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Violenza di genere

Femminicidio: le domande che non ricevono risposta

Tempo di lettura: 14 minuti
Femminicidio: le domande che non ricevono risposta
Femminicidio: le domande che non ricevono risposta

Qualche giorno fa ho pubblicato nelle storie di Instagram, e poi su Threads, tre domande sul femminicidio, con la speranza – in parte delusa – di far uscire la discussione dalla mia bolla. Ringrazio chi ha risposto: alcune obiezioni erano tutt’altro che banali, e vale la pena riprenderle invece di lasciarle scadere dopo poche ore.

Gelosia, possessività, controllo: davvero solo maschili?

La prima domanda era come mai la gelosia, la possessività, il controllo ecc. si considerino caratteristiche riscontrabili solo nella violenza maschile contro le donne.

La mia risposta è essenzialmente questa: il femminicidio definisce l’omicidio di una donna per gelosia, possessività, controllo, incapacità di accettarne l’indipendenza. Come ho scritto altrove, non credo che siano dinamiche esclusive dei perpetratori di sesso maschile; ma la definizione del termine, e soprattutto l’uso che se ne fa, danno per scontato che sia una fattispecie che riguarda solo le donne “in quanto donne”, perché la matrice patriarcale viene assunta per definizione anziché accertata caso per caso.

Un modo pulito per uscirne sarebbe parlare di omicidio in ambito familiare o affettivo, specificando la dinamica – gelosia, controllo, separazione rifiutata; è una categoria che funziona meglio anche in ottica preventiva, perché indica un movente circoscritto e verificabile, a differenza del generico e sfuggente “patriarcato”, su cui nessun servizio territoriale può intervenire nel concreto.

L’obiezione: fratricidio, infanticidio, matricidio

“Facendo un passo indietro però, e definendo il femminicidio solo come ‘omicidio di donna’ […] ho sentito da un conoscente una giustificazione che accomunava questo termine ad altri come: fratricidio, infanticidio, matricidio, parricidio… E mi sono chiesto: ma parlare di femminicidio è sbagliato in sé o è solo il modo in cui se ne parla? Perché se è vero che il reato di femminicidio è ridondante, usare il termine come specificazione dell’omicidio ha comunque senso, o no?”

Ha senso, ma a una condizione. Termini come femminicidio o maschicidio andrebbero riservati ai casi in cui il movente legato al genere della vittima si osserva davvero: il serial killer che sceglie le vittime perché donne; gli eccidi in contesto bellico in cui vengono sterminati gli uomini in quanto uomini (e magari violentate le donne – altro crimine gravissimo, ma non omicidio); un caso come quello di Saman Abbas, dove è verosimile che un figlio maschio ribelle non sarebbe arrivato a essere ucciso.

La differenza con fratricidio o parricidio, del resto, è proprio questa: quelli descrivono una relazione accertabile guardando l’albero genealogico, mentre il femminicidio, così come viene usato, descrive un movente – e il movente va accertato.

Che cosa aggiunge il genere della vittima?

“L’uccisione di per sé non è la massima forma di oppressione a prescindere dal genere? In che modo l’uccisione di una donna è volontà di opprimere e di un uomo no?”

Effettivamente, se uccidere è già la forma massima di sopraffazione, che cosa aggiunge il genere della vittima? Perché lo stesso gesto diventa “annullamento della donna in quanto donna” in una direzione e resta un fatto privato nell’altra? Per me è l’ennesimo doppio standard.

Cavalleria e sistema patriarcale

“L’idea è che in questo mondo la donna è sempre ‘meno’ e l’uomo è sempre ‘più’.”

“Il sentimento di pancia è ‘le donne vanno protette’, così atavico che mette d’accordo destra e sinistra.”

Due risposte arrivate una dopo l’altra “a fagiolo”, nel senso che colgono il succo da due angoli diversi – una descrizione che potrebbe rientrare bene nell’idea di “sistema patriarcale” con uomini privilegiati e donne sottomesse, e dall’altra il sentimento cavalleresco tradizionale.

La cavalleria viene letta dal femminismo come uno degli strumenti del patriarcato – la donna messa al riparo, e quindi tenuta lontana dal rischio, dalla responsabilità, dall’autonomia; ed è spesso pesante da portare, per entrambi. Ma “pesante” non significa “malevolo”: il presupposto che dietro ci sia un intento oppressivo, degli uomini o della società, è appunto un presupposto, non una constatazione. Salvo poi, quando le donne – in media meno forti fisicamente – hanno la peggio in dinamiche che fino a prova contraria sono umane (e non tipiche di un solo genere), invocare esattamente quella protezione speciale che si era appena classificata come oppressiva.

Delle due l’una: o l’istinto di proteggere le donne è una gabbia, e allora non è giusto evocarla solo quando fa comodo; oppure è legittimo, e allora non è la prova di un sistema costruito contro di noi.

L’asimmetria che non si nomina

“Penso che la questione non sia attribuire comportamenti possessivi ai soli uomini, ma denunciare la violenza fisica a cui può portare, in questo caso alle sue estreme conseguenze. Per quel che mi riguarda questa va denunciata a prescindere dal sesso, ma esiste in questo caso un’asimmetria. Che poi questa asimmetria sia dovuta al ‘patriarcato’ o a cos’altro non lo so.”

Non c’è dubbio che l’asimmetria esista, innanzitutto, e nessuno che ha una discreta conoscenza dei dati affermerebbe il contrario.

Secondo Istat, nel 2023 in Italia sono state uccise 117 donne e 217 uomini; delle prime, 63 sono state uccise da un partner o da un ex, mentre gli uomini uccisi da una partner o da una ex sono stati 6. Non è una differenza da appiattire, e chi prova a farlo sta facendo l’operazione speculare a quella che critico nel resto di questo articolo.

Quei numeri, però, si leggono quasi sempre nella forma “le donne uccise da partner o ex sono il 54% del totale delle donne uccise, gli uomini il 3%”. Sono percentuali corrette, ma non misurano un rischio, bensì una composizione, cioè come si distribuiscono gli omicidi di ciascun sesso.

La quota femminile è molto più alta anche perché le donne, in Italia, vengono uccise pochissimo in tutti gli altri contesti – risse, regolamenti di conti, rapine, liti fra conoscenti – mentre gli uomini hanno un tasso di omicidio quasi doppio: 0,75 per centomila contro 0,39. Il denominatore maschile è gonfiato da morti violente che alle donne non capitano, e il confronto fra le due percentuali finisce per misurare quella differenza, non quella dentro la coppia.

Basta un esperimento mentale: se il tasso di omicidio maschile italiano crollasse domani ai livelli di quello femminile, senza che cambi neppure un caso di violenza domestica, quel 3% raddoppierebbe – e dovremmo concluderne che nelle relazioni gli uomini rischiano il doppio di prima.

Il numero che serve è un altro, ed è quello che ho usato sopra: 63 contro 6, che rapportati alla popolazione fanno un rischio circa dieci volte superiore per le donne. Dunque, la conclusione regge, ma per una ragione diversa da quella che di solito si cita.

A proposito di forza fisica: è senz’altro un fattore chiave, e basta chiedersi chi in una coppia etero è mediamente meno in grado di difendersi. Quello che noto, però, è che quasi mai è il fattore tirato in ballo da chi denuncia la sistematicità dei femminicidi: leggendo i commenti si parla espressamente di dinamiche relazionali, non fisiche (lui era geloso, non accettava la fine della relazione, la pedinava, le impediva di uscire con le amiche), tranne magari quando si citano episodi di violenza precedenti. E qui trovo curioso che si trattino come specificamente maschili proprio le dinamiche che maschili non sono, mentre si sorvola sull’unico elemento che davvero lo è, cioè la differenza di forza.

C’è poi un dato che di solito non viene commentato affatto. Sempre nel 2023, le donne uccise in ambito familiare sono state 94 e gli uomini 46: le prime sono circa il doppio dei secondi, ma parliamo pur sempre dello stesso ordine di grandezza. È probabile che gran parte di quei 46 sia stata uccisa da altri uomini – figli, fratelli, padri – e nessuno sostiene che si trattasse di crimini motivati dal genere della vittima; ma la ragione per cui non se ne parla non sta nei dati, bensì in una decisione presa prima di guardarli.

Chi conta i femminicidi, del resto, ripete che la categoria non si esaurisce nella coppia, che non richiede necessariamente un autore uomo e che vanno inclusi anche i casi ad autore ignoto, le vittime anziane, le donne senza dimora. Applicando quelle stesse regole a specchio, una parte di quei 46 entrerebbe in un conteggio simmetrico. Non lo fa nessuno, e non certo perché i dati lo vietino.

La conseguenza pratica di tutto questo è che, se il movente diventa “il patriarcato”, nessuno guarda le variabili che avrebbero valore predittivo.

Le dinamiche che si cercano in una sola direzione

“Quali sono le dinamiche che portano un uomo ad agire in un certo modo (sbagliato)? Se fosse esso stesso vittima da anni di violenze psicologiche? Immaginiamo un marito che per anni ha mantenuto moglie e figli cercando di dare a lei la vita più dignitosa possibile lavorando 12h al giorno e che per lei questo non fosse mai abbastanza. Ad un certo punto lei decide che può avere di meglio, e lo lascia senza casa senza figli e lui nella sua testa ha sacrificato tutto per loro. Molti sarebbero distrutti, ma esiste la possibilità che a qualcuno scatti una molla non avendo nella loro testa più niente da perdere? […] Il doppiopesismo qui è assurdo, perché se si prova a ragionare così qui scatta il paradosso che le stesse femministe usano per giustificare gli omicidi donna‑uomo: ‘chissà lui cosa le aveva fatto prima’.”

Su questa devo fare una precisazione, perché il punto sollevato mi interessa ma il modo in cui è posto rischia di ritorcersi contro: nessuna storia di sacrificio, delusione o solitudine rende un omicidio più comprensibile, e la logica del “chissà cosa le aveva fatto prima” resta pessima anche a parti invertite.

Quello che invece resta in piedi, e che condivido, è l’osservazione sull’asimmetria del racconto: quando la vittima è un uomo il movente viene ricostruito, contestualizzato, a volte perfino attenuato; quando la vittima è una donna il movente è noto prima ancora delle indagini, e si chiama patriarcato. Il problema non è che si cerchino le dinamiche – è che le si cerchi in una direzione sola.

E le dinamiche vanno cercate, perché è l’unico modo di fare qualcosa: se è vero che non è sempre possibile prevenire una tragedia, è altrettanto vero che non sapere perché sia accaduta impedisce di intervenire sulla prossima. Il rischio di scivolare nel victim blaming esiste, ed è un rischio serio; ma non può diventare la ragione per cui chi lavora nel settore rinuncia a individuare i fattori che hanno portato a quello specifico omicidio.

Un modello che non può essere smentito

“Faccio l’avvocato del diavolo […]. Dinamiche di gelosia e possesso sono proprie di tutte le coppie, ma chi porta avanti l’idea del patriarcato origine di tutti i mali del mondo afferma che solo nelle coppie etero queste sfocino in violenza e omicidio da parte dell’uomo (falsissimo e profondamente deumanizzante nei confronti di tutti gli altri tipi di coppie, ma tant’è).”

Esattamente. E la cosa interessante è che chi sostiene quel modello lo sa: per dirne uno, Evan Stark – autore di Coercive Control – non nega che nelle coppie omosessuali ci siano violenza e dinamiche potenzialmente letali; le riconduce però alla stessa spiegazione strutturale valida per le coppie etero. Così nessun caso può contare come controesempio: se la violenza c’è dove il modello la prevede, lo conferma; se c’è dove non la prevede, lo conferma lo stesso. Ne ho parlato qui.

La certezza a poche ore dal fatto

La seconda domanda era invece questa: come si può pretendere di sapere con certezza se si stia parlando di un femminicidio a poche ore dal fatto, quando un’indagine – ovvero l’unica procedura che permetta di arrivare a una verità – può richiedere mesi?

E la domanda bonus: abbiamo introdotto una legge che definisce quella precisa fattispecie di reato, esistono dati ufficiali che ne contano i casi; eppure chi si attiene a quei numeri diventa automaticamente il maschilista negazionista, mentre a doversi giustificare dovrebbe essere chi sostiene un fenomeno molto più ampio di quanto la definizione stessa consenta di misurare.

Vale la pena spendere qualche riga in più, perché pochi si sono fermati a guardare cosa sia successo davvero.

La legge 2 dicembre 2025 n. 181 ha introdotto nel codice penale l’articolo 577-bis, in vigore dal 17 dicembre dello stesso anno. Punisce chi provoca la morte di una donna come atto di odio, di discriminazione o di prevaricazione, come atto di controllo, possesso o dominio in quanto donna, oppure come reazione al rifiuto di iniziare o di proseguire una relazione affettiva.

Voglio essere chiara su un punto, perché è quello su cui si equivoca di più: non la considero affatto una definizione avara. È un elenco largo, che copre bene il fenomeno che si vuole nominare, e non contiene requisiti di relazione, convivenza o contesto che taglino fuori a priori intere categorie di casi. Sul merito della riforma non prendo posizione qui – le critiche che le sono state mosse riguardano altro, dai dubbi di legittimità costituzionale sulla formula “in quanto donna” all’idea che bastino pene più severe a ridurre un fenomeno, idea che fra chi si occupa di prevenzione condividono in pochi (ne ho parlato anche qui).

Dal 2026 il Ministero dell’Interno usa quella definizione nelle proprie statistiche, ed è la prima volta che la parola compare in un report ministeriale. Nel primo semestre dell’anno le donne uccise sono state 34: 26 classificate come omicidio volontario e 8 come femminicidio ai sensi del 577-bis. Delle 26, 11 sono state uccise da un partner o da un ex: in tutto, quindi, 19 donne uccise nella coppia, di cui 8 qualificate come femminicidio.

E qui bisogna resistere alla tentazione, da entrambe le parti.

Quel numero è quasi certamente una sottostima, per ragioni che non hanno nulla a che vedere con la volontà di nascondere qualcosa. Il report stesso avverte che si tratta di dati operativi, soggetti a variazione con lo sviluppo delle indagini; a pochi mesi dai fatti molte istruttorie sono aperte e la qualificazione può cambiare. E c’è un limite strutturale che nessuna riforma può togliere: se l’autore si toglie la vita subito dopo l’omicidio, il reato si estingue con la morte del reo (Art. 150) e il procedimento viene archiviato, per cui nessun tribunale scriverà mai “articolo 577-bis”, per quanto evidente sia stata la dinamica. Il report non spiega come vengano classificati questi casi, ma dato che i suoi dati “dipendono dall’evolversi dell’attività di polizia e dalle decisioni dell’Autorità Giudiziaria”, è plausibile che finiscano fra gli omicidi volontari.1

Chi volesse citare l’8 è libero di farlo, e anzi è più giustificato di chiunque altro: si tratta di un dato ufficiale, prodotto dal Ministero dell’Interno con criteri dichiarati. Suggerirei solo di presentarlo per quello che è, cioè un conteggio provvisorio dei casi già qualificati come tali, e non il numero definitivo dei femminicidi del semestre.

E però la distanza fra quell’8 e le decine di casi conteggiati nello stesso periodo dagli osservatori indipendenti non si spiega solo con i tempi delle indagini e con i suicidi degli autori. Si spiega piuttosto, in parte tutt’altro che trascurabile, con la differenza fra un movente ipotizzato e un movente documentato: per qualificare un caso come 577-bis il movente deve emergere dagli atti di indagine, a carico di una persona determinata, e dovrà poi reggere in giudizio, mentre i conteggi dal basso lo attribuiscono sulla base di quello che si legge nella cronaca. Non è una differenza di definizione – quella legislativa, l’ho detto, è sufficientemente larga – ma piuttosto una di onere probatorio. Ed è esattamente il punto della mia seconda domanda, quella a cui finora nessuno ha risposto davvero.

Vale anche il contrario: a mio avviso, una qualificazione penale è uno strumento imperfetto per misurare un fenomeno sociale, perché nasce per stabilire la responsabilità di un imputato e paga tutti i limiti di quella funzione.

Non sto sostenendo che i femminicidi italiani siano “solo” 8, e nemmeno che siano 50 o 100. Credo invece che le due contabilità rispondano a domande diverse, e che nessuna delle due sia esattamente “il fenomeno” – distinzione che finora non ho visto fare quasi da nessuno.

Quello che è successo dopo la pubblicazione del primo report, infatti, è la parte davvero istruttiva. La discussione che quei numeri rendevano finalmente possibile – quali elementi risultino difficili da documentare, quanti casi restino fuori per ragioni procedurali, come si potrebbe affiancare al dato penale un dato statistico costruito con criteri propri e dichiarati – non si è nemmeno provato a farla. Si sono invece formati due schieramenti, e la cifra ufficiale è diventata materiale d’accusa nel momento stesso in cui è esistita.

Alla domanda bonus una risposta è arrivata, ed è più onesta di molte altre:

“A parte pochi in malafede, penso che per molti valga la logica ‘due torti fanno una ragione’: per bilanciare le ingiustizie patriarcali servono ingiustizie antipatriarcali.”

Alla seconda, invece, su Instagram non ne è arrivata nessuna, e quella ricevuta su Threads (la riporto più avanti) non scioglie il nodo. D’altronde penso sia il cuore della questione: servirebbe che rispondesse una femminista – o un femminista – che ci crede davvero, ammesso di riuscire a trovarla. Speravo di trovare la risposta in un libro il cui obiettivo pareva essere proprio quello di fornire strumenti concreti per contare i femminicidi, ma devo dire che neanche lì. Ne tornerò a parlare a breve.

Le stesse domande su Threads

Come promesso ho riproposto le domande anche su Threads, dove sono arrivate due obiezioni che mi hanno spronato a precisare qualcosa. Le riporto senza nomi, come ho fatto per le altre.

La prima è stata un parallelo con un altro fenomeno:

“Uguale alla madre che uccide i figli. Magari sono piccoli, lei è fisicamente più forte, ha una posizione di dominio e superiorità. Magari ha anche il concetto del ‘sei mio perché ti ho partorito’, quindi tu sei una mia proprietà.”

Mi sembra un accostamento utile, e per una ragione che va oltre la simmetria retorica: nel caso della madre che uccide i figli ci sono tutti gli ingredienti che di solito vengono descritti come specificamente patriarcali – il possesso, il dominio, lo squilibrio di forza – e non c’è il genere a fare da variabile. Se le stesse dinamiche compaiono quando l’asimmetria è di età anziché di sesso, allora la cosa che le spiega non è il sesso di chi le agisce: è l’asimmetria stessa, cioè la combinazione fra chi ha più potere, sia fisico sia simbolico, e chi ha meno possibilità di difendersi. Il che, di nuovo, indica dove guardare per prevenire.

La seconda obiezione è la più seria che abbia ricevuto in tutta questa storia, e viene da una persona che si dichiara in disaccordo con me:

“È indiscutibile che il senso del possesso della propria donna, il suo controllo, facciano parte dell’educazione che viene tradizionalmente impartita agli uomini.”

E poi, quando ho risposto che mi pare riguardi un numero di casi troppo basso perché si possa parlare di una questione di educazione:

“Penso che sia un problema di educazione, ma che solo in alcuni casi – più fragili, meno strutturati – le conseguenze del sistema culturale sfuggano di mano. Certi nuclei ideologici sono pervasivi, dove il nucleo non è ‘uccidi la donna che ti dice di no’, ma qualcosa di molto più raffinato.”

È una posizione onesta, ed è il modo migliore in cui la tesi culturale possa essere formulata. Il problema è che nel formularla bene si vede anche dove si rompe. Se il nucleo ideologico è pervasivo – cioè presente in quasi tutti – e l’esito letale è rarissimo, allora quel nucleo è una costante, e una costante non spiega una variazione: tutto il lavoro esplicativo lo fanno le condizioni che distinguono i pochissimi casi in cui l’esito si verifica dai moltissimi in cui non si verifica. Sono esattamente le condizioni che il mio interlocutore nomina di sfuggita – la fragilità, la mancanza di struttura – e a cui aggiungerei le violenze precedenti, l’isolamento, l’abuso di sostanze, il momento della separazione…

Non sto dicendo che la cultura non conti nulla, ma che se conta come sfondo diffuso, allora non è lì che si può intervenire per evitare il prossimo caso – mentre sulle condizioni individuali sì, forse si può fare qualcosa. E aggiungo una domanda che faccio in buona fede a chi sostiene la tesi opposta: quale osservazione, in linea di principio, la smentirebbe? Se un uomo violento conferma il modello e un uomo non violento non lo smentisce, non stiamo più discutendo di una spiegazione.

Sul mio secondo quesito è arrivata invece questa:

“In realtà in molti casi il movente è chiaro abbastanza in fretta, spesso per ammissione degli stessi colpevoli. Direi in ogni caso che la velocità con cui viene attribuita la natura di femminicidio è la stessa che in generale i media applicano per attribuire gli stessi delitti al ‘troppo amore’ o al comportamento delle vittime.”

La seconda metà la sottoscrivo in pieno: la prematurità è un vizio del giornalismo, non di una parte politica in particolare, e il titolo che spiega tutto con la gelosia è sbagliato per la stessa ragione per cui è sbagliato il titolo che spiega tutto con il patriarcato. Chi mi legge sa che trovo la spiegazione del “raptus” indifendibile.

Sulla prima metà, invece, faccio una distinzione. Che sia chiaro in fretta chi ha ucciso chi è spesso vero, e in molti casi c’è una confessione. Ma confessare l’omicidio non equivale a stabilire il movente, che nella maggior parte dei casi emerge – quando emerge – da mesi di indagine e talvolta solo in dibattimento. Ed è qui che sta il mio punto: le liste vengono compilate sulle notizie del giorno dopo, non sulle qualificazioni finali, e quando qualcuno le rilegge a distanza di mesi capita di trovarci casi che nel frattempo si sono rivelati altro – liti ereditarie, conflitti familiari, omicidi commessi pietatis causa.2 Il numero, però, resta quello di partenza, e sono quei numeri a fondare le formule che poi tutti ripetiamo.

Chiudo con l’ultima obiezione ricevuta, che è anche la più ricorrente:

“Guardare i numeri in assoluto, e al limite solo i numeri, è limitante rispetto al discorso sul sistema culturale nel quale ognuno di noi è immerso.”

Sono d’accordo che i numeri da soli non bastino. Chiedo però che valga anche il reciproco: un discorso sul sistema culturale che non possa essere messo alla prova da nessun numero non è un discorso più profondo, è un discorso che ha rinunciato a poter essere sbagliato.

Il fervore con cui se ne discute mi fa sospettare che la cifra assegnata al fenomeno dipenda non solo da una misurazione, ma anche da una scelta politica su “quanto debba essere grande”. Una parte della fretta si spiega con i tempi dei media, come mi è stato fatto notare; ma credo che sia anche la ragione per cui la seconda domanda non riceve una risposta convincente: se il conteggio serve a sostenere una tesi, aspettare l’accertamento del movente diventa un costo che nessuno ha interesse a pagare.

Allo stesso modo, quando una categoria diventa uno strumento di argomentazione, chi la usa ha poco interesse a definirla con precisione, e l’indeterminatezza smette di essere un difetto da correggere. È esattamente per questo che dovrebbe funzionare al contrario: quando una definizione è vaga, l’onere di dimostrare che un caso vi rientra spetta a chi lo afferma, non a chi chiede di aspettare le indagini.

Che cosa si potrebbe fare

Ho la sensazione, rileggendomi, di essere la pars destruens, quella che demolisce e non propone. Chiudo quindi con le cose che secondo me servirebbero davvero, e che non richiedono di negare l’esistenza di alcun fenomeno.

  • Un identificativo univoco di caso, che segua il fascicolo dal ritrovamento del corpo alla sentenza definitiva. Oggi nessuno può dire quanti dei casi registrati in un dato anno siano stati confermati e quanti riqualificati: senza tracciabilità non esiste correzione, e senza correzione non esiste misura.

  • La pubblicazione, da parte degli osservatori indipendenti, dei propri criteri di inclusione, con i casi presunti marcati come tali e separati nei totali. È ciò che si chiede al Ministero dell’Interno, e dovrebbe valere anche per chi al Ministero chiede conto.

  • Comitati di analisi multidisciplinare sul modello delle Domestic Homicide Reviews britanniche, che ricostruiscono caso per caso il passaggio della vittima attraverso i servizi e stabiliscono cosa si sarebbe potuto fare diversamente. È l’unico strumento che conosca capace di produrre conoscenza utilizzabile per prevenire il caso successivo.

  • Una serie storica pubblicata con cadenza annuale o biennale e riferita a indagini concluse, affiancata – non sostituita – dal dato penale, così che si possa vedere dove le due contabilità divergono e perché.

Nessuna di queste cose impedisce di combattere le disuguaglianze di genere. Richiedono soltanto di accettare che il conteggio possa dire qualcosa che non si desiderava sentire; il che, se davvero “contare è un atto politico”, dovrebbe essere il minimo.

È scontato, ma vale la pena dirlo: mettere queste domande in un articolo, invece che in una storia che scade in ventiquattro ore, significa anche che restano aperte senza scadenza. Se un giorno arriverà una risposta più convincente di quelle raccolte finora, sarò felice di leggerla e tenere viva la discussione.


Bibliografia

[ISTAT 2025] Le vittime di omicidio – anno 2023: https://www.istat.it/comunicato-stampa/le-vittime-di-omicidio-anno-2023/

[Ministero dell’Interno 2026] Servizio Analisi Criminale, Omicidi volontari e femminicidi, luglio 2026: https://www.interno.gov.it/sites/default/files/2026-07/report_omicidi_i_semestre.pdf

[Osservatorio La Fionda 2026] “Femminicidi”: il debunking annuale: https://www.lafionda.com/femminicidi-il-debunking-annuale/

[Stark 2007] Evan Stark, Coercive Control: How Men Entrap Women in Personal Life, Oxford University Press, 2007: https://is.gd/hVuuxj


Note

Footnotes

  1. Questa lettura è una mia deduzione: il report non lo dice esplicitamente, e non sono giurista. Resto aperta a correzioni sul punto.

  2. Va ricordato che parliamo di una testata apertamente schierata sul fronte dei diritti maschili, il che non invalida il lavoro caso per caso ma va tenuto presente, così come Non Una Di Meno viene dal campo opposto.

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