominio: la minaccia o l’uso della violenza, in particolare quella domestica e sessuale, è vista come un mezzo sistemico con cui gli uomini mantengono il loro potere sulle donne.
Il patriarcato, insomma, non è un relitto del passato, ma una struttura attuale e onnipresente, sostenuta da istituzioni, norme culturali, linguaggi e relazioni interpersonali.
bell hooks, Feminist Theory: From Margin to Center (1984)
bell hooks propone una critica radicale al femminismo della seconda ondata, dominato da donne bianche, borghesi, cisgender ed eterosessuali, e ne denuncia i limiti teorici, politici e strategici. La sua tesi principale è che una teoria e una prassi femminista autenticamente emancipatrice debbano partire dalla “marginalità” — cioè dalle esperienze di donne nere, povere, lesbiche, migranti, escluse dal discorso dominante — per arrivare a una visione realmente trasformativa della società.
Sebbene il termine patriarcato non sia definito esplicitamente in modo tecnico, è centrale nel libro, e si tratta di un sistema di dominio strutturale fondato su:
- il potere maschile come norma sociale e politica,
- l’autorità e la supremazia dell’uomo nella sfera pubblica e privata,
- la subordinazione sistematica delle donne e di chiunque esca dalla norma di genere.
Nel capitalismo, il patriarcato è strutturato in modo tale che il sessismo limiti il comportamento delle donne in alcuni ambiti, mentre in altri ambiti è consentita la libertà dalle restrizioni. L’assenza di restrizioni estreme porta molte donne a ignorare i settori in cui sono sfruttate o discriminate; può persino indurle a immaginare che nessuna donna sia oppressa.
Al contrario di molte femministe bianche sue contemporanee, però, hooks non isola il patriarcato come unica o principale causa dell’oppressione femminile: lo colloca dentro una rete di oppressioni intersecanti, in particolare razzismo e classismo, e per questo lo chiama imperialista-suprematista bianco-capitalista.
Le analisi femministe sulla condizione femminile tendono a concentrarsi esclusivamente sul genere e non forniscono una base solida su cui costruire una teoria femminista. Esse riflettono la tendenza dominante nella mentalità patriarcale occidentale a mistificare la realtà delle donne insistendo sul fatto che il genere sia l’unico fattore determinante del loro destino. Certamente è stato più facile per le donne che non subiscono oppressioni razziali o di classe concentrarsi esclusivamente sul genere.
Tra i sintomi principali di tale sistema vengono nominati:
- Ruoli di genere rigidi e gerarchici: gli uomini sono socializzati per dominare, le donne per servire. Questo non è “naturale”, ma un effetto della cultura patriarcale.
- Violenza domestica e sessuale: il patriarcato legittima la violenza maschile come strumento di controllo, e la tollera come fatto “privato”. In particolare questa violenza colpisce le donne nere e povere, più spesso non credute o ignorate dalle istituzioni.
- Famiglia come luogo di oppressione: la famiglia patriarcale non è neutra, ma una micro-istituzione in cui si apprendono e riproducono potere, sottomissione, sessismo.
- Educazione e socializzazione sessista: le bambine vengono cresciute per credere di valere meno, di dover piacere agli uomini, di non poter aspirare all’indipendenza.
hooks è stata tra le prime a formulare una critica al femminismo bianco, anticipando molte delle intuizioni dell’intersezionalità, e sostenendo che non si può combattere il sessismo senza combattere anche razzismo e classismo, perché molte donne vivono una tripla oppressione. Feminist Theory: From Margin to Center propone una visione del patriarcato come parte di un sistema più ampio e interconnesso di dominazione, che coinvolge razza, classe, sessualità. Per migliorare la condizione femminile, insomma, non è sufficiente redistribuire la ricchezza maschile, ma bisogna cambiare le strutture stesse del potere.
Gerda Lerner, The Creation of Patriarchy (1986)
Gerda Lerner, storica femminista di formazione accademica, propone finalmente una definizione ampia e strutturale di patriarcato, che va oltre i concetti ristretti legati al diritto romano e alla figura del pater familias.
Nel suo significato stretto, il patriarcato si riferisce al sistema, derivato storicamente dal diritto greco e romano, in cui il capofamiglia maschio aveva potere legale ed economico assoluto sui membri della famiglia dipendenti, sia maschi che femmine. Chi usa il termine in questo modo spesso ne implica una storicità limitata: il patriarcato ebbe inizio nell’antichità classica e terminò nel XIX secolo con la concessione dei diritti civili alle donne, in particolare alle donne sposate. Questo uso è problematico perché distorce la realtà storica. […] si può sostenere che nel XIX secolo il dominio maschile nella famiglia abbia semplicemente assunto nuove forme e non sia cessato. Pertanto, la definizione ristretta del termine “patriarcato” tende a precludere una definizione e un’analisi accurate della sua continua presenza nel mondo odierno.
Il patriarcato nella sua accezione più ampia significa la manifestazione e l’istituzionalizzazione del dominio maschile sulle donne e sui bambini nella famiglia e l’estensione del dominio maschile sulle donne nella società in generale. Implica che gli uomini detengano il potere in tutte le istituzioni importanti della società e che le donne siano private dell’accesso a tale potere. Si chiarisce però che patriarcato non significa che le donne siano completamente prive di potere o diritti; piuttosto, che il potere femminile è subordinato, marginale e circoscritto, soprattutto rispetto ai centri decisionali e alle risorse.
Lerner identifica il patriarcato come un sistema in cui gli uomini detengono il potere in tutte le principali istituzioni sociali, mentre le donne sono sistematicamente escluse dall’accesso a tale potere. Questo si estende al di là della famiglia e comprende le istituzioni religiose, politiche, economiche e culturali. Il patriarcato inoltre nasce e si stabilizza attraverso una serie di trasformazioni:
- Subordinazione economica e legale, tra esclusione dalla proprietà, assenza di rappresentanza politica e mancanza d’indipendenza.
- Controllo della sessualità femminile, con particolare enfasi sulla verginità, la fedeltà e la riproduzione.
- Svalutazione del lavoro riproduttivo e domestico, in contrasto con il lavoro pubblico e politico svolto dagli uomini.
- Trasformazione delle donne in proprietà: la figura della moglie diventa parte del patrimonio del maschio.
- Trasmissione del potere per via patrilineare: solo i figli maschi ereditano, le donne vengono date in matrimonio o scambiate tra famiglie.
La lettura di Lerner si concentra su una visione prevalentemente unidirezionale del potere, in cui il dominio maschile è alla base delle principali istituzioni sociali. Emergono meno, invece, elementi di complessità come le differenze di classe, razza o contesto culturale, o il ruolo che anche le donne possono avere avuto nel mantenimento di strutture patriarcali.
Carole Pateman – The Sexual Contract (1988)
Paterman propone nel suo libro una reinterpretazione femminista delle teorie classiche del contratto sociale, che giustifica l’autorità dello Stato e il governo degli individui attraverso il consenso. Tuttavia, questo contratto si regge su un altro contratto non detto: il contratto sessuale, che giustifica il dominio degli uomini sulle donne.
Questo contratto sessuale non è tra padri e figli, ma tra uomini fratelli, che si accordano per governare le donne — un sistema quindi fraterno, e non più tradizionalmente patriarcale.
Le descrizioni standard della teoria del contratto sociale non trattano l’argomento nella sua interezza e i teorici contemporanei del contratto non danno alcuna indicazione che manchi metà dell’accordo. […] questa storia riguarda il diritto politico come diritto patriarcale o diritto sessuale, il potere che gli uomini esercitano sulle donne. La metà mancante della storia racconta come si è affermata una forma specificamente moderna di patriarcato. La nuova società civile creata attraverso il contratto originario è un ordine sociale patriarcale.
Le due istituzioni chiave in questo modello sono il matrimonio, in cui una donna che diceva “sì” diventava legalmente subordinata al marito, e il contratto di lavoro, per cui il lavoratore, formalmente libero, è obbligato a usare le proprie capacità sotto il comando del suo datore.
The Sexual Contract riconosce che molti cambiamenti positivi sono avvenuti dopo gli anni ’70 (leggi antidiscriminatorie, riforme del diritto matrimoniale, cambiamenti economici e culturali). Tuttavia, molti elementi del contratto sessuale persistono:
- Gli uomini occupano la maggior parte delle posizioni di potere (politica, economia, università, magistratura, forze armate).
- Le donne guadagnano meno, fanno più lavoro domestico e di cura.
- La violenza contro le donne e le molestie sessuali sono ancora diffuse.
- I settori della prostituzione e della pornografia continuano a crescere.
In sintesi, la struttura patriarcale si è adattata, ma non è scomparsa: si riproduce attraverso contratti e relazioni apparentemente libere ma basate su asimmetrie di potere di genere.
Sylvia Walby, Theorizing Patriarchy (1990)
Un altro contributo interessante arriva dal saggio di Sylvia Walby, che propone un’analisi del patriarcato attraverso le lenti delle principali correnti femministe — femminismo radicale, femminismo marxista, liberalismo e teoria duale dei sistemi (dual-systems theory, ovvero una sintesi tra teoria marxista e radicale) — riassunte qui di seguito:
- Femminismo radicale: all’origine della disuguaglianza di genere ci sono gli uomini che, come gruppo, dominano le donne. Questo sistema di dominio è autonomo e non deriva da altri sistemi di disuguaglianza, come il capitalismo.
- Femminismo marxista: il dominio maschile è un sottoprodotto del sistema capitalistico, in cui la subordinazione delle donne si inserisce come funzione del dominio del capitale sul lavoro.
- Femminismo liberale: la subordinazione delle donne non è causata da strutture sociali totalizzanti, ma è piuttosto la somma di numerose privazioni quotidiane, ad esempio nell’accesso all’istruzione e nel mercato del lavoro, alimentate da pregiudizi e discriminazioni culturali.
- Dual-systems theory: la disuguaglianza contemporanea è vista come l’intersezione tra due sistemi indipendenti ma interconnessi: capitalismo e patriarcato.
Oltre a confrontare le principali teorie femministe, Walby propone una definizione strutturale e multidimensionale del patriarcato, che individua in sei ambiti sociali principali. In ognuno di essi, la dominazione maschile si manifesterebbe con modalità specifiche:
- Lavoro retribuito: segregazione orizzontale e verticale, discriminazioni salariali e difficoltà di accesso ai ruoli di comando; le donne sono concentrate in settori meno retribuiti e meno prestigiosi.
- Lavoro domestico: la divisione sessuale del lavoro all’interno delle famiglie riproduce la dipendenza economica delle donne e la loro esclusione dalla sfera pubblica.
- Cultura: stereotipi, rappresentazioni e narrazioni che rafforzano l’idea della supremazia maschile e limitano l’autonomia delle donne.
- Sessualità: la sessualità femminile è spesso oggetto di controllo e regolazione, e il desiderio maschile viene rappresentato come norma.
- Violenza: la violenza maschile (fisica, sessuale, psicologica) è vista non come un fenomeno marginale, ma come uno strumento sistemico di controllo sociale.
- Stato: le istituzioni pubbliche non sono neutrali, ma tendono a riprodurre e legittimare le disuguaglianze tra uomini e donne, ad esempio tramite politiche che penalizzano la maternità o ignorano la violenza di genere.
Per Walby, queste sei sfere non sono indipendenti, ma si rafforzano a vicenda, contribuendo alla riproduzione del patriarcato come sistema sociale complesso, stratificato e dinamico. Questo approccio consente di analizzare il patriarcato non come un sistema statico, ma come un insieme di relazioni in trasformazione, che può assumere forme diverse nei vari contesti storici e culturali.
Pierre Bourdieu, La domination masculine (1998)
Bourdieu concettualizza il patriarcato attraverso la nozione più ampia di dominio maschile: un sistema profondamente radicato e strutturato storicamente in cui il potere maschile è naturalizzato e perpetuato attraverso istituzioni culturali, pratiche corporee e sistemi simbolici di significato. Questo dominio opera attraverso ciò che l’autore definisce:
- Doxa: l’ordine sociale dato per scontato, che include i ruoli di genere.
- Violenza simbolica: forme di dominio morbide e invisibili che vengono interiorizzate anche dai dominati (cioè le donne).
- Habitus: l’interiorizzazione di ruoli e schemi sociali, che ci fanno percepire come “naturale” ciò che è in realtà frutto di costruzione storica.
Quindi, il patriarcato non sarebbe solo una disuguaglianza legale o economica, ma una struttura profonda di norme e percezioni incarnate.
Anche La domination masculine analizza campi sociali come la famiglia, la scuola, la religione, il linguaggio, i media. In tutti questi, la dominazione maschile si manifesta e si perpetua attraverso:
- Divisione binaria dei ruoli (es. pubblico/privato, ragione/emozione, forza/debolezza).
- Capitale simbolico maschile: gli uomini detengono il “valore” riconosciuto socialmente (prestigio, autorità).
- Linguaggio e simboli: anche il modo in cui parliamo o rappresentiamo il mondo è sessuato (es. il neutro maschile, le metafore virili).
- Corpo e genere: il corpo femminile è socialmente costruito come “oggetto” (fragile, seduttivo, passivo), quello maschile come “soggetto” (forte, attivo, normativo).
In sostanza, la società patriarcale avrebbe alla base un*’architettura invisibile*, grazie alla quale anche in società apparentemente emancipate il dominio maschile può persistere.
Allan G. Johnson – The Gender Knot (1997, ultima edizione 2014)
Concludiamo con un testo che, a mio parere, descrive al meglio la teoria del patriarcato secondo il femminismo contemporaneo. A differenza di molti dei suoi predecessori, Johnson adotta un linguaggio semplice che certamente è in grado di risuonare meglio tra le nuove generazioni, anche facendo riferimento a statistiche e casi di cronaca recenti per portare avanti le proprie istanze — il patriarcato esiste ancora, e anzi è più in salute che mai — pur non senza che emergano contraddizioni. Dapprima, per esempio, sostiene che tutti, uomini e donne, contribuiscano a creare la società patriarcale, e che ne al tempo stesso tutti ne siano influenzati, come un circuito che si auto-alimenta. In seguito, tuttavia, si sottolinea che siano comunque gli uomini a tenere le redini della situazione, e che dunque non ci possa essere un reale cambiamento senza che questi ultimi rinuncino a ciò che li rende violenti, tiranni, oppressori — fondamentalmente, la mascolinità.
Il patriarcato non è un modo per dire “gli uomini”. Il patriarcato è un tipo di società, e una società è più di un insieme di persone. In quanto tale, “patriarcato” non si riferisce a me o a qualsiasi altro uomo o insieme di uomini, ma a un tipo di società in cui partecipano uomini e donne. […] Che cos’è il patriarcato? Una società è patriarcale nella misura in cui promuove il privilegio maschile essendo dominata dagli uomini, identificata con gli uomini e incentrata sugli uomini. È anche organizzata attorno all’ossessione del controllo e comporta, come uno dei suoi aspetti chiave, l’oppressione delle donne.
Secondo Johnson, il patriarcato è un sistema sociale — non la semplice somma dei comportamenti individuali, ma qualcosa che emerge da essa — fondato su tre caratteristiche:
- Dominio maschile (male-dominated): le posizioni di autorità - politica, economica, giuridica, religiosa, educativa, militare, domestica - sono generalmente riservate agli uomini.
- Identificazione con il maschile (male-identified): le idee fondamentali su ciò che è considerato buono, desiderabile, preferibile o normale sono culturalmente associate al modo in cui pensiamo agli uomini, alla virilità e alla mascolinità.
- Centratura sugli uomini (male-centered): la società è costruita attorno agli interessi, alle esperienze e ai bisogni maschili; le storie raccontate, i personaggi nei media, le strutture stesse delle istituzioni danno per scontato che il punto di vista di default sia quello maschile.
[Le donne sono] pagate meno, sottoposte a standard più elevati o doppi, lavorano di più, hanno poco potere o rispetto, vengono giudicate più per il loro aspetto fisico che per le loro prestazioni o capacità, sono limitate da barriere invisibili, non vengono prese sul serio…
Le donne, secondo Johnson:
- Guadagnano meno a parità di ruolo e competenze.
- Devono dimostrare di più, spesso affrontando giudizi contraddittori (essere autorevoli ma non “aggressive”, curate ma non “vanitose”).
- Hanno accesso limitato al potere e sono raramente viste come leader “naturali”.
- Sono giudicate per l’aspetto fisico, più che per il merito.
- Subiscono molestie, discriminazioni, micro-aggressioni quotidiane spesso normalizzate.
- Si fanno carico del lavoro invisibile: non solo domestico, ma anche organizzativo, emotivo, relazionale — persino in ambito lavorativo (es. prendere appunti, fare da “collante” nel team).
Il limite principale del libro è che, pur riconoscendo che il patriarcato danneggia anche gli uomini, riduce questi effetti a conseguenze ‘di rimbalzo’ del privilegio maschile. Gli uomini, in quanto gruppo dominante, non possono secondo questa logica essere anche oppressi, se non in modo marginale. Ne risulta una narrazione a senso unico, che rischia di appiattire la complessità dei rapporti di genere su uno schema binario e moralizzante.
Propongo ora un’ulteriore serie di definizioni del termine da parte sociologi e/o teorici femministi:
[Il patriarcato è] la totalità del dominio maschile e la sua pervasività nella vita delle donne.
Le ricercatrici femministe hanno documentato il controllo degli uomini sui governi, sulle aziende, sui media; i lavori migliori, i redditi più elevati e il dominio della ricchezza da parte degli uomini; il controllo degli uomini sui mezzi di violenza; e le ideologie radicate che hanno relegato le donne alla sfera domestica e respinto le loro richieste di uguaglianza. Agli occhi delle femministe, gli uomini eterosessuali apparivano più come una classe dominante che come un obiettivo da liberare. Il termine “patriarcato” è entrato in uso diffuso intorno al 1970 per descrivere questo sistema di dominio di genere.
Il dominio maschile nelle istituzioni sociali. […] Termine ampiamente utilizzato in una serie di resoconti contrastanti che cercano di descrivere o spiegare le condizioni di superiorità maschile sulle donne.
Il patriarcato è il sistema apparentemente onnipresente di oppressione basata sul sesso che è incorporato in tutta la società. Si riferisce al differenziale di potere tra uomini e donne nella società che permette agli uomini di dominare e controllare le donne. Non è la conseguenza imprevista del capitalismo o di qualche altro assetto sociale, ma piuttosto un sistema intenzionale mantenuto in vigore da coloro che stanno raccogliendo i benefici del suo ingiusto abuso sistematico delle donne. […] Il fatto che le donne siano confinate nella sfera privata garantisce la disponibilità di una riserva di manodopera, necessaria per mantenere bassi i costi del lavoro. Consente inoltre la riproduzione della forza lavoro senza alcun costo per il sistema, poiché il lavoro delle donne in casa non è retribuito. […] impedisce alle donne di guadagnare un proprio reddito e mantiene quindi la loro dipendenza dagli uomini. Il patriarcato permette anche che le donne siano vittime di molestie sessuali sul posto di lavoro e in altri luoghi pubblici, il che le scoraggia dal cercare lavoro nella sfera pubblica e quindi le mantiene nelle case dove possono essere più facilmente sfruttate. […] I salari generalmente più bassi delle donne a parità di lavoro, ammesso che riescano ad accedere al mondo del lavoro, sono un altro mezzo per mantenere lo status quo del dominio maschile.
Il concetto fondamentale del patriarcato: sistemi di dominio maschile e subordinazione femminile. […] assetti sociali che privilegiano i maschi, in cui gli uomini come gruppo dominano le donne come gruppo, sia strutturalmente che ideologicamente. […] Esistono sistemi patriarcali a livello macro (burocrazie, governo, legge, mercato, religione) ed esistono relazioni patriarcali a livello micro (interazioni, famiglie, organizzazioni, comportamenti stereotipati tra persone intime).
[Un] sistema in cui il potere è saldamente nelle mani degli uomini adulti. […] Nonostante i significativi progressi politici, giuridici e culturali, permane un dominio quasi totale degli uomini sulle donne sia a livello micro delle relazioni intime sia a livello macro del governo, della legge e della religione.
Patriarcato — Sistema sociale in cui agli uomini sono assegnati la maggior parte o tutti i poteri, i privilegi e il valore, mentre le donne sono in gran parte o completamente escluse da tali poteri; sistema in cui il padre o il maschio più anziano è il capofamiglia e la discendenza è determinata attraverso la linea maschile.
L’oppressione delle donne e delle ragazze è considerata come fondata su qualcosa chiamato “patriarcato”, un insieme sistematico di relazioni sociali che agisce per svantaggiare e immobilizzare le donne rispetto agli uomini e (in molti casi) per utilizzarle per il loro lavoro riproduttivo. Il patriarcato opera non solo nella sfera pubblica (nei luoghi di lavoro, nella legge, nell’economia e nella politica), ma anche in quella privata (famiglia, casa, relazioni sessuali e amore). Permea il mondo accademico, la cultura e persino il linguaggio stesso. È particolarmente evidente nelle statistiche sulle violenze sessuali, nella prostituzione e nel traffico sessuale, nel turismo di maternità surrogata nel Sud del mondo, nella pornografia, nella violenza domestica, nel femminicidio, nell’oggettivazione sessuale, nello stalking e in altri problemi sociali che colpiscono in modo particolare le donne, che le leggi e la società in generale sembrano per lo più incapaci di risolvere e ai quali a volte sembrano indifferenti. Il patriarcato opera anche nella mente delle donne, interiorizzato durante lo sviluppo come un insieme di stereotipi restrittivi su ciò che le donne e le ragazze possono essere o fare; e la sensazione che le donne e le ragazze siano automaticamente “inferiori” o “diverse” dalla presenza centrale nel mondo: gli uomini.
Da questa rassegna emergono alcuni elementi ricorrenti: controllo delle risorse economiche, esclusione dalle istituzioni, disparità legale, controllo della sessualità e della riproduzione, violenza come strumento di dominio — ma anche ambiguità e sovrapposizioni. Questa varietà di prospettive è inevitabile, ma quando una parola finisce per significare tutto, rischia di non significare più nulla.
Per capire se e in che misura il patriarcato esista ancora, occorre prima chiarire che cosa intendiamo con quella parola: quali tratti concreti descrive, in quali sfere si manifesta, e con quali criteri possiamo riconoscerlo o escluderlo. Solo a partire da una definizione operativa sarà possibile verificare, con un minimo di rigore, se la società italiana risponda davvero a quel modello o ne conservi soltanto alcune eredità culturali.
Nei prossimi articoli proverò quindi a esplorare il concetto “sul campo”, analizzando il patriarcato per settori: legge e giustizia, salute, cultura, linguaggio, sicurezza, economia.
L’obiettivo non è demolire né difendere un’idea, ma restituirle proporzione, contesto e significato, per capire dove finisce l’eredità storica e dove, eventualmente, persiste tuttora la struttura.