Patriarcato

La società italiana è patriarcale?

La società italiana è patriarcale?

Dopo questo lungo viaggio tra testi sociologici e femministi, è venuto il momento di applicare quanto appreso sulla teoria del patriarcato alla realtà che ci circonda. Ma prima di lasciarmi trasportare dall’entusiasmo dell’analisi, devo confessare: questo articolo — o meglio, questa serie di articoli — è stato in realtà il punto di partenza di tutta la mia ricerca.

L’idea originaria era semplice: analizzare la società italiana e stabilire se e quanto sia patriarcale. Ma mi sono presto resa conto che affrontare la questione senza prima chiarire cosa significhi “patriarcato” sarebbe stato come scrivere un saggio sulle preferenze letterarie del Mostro di Loch Ness — senza prima domandarsi se il Mostro esista davvero e, nel caso, se sappia leggere. (E sott’acqua, poi, come farebbe? Con un Kindle impermeabile?)

Scherzi a parte, ciò che mi ha spinta a questa ricerca è una domanda genuina: possibile che tutti intorno a me vedano il patriarcato, e io no? Nel dibattito pubblico sembra che tutti diano per scontato che il patriarcato esista, abbia caratterizzato la civiltà umana dall’alba dei tempi e persista ancora oggi, più forte e subdolo che mai. Eppure a me mancavano gli strumenti per capire cosa esattamente stessi cercando, e come riconoscerlo quando lo avessi trovato.

Da qui la necessità di fare un passo indietro: studiare le definizioni, confrontare le teorie, capire i presupposti. Solo dopo quel lavoro preliminare, sintetizzato (?) nell’articolo Cosa si intende per “patriarcato”?, mi sono sentita pronta a tornare alla domanda originale.

Data l’indimostrabilità dell’esistenza del patriarcato come concetto universale, il senso di questa serie si può riassumere così: assumendo che il patriarcato come sistema sociale esista e sia identificabile, l’Italia può essere considerata un paese patriarcale?

Per rispondere, ho cercato di costruire una griglia di indicatori basata sugli ambiti ricorrenti nella letteratura femminista — economico, legale, politico, familiare, educativo — integrandoli con altri che ritengo pertinenti per ottenere un quadro il più possibile completo. Nei prossimi articoli affronterò ciascuno di questi ambiti in modo approfondito, con dati, leggi, statistiche e analisi storiche.

Come parte della ricerca preliminare, ho consultato anche pubblicazioni scientifiche recenti. Una in particolare, Measuring patriarchy in Italy [Aloè et al. 2024], mi ha dato spunti interessanti sul metodo generale e sull’importanza di considerare le differenze territoriali tra Nord e Sud Italia. Tuttavia, ho trovato la formulazione delle loro “ipotesi patriarcali” preconcetta e la metodologia di calcolo carente — ragione per cui la nomino qui e poi mai più nel corso della serie, ma piuttosto le dedicherò un articolo a parte.

Le carenze metodologiche che ho riscontrato in questo paper non sono un caso isolato. Al contrario, come ho avuto modo di osservare varie volte, riflettono un problema più ampio che attraversa gran parte della letteratura sul patriarcato: la difficoltà — o forse l’impossibilità — di definire criteri chiari e verificabili per stabilire quando una società è patriarcale e quando non lo è. Prima di procedere con l’analisi della società italiana, è quindi necessario affrontare questa questione metodologica fondamentale.

L’obiettivo non è “assolvere” o “condannare” l’Italia in partenza, ma rendere la discussione il più possibile verificabile: se usiamo la parola “patriarcato” come categoria descrittiva, dovremmo poter stabilire anche quando essa non si applica. Definizioni vaghe non sono solo un problema teorico: rendono impossibile valutare le politiche pubbliche, alimentano accuse generalizzate contro intere categorie e, alla lunga, contribuiscono più alla polarizzazione del dibattito che alla comprensione dei fenomeni.


Il problema dell’infalsificabilità

La maggior parte della letteratura femminista contemporanea tratta il patriarcato come un assioma, una verità autoevidente che non richiede dimostrazione. Non nego naturalmente che esistano analisi femministe sofisticate, supportate da dati e ricerche empiriche di valore: il problema riguarda la cornice teorica generale del patriarcato, che spesso rimane concettualmente elastica e sfuggente.

Questo di per sé non è necessariamente un difetto: dopotutto siamo nell’ambito delle scienze sociali, non della matematica o della fisica, dove le dimostrazioni formali sono possibili. Il vero problema è l’assenza di parametri per descrivere cosa non sia patriarcato, o di limiti al raggio d’azione del concetto stesso.

Ad esempio, la presenza di leggi o costumi che impediscono alle donne di lavorare viene considerata un sintomo patriarcale. Ma anche il fatto che le donne lavorino viene considerato un sintomo del patriarcato, nella misura in cui spesso incontrano ostacoli legati ai pregiudizi, o difficoltà di gestione della propria vita extra-lavorativa. Se ogni possibile stato delle cose può essere interpretato come conferma del patriarcato, come facciamo a distinguere una società patriarcale da una che non lo è?

È come se nella loro analisi il patriarcato fosse responsabile di ogni tipo di difficoltà che le donne esperiscono nell’arco della vita. E se qualcuno nota che la condizione femminile, rispetto a decenni fa, è notevolmente cambiata e per molti versi migliorata in modo drastico, il patriarcato non cessa mai di operare: muta soltanto forma, assumendo connotazioni ambigue e modi di agire sibillini, ma non esce mai di scena, non per davvero.

Il problema, secondo me, non è tanto l’assenza di dimostrazione dell’esistenza del patriarcato, quanto l’impossibilità di falsificazione del modello.

Come ci ricorda il filosofo della scienza Karl Popper, una teoria che non può essere sottoposta a verifica empirica, cioè che non preveda alcuna condizione osservabile che possa smentirla, non può essere considerata scientifica. Il patriarcato viene proposto come modello esplicativo della società: dovrebbe quindi essere in grado di formulare predizioni verificabili e, soprattutto, di indicare quali osservazioni potrebbero dimostrarne l’inadeguatezza.

Invece, nella letteratura esaminata, qualunque fenomeno sociale può essere interpretato come manifestazione del patriarcato: le donne escluse dal lavoro? Patriarcato. Le donne che lavorano ma incontrano ostacoli? Patriarcato. Le donne che raggiungono posizioni di potere? Patriarcato interiorizzato o tokenismo. Un modello che spiega ogni possibile stato delle cose, in realtà, non spiega nulla di specifico: diventa una cornice ideologica autoreferenziale piuttosto che uno strumento di analisi empirica.

Se dovessi basarmi esclusivamente sulle definizioni estratte dai testi femministi, la risposta non potrebbe essere diversa da: “Sì, la società tutta è patriarcale, ergo anche quella italiana”. Il mio amore per l’approccio scientifico alle cose mi impedisce però di esaurire l’argomento in modo così superficiale.

Cercherò comunque di non perdere per strada il buon senso: solo perché reputo il metodo di coloro che hanno analizzato il patriarcato del tutto o in parte scorretto, non significa che adotti in automatico la conclusione opposta — in pratica, che niente sia patriarcato.

Il compito che mi sono data è questo: prendere il groviglio di teorie analizzate e costruire una griglia di indicatori basata sugli elementi ricorrenti — controllo delle risorse economiche, esclusione dalle istituzioni, disparità legale, controllo della sessualità — per verificare, punto per punto, dove si colloca la società italiana. Leggi, statistiche, sentenze, politiche pubbliche: è lì che cercherò le risposte. Non nelle grandi narrazioni, ma nei dettagli concreti della vita quotidiana.


Definire il patriarcato per misurarlo

Se c’è un aspetto che tutti gli autori e autrici citati sono più o meno d’accordo nell’attribuire a una società patriarcale, si tratta probabilmente di questo: gli uomini detengono tutto o quasi tutto il potere all’interno della società, dall’economia alla politica, dall’ambito privato a quello pubblico. I testi di teoria femminista sono altresì concordi sul fatto che tale potere sia legittimato, e spesso addirittura prescritto, dalle più alte istituzioni dello stato: in un paese patriarcale, dovremmo dunque essere in grado di vedere situazioni, pratiche e comportamenti che svantaggiano, discriminano o addirittura opprimono le donne, non solo come “prassi” ma anche a livello teorico, ad esempio sul piano legislativo.

Per capire la differenza, propongo un parallelo con il fenomeno del furto: immaginiamo una società in cui avvengano quotidianamente furti in appartamento, rapine, borseggi. Una cosa è che queste azioni avvengano nonostante la legge le vieti: esiste una giurisprudenza che definisce il furto come un crimine, ci sono pene stabilite per chi trasgredisce, forze dell’ordine incaricate di far rispettare la legge e meccanismi per denunciare e perseguire i responsabili. In questo caso diremmo che la società non legittima il furto, anzi lo considera un problema, anche se non riesce sempre a prevenirlo o a gestire le denunce in modo efficace.

Ben altra cosa sarebbe se, nella stessa società, non esistesse alcuna norma che condanni il furto, o peggio, se alcune forme di furto fossero legalmente permesse o persino incoraggiate, ad esempio se solo alcune categorie di persone avessero il diritto di appropriarsi dei beni altrui senza conseguenze. In tal caso, non parleremmo più semplicemente di un problema di sicurezza o criminalità, ma di un sistema sociale in cui il furto è legittimato, integrato nelle norme e nelle gerarchie di potere.

Allo stesso modo, quando si parla di patriarcato, non basta osservare che esistano comportamenti o pratiche discriminatorie contro le donne. Per poter dire che una società è patriarcale in senso strutturale, dobbiamo chiederci: tali discriminazioni sono legalmente permesse, ignorate o addirittura sostenute dalle istituzioni? Le donne hanno pari accesso formale al potere politico, economico e giuridico? Le leggi tutelano la loro autonomia e integrità, o riservano privilegi o immunità agli uomini?

Solo distinguendo tra ciò che è prassi (ciò che le persone individualmente o collettivamente fanno) e ciò che è struttura (ciò che il sistema permette, premia o punisce) possiamo comprendere se siamo di fronte a un contesto effettivamente patriarcale, o piuttosto a un sistema che, pur imperfetto, ha già compiuto almeno in parte un processo di emancipazione formale, pur dovendo ancora affrontare le sue contraddizioni culturali e sociali.

Questo non significa negare che il patriarcato sia esistito storicamente come sistema istituzionalizzato — e in alcuni Paesi esista tuttora in forme evidenti, con divieti legali espliciti e gerarchie codificate a favore degli uomini. La domanda che mi interessa qui non è se il patriarcato sia mai esistito, ma se l’Italia di oggi rientri ancora in quella categoria oppure no.

Propongo ora un ulteriore esempio per chiarire la fondamentale differenza tra patriarcato e mentalità patriarcale, due concetti che nel dibattito pubblico vengono spesso confusi o sovrapposti.

Consideriamo innanzitutto il parallelo con l’ambito economico:

  • Capitalismo: un sistema economico basato sulla proprietà privata dei mezzi di produzione e sulla ricerca del profitto, regolato da istituzioni e norme precise.
  • Mentalità capitalista: un insieme di valori e atteggiamenti culturali che esaltano la competizione, la crescita e il successo individuali, anche in contesti che non sono strettamente economici.

È intuitivo pensare che, in una società che adotta un sistema economico capitalista, si diffonda anche una mentalità coerente con esso. Allo stesso modo, in una società in cui prevalgono valori come l’ambizione, l’efficienza o la meritocrazia, è plausibile che il modello economico dominante sia (o sia stato) di tipo capitalistico. Ma questa relazione non è automatica: esistono società in cui si promuovono valori “capitalisti” anche senza un sistema economico capitalistico, e viceversa.

Allo stesso modo, il patriarcato è un sistema sociale strutturato che assegna potere e autorità agli uomini su base istituzionale, giuridica ed economica. La mentalità patriarcale (che preferisco definire sessista, o tutt’al più maschilista) è un insieme di norme culturali, credenze e atteggiamenti che attribuiscono agli uomini maggiore valore, autorità o centralità rispetto alle donne.

È del tutto possibile che una mentalità patriarcale sopravviva anche dopo la fine di un sistema patriarcale formale, come accade per molti retaggi culturali che sopravvivono anche quando il contesto giuridico è cambiato. Questo però non significa che il patriarcato, inteso come sistema sociale istituzionalizzato, sia ancora in vigore. Confondere i due livelli – quello strutturale e quello culturale – porta a semplificazioni fuorvianti e a diagnosi sbagliate della realtà sociale.


Patriarcato o mentalità sessista?

Molti degli autori esaminati, infine, individuano nella cultura e nella mentalità collettiva importanti sintomi del patriarcato. In una società patriarcale, ad esempio, le strutture di potere si rifletterebbero negli stereotipi di genere, nella divisione rigida dei ruoli, in una visione del mondo centrata sull’esperienza maschile e, in ultima analisi, nei numeri e nelle percentuali (ad esempio, se una legge impedisce alle donne di studiare, vedremo una cifra prossima allo zero per la presenza di donne in università. Magari ci saranno persone privilegiate che riusciranno ad accedervi lo stesso, ma i dati generali dovrebbero riflettere il divieto formale).

Ma se uno Stato garantisce formalmente pari diritti e doveri a uomini e donne, e se non esistono più barriere legali all’accesso al potere o alla rappresentanza, ha senso parlare comunque di patriarcato? E in particolare, avrebbe senso definire culturalmente patriarcale una società in cui la legge non sancisce alcuna discriminazione a danno delle donne? Secondo me no, soprattutto per una questione di coerenza semantica.

Il termine “patriarcato” implica, nella sua definizione più comune, un sistema di dominio maschile istituzionalizzato, in cui gli uomini detengono la maggior parte del potere e impongono alle donne uno status subordinato. La cultura, però, è prodotta da tutti i membri della società, non solo dagli uomini. Sostenere che la cultura sia patriarcale anche in assenza di un potere formale esclusivamente maschile implica, più o meno consapevolmente, che le donne non contribuiscano attivamente alla costruzione della mentalità collettiva, e che siano meri oggetti passivi del dominio culturale maschile. Un’idea, questa, a mio avviso indimostrabile — oltre che riduttiva e, paradossalmente, antitetica al principio di autonomia femminile che il movimento femminista porta avanti.

Per questo motivo, se accettiamo che “patriarcato” significhi un sistema sociale in cui gli uomini detengono la maggior parte del potere formale, allora una società che non presenta più quel tipo di struttura normativa non può essere definita patriarcale, neanche “culturalmente”.

Ha molto più senso parlare di mentalità sessista: un insieme di pregiudizi e aspettative di genere che possono colpire entrambi i sessi, spesso in modo speculare. Una società in cui uomini e donne vivono problemi di genere distinti ma paralleli, radicati in stereotipi rigidi e in narrazioni culturalmente consolidate, non è necessariamente una società patriarcale. È una società sessista, e riconoscerlo apre la strada a una lotta al sessismo che non sia ideologica né unilaterale, ma realmente paritaria.

Nessuno dei testi analizzati, tra l’altro, descrive il patriarcato come un concetto esclusivamente culturale (con l’eccezione di alcune correnti post-strutturaliste, che però definiscono il patriarcato in modo così ampio da renderlo indistinguibile dal concetto stesso di cultura). Si può anzi affermare che la presenza di strutture di potere — politico, legislativo, economico, educativo ecc. — che privilegiano sistematicamente gli uomini a discapito delle donne sia una conditio sine qua non per poter descrivere una società come “patriarcale”.

Perché un contesto possa essere definito “patriarcale”, dunque, serve un sistema di potere che sia sovra-individuale, relativamente uniforme e istituzionalizzato. Senza leggi, istituzioni o strutture comunitarie che impongano ruoli e gerarchie, le varianti familiari non costituiscono un “sistema patriarcale”, ma solo disuguaglianze culturali o scelte di ruolo entro famiglie diverse.


I criteri di valutazione

Per analizzare se una società può essere definita patriarcale, utilizzerò due criteri metodologici complementari che distinguono tra ciò che è formalmente codificato e ciò che è socialmente praticato:

1. Discriminazione istituzionale ➡️ Criterio legislativo-strutturale

Esistenza di leggi, norme istituzionali o meccanismi formali che svantaggiano sistematicamente le donne o le escludono da ambiti della vita sociale, economica o politica.

Qui rientrano:

  • leggi esplicitamente discriminatorie
  • meccanismi formali di esclusione (accesso alle cariche, diritti civili, diritto penale, ecc.)
  • norme apparentemente “neutre” ma applicate in modo sistematicamente sfavorevole alle donne
  • mancanza di tutele legali per situazioni che riguardano prevalentemente le donne

Esempi:

  • Divieto per le donne di guidare, lavorare, viaggiare o accedere a determinate professioni
  • Incapacità legale di firmare contratti senza autorizzazione del marito o padre
  • Testimonianza legale di una donna che vale meno di quella di un uomo
  • Punizioni più severe per le donne per il medesimo crimine (es. adulterio, “immoralità sessuale”)
  • Mancanza o insufficienza di servizi di supporto e protezione per le donne vittime di violenza domestica
  • Divieto di voto o di candidarsi a cariche pubbliche
  • Divieto di possedere o ereditare proprietà, obbligo di assumere il cognome del marito
  • Patria potestà esclusivamente maschile
  • Impossibilità legale di divorziare o di ottenere la custodia dei figli
  • Matrimonio riparatore, attenuanti per “delitto d’onore” o “causa d’onore”
  • Assenza di reato di stupro coniugale

2. Discriminazione consuetudinaria ➡️ Criterio socio-culturale pratico

Presenza di

  • consuetudini culturali stabili,
  • pratiche ricorrenti e socialmente tollerate,
  • o norme di fatto non scritte

che mantengono sistematicamente gli uomini in posizione di dominio e le donne in posizione subordinata, anche in assenza di codificazione formale.

Esempi:

  • Accesso alla contraccezione e/o all’aborto negati, e altre carenze strutturali di supporto alla maternità
  • Molestie verbali o sessuali nei luoghi pubblici tollerate e non perseguite penalmente o socialmente
  • Mutilazione genitale femminile
  • Aborti selettivi in favore dei neonati maschi
  • Matrimoni forzati nei confronti di “spose bambine”
  • Doppio standard sessuale: tolleranza verso l’infedeltà maschile, condanna per quella femminile
  • Pressione sociale sistematica affinché le donne rinuncino alla carriera dopo matrimonio o maternità
  • Colpevolizzazione sistematica delle vittime femminili di violenza sessuale

Va sottolineato che la discriminazione istituzionale è condizione necessaria per definire una società come patriarcale: il patriarcato è infatti una struttura sociale, non una semplice mentalità culturale. Senza discriminazioni formali codificate nelle leggi e nelle istituzioni, non si può parlare di patriarcato in senso proprio, ma al massimo di mentalità sessista o di retaggi culturali.

Il secondo criterio (dominio sociale normalizzato) è complementare e tipicamente presente nelle società patriarcali, ma da solo non è sufficiente a configurare un sistema patriarcale. Una società che ha eliminato le discriminazioni strutturali ma mantiene prassi discriminatorie culturali non è più patriarcale: è una società con mentalità sessista in via di superamento.

Inoltre, perché si possa parlare di patriarcato, le discriminazioni devono essere sistematicamente e prevalentemente a danno delle donne. Un sistema che discrimina entrambi i sessi in modi diversi, magari speculari, non è patriarcale ma sessista. Il modello patriarcale presuppone una dinamica chiara di oppressori (gli uomini) e oppresse (le donne), non una semplice rigidità di ruoli di genere.

Perché un contesto possa essere definito “patriarcale”, dunque, non basta che esistano famiglie o ambienti più o meno tradizionali: serve un sistema di potere che, nel complesso, privilegi stabilmente gli uomini in quanto uomini tramite istituzioni, norme e meccanismi di enforcement.


Gli ambiti di analisi

Questi due criteri metodologici verranno applicati a diversi ambiti della vita sociale. Per ciascun ambito, mi chiederò: esistono discriminazioni strutturali-istituzionali (leggi, norme formali)? Esistono forme di dominio sociale normalizzato (pratiche tollerate ma non codificate)? E, soprattutto, gli indicatori disponibili sono coerenti con l’idea di un dominio maschile sistematico, oppure mostrano un quadro più complesso di problemi di genere che colpiscono uomini e donne in modi diversi?

Nei prossimi articoli analizzerò la società italiana contemporanea attraverso le seguenti lenti tematiche:

  • Politica e rappresentanza: pccesso alle cariche elettive, presenza femminile nelle istituzioni, evoluzione del diritto di voto e della partecipazione politica
  • Famiglia e diritto civile: patria potestà, divorzio, autorizzazione maritale, evoluzione del diritto di famiglia dalla riforma del 1975 a oggi
  • Economia e lavoro: accesso al mercato del lavoro, gap salariale, segregazione occupazionale, imprenditorialità femminile
  • Istruzione e cultura: accesso all’università, scelta dei percorsi di studio, presenza femminile nella produzione culturale e scientifica
  • Salute e autodeterminazione: accesso alla contraccezione, interruzione volontaria di gravidanza, salute riproduttiva
  • Sicurezza e violenza: legislazione su stupro, violenza domestica, femminicidio; efficacia delle misure di protezione

Per ciascun ambito, esaminerò sia la dimensione normativa (cosa dice la legge) sia quella empirica (cosa mostrano i dati), cercando di distinguere tra strutture formali e prassi culturali, tra patriarcato istituzionalizzato e mentalità sessista. La scelta degli indicatori non nasce dal desiderio di “assolvere” o “condannare” a priori la società italiana, ma dalla volontà di evitare il cherry picking dei dati: è bene che i criteri vadano stabiliti prima di guardare ai numeri, non dopo.

L’obiettivo non è dimostrare una tesi precostituita, bensì verificare — con la maggiore onestà intellettuale possibile — se e in che misura gli indicatori del patriarcato teorizzati dalla letteratura femminista trovino riscontro nella realtà italiana contemporanea.

Questa distinzione non è una mera questione terminologica. Se l’Italia risultasse non essere più una società patriarcale in senso strutturale, ma presentasse ancora tracce di mentalità sessista, questo cambierebbe radicalmente il tipo di intervento necessario: non più (o non solo) riforme legislative per abbattere discriminazioni formali, ma trasformazione culturale, educazione e smantellamento di stereotipi che limitano tanto le donne quanto gli uomini.

Al contrario, se dovessero emergere discriminazioni istituzionali ancora presenti nell’ordinamento giuridico italiano, sarebbe necessario riconoscerle esplicitamente e intervenire di conseguenza.

Nei prossimi articoli, dunque, applicherò questa griglia di analisi alla storia e alla realtà italiana recente. La risposta alla domanda del titolo — l’Italia è una società patriarcale? — emergerà dai dati, dalle leggi, dai numeri. Non dalle opinioni personali e dalle ideologie, insomma, ma dai fatti.


Bibliografia

[Aloè et al. 2024] Aloè E., Corsi M. e Zacchia G., Measuring Patriarchy in Italy, Review of Political Economy, Luglio 2024