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La società italiana è patriarcale? – Salute
La società italiana è patriarcale? – Salute

Il diritto alla salute è garantito dall’articolo 32 della Costituzione:

La Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività, e garantisce cure gratuite agli indigenti.

Si tratta di uno dei principi più avanzati e universalistici del nostro ordinamento. Ogni cittadino – a prescindere da sesso, età o condizione – dovrebbe potersi curare, prevenire, accedere alle stesse tutele e ricevere attenzione in base ai propri bisogni.

Ma le politiche sanitarie e le prassi cliniche sono davvero neutrali rispetto al genere? Oppure esistono, più o meno consapevolmente, asimmetrie strutturali che portano a ignorare certe patologie, trascurare specifici gruppi o calibrare i servizi su un modello “medio” che, in realtà, è tutt’altro che neutro?

In questo capitolo proveremo a esplorare se e in che modo il genere influenzi la salute degli individui in Italia: ci sarebbero molteplici aree da analizzare, dalle politiche pubbliche all’accesso alle cure, dalla medicina preventiva alla salute mentale. Si tratta di un campo vastissimo. Ho scelto di concentrarmi su queste ultime due – prevenzione oncologica e salute mentale – perché offrono dati sufficientemente solidi e punti di confronto tra generi particolarmente significativi.

L’obiettivo, come sempre, non è trovare risposte scontate, ma guardare i dati, riconoscere le sfumature e chiederci se – e per chi – il sistema funziona davvero.

Tumori e prevenzione: un confronto tra generi

Da quando ho memoria non ricordo di essere mai stata nella sala d’attesa di uno studio medico senza poster appesi alle pareti o volantini informativi che recitassero “prevenire è meglio che curare”, o una qualche variazione sul tema. La frase è attribuita a Bernardino Ramazzini, scienziato del XVII secolo e considerato padre della medicina del lavoro [Franco 2015]. Se 400 anni fa era un concetto estremamente innovativo, oggi potremmo dire che è quasi scontato.

È utile anche ricordare che la prevenzione esiste su quattro livelli:

  1. la prevenzione primaria mira a evitare l’insorgenza delle malattie agendo sui fattori di rischio (ad es. campagne antifumo, promozione dell’attività fisica, vaccinazioni);
  2. la prevenzione secondaria punta alla diagnosi precoce per trattare prima che la malattia peggiori (pap test, mammografie, screening per il diabete);
  3. la prevenzione terziaria si concentra sulla riduzione delle complicanze e sul miglioramento della qualità della vita in chi è già malato (riabilitazione post-infarto, controllo della glicemia nel diabete);
  4. infine, la prevenzione quaternaria cerca di evitare cure eccessive o inutili (es. evitare esami superflui, uso critico di farmaci e interventi).

Essendo uomini e donne fisicamente diversi sotto tanti aspetti, dalla biologia all’anatomia1, possiamo aspettarci focus diversi per quanto riguarda gli obiettivi della prevenzione. Ci sono ad esempio malattie che colpiscono soprattutto gli uomini – come certe patologie cardiovascolari e polmonari e il cancro alla prostata [In Salute 2025] – oppure le donne – come malattie autoimmuni, osteoporosi, depressione e tumore al seno [Exeltis 2023].

Dati di incidenza e mortalità

Per quanto riguarda i tumori in particolare, il cancro alla prostata rappresenta il 19% di tutti i tumori maschili (oltre 40mila nuovi casi nel 2025), seguito da tumore al polmone (15% del totale, con 32mila casi), al colon-retto (13%) e alla vescica (12%). Per le donne, invece, il tumore alla mammella ha contato oltre 50mila casi, cioè circa il 30% del totale dei tumori femminili, seguito dal tumore al colon-retto (21mila casi, il 12% del totale), al polmone (7.5%) e all’utero (5%).

Secondo i dati più recenti [AIRC 2026], nel 2025 sono stati diagnosticati circa 362.100 nuovi casi in totale – 182.300 negli uomini e 179.800 nelle donne – in calo rispetto alle edizioni precedenti [AIOM 2024], [AIOM 2025].

Una ricerca pubblicata recentemente ha analizzato oltre 20 anni di materiali (2004-2023) relativi a campagne di comunicazione della salute: quasi la metà di essi (47%) è rivolta al pubblico femminile, con i restanti indirizzati alla popolazione generale. Nonostante esistano screening specificatamente rivolti agli uomini – come quelli per il tumore alla prostata o ai testicoli – nessuno dei materiali analizzati aveva gli uomini come target specifico, e non è stata rilevata neanche una campagna volta alla prevenzione del cancro alla prostata. Anche per quanto riguarda il cancro al colon-retto, tra i principali tumori per entrambi i sessi e a cui era dedicato il 14% del campione, gli unici materiali informativi gender-specific erano rivolti alle donne [Solito et al. 2025].

Fortunatamente negli ultimi anni, soprattutto a partire dal Covid-19 per cui sono state intensificate le campagne vaccinali, le iniziative di prevenzione rivolte agli uomini non sono mancate: ad esempio “LILT for men - nastro blu” (parallela a quella “nastro rosa” per la prevenzione femminile), “Novembre azzurro” o “Un baffo per la ricerca”. Tuttavia, come emerso dall’analisi sopracitata e da una semplice ricerca in rete, sembra esserci maggiore attenzione a livello istituzionale nei confronti della salute femminile.

Lo stesso sito del Ministero della Salute include una pagina informativa sulla “Salute della donna”, ma manca l’equivalente maschile. Analogamente, la “Giornata nazionale della salute della donna” esiste dal 2015, mentre quella dell’uomo è stata introdotta solo nel 2024.

La disparità di trattamento a svantaggio degli uomini è significativa anche in chiave storica: fino a pochi anni fa gli uomini rappresentavano la netta maggioranza dei casi diagnosticati ogni anno. I dati più recenti mostrano però un avvicinamento significativo: nel 2025 le diagnosi maschili e femminili sono quasi pareggiate (182.300 contro 179.800), anche se alcune proiezioni indicano che i tumori maschili potrebbero aumentare a un ritmo leggermente superiore nei prossimi 20 anni (1.3% in più, contro lo 0.6% per le donne) [AIRC 2026].

Un altro aspetto interessante è che le donne avrebbero dei meccanismi di difesa a livello biologico che gli uomini non hanno2, dunque sarebbe auspicabile che le campagne di prevenzione tenessero conto di queste e altre differenze per migliorarne l’efficacia sul genere maschile in particolare [Fondazione Mutagens 2024].

La buona notizia è senza dubbio che i decessi causati dai tumori siano in diminuzione per entrambi i sessi (calo del 15% negli ultimi 10 anni). Le probabilità di sopravvivere sono altresì in aumento, grazie alle campagne di prevenzione, le diagnosi precoci e i progressi nell’efficacia delle terapie: ad esempio, il tasso di sopravvivenza a 5 anni dalla diagnosi è dell’88% per il cancro al seno e 91% per quello alla prostata [Fondazione Veronesi 2025].

Screening e disparità di accesso

Per migliorare le cose, naturalmente, una delle possibili vie sono gli screening, per i quali tuttavia come abbiamo già accennato esiste una disparità tra uomini e donne.

Sul totale che l’Italia spende in sanità (138 miliardi nel 2024), circa il 4.5% è destinato alla prevenzione [Panorama della sanità 2025], e quindi in parte anche agli screening oncologici. Questi però sono in maggioranza diretti ai tumori prevalentemente femminili, come mammografia e Pap test. Nel caso dell’HPV, che può essere contratto dagli uomini e causare – seppur più raramente – forme tumorali agli organi sessuali, la vaccinazione è sì gratuita, ma non esiste uno screening rivolto ai pazienti maschi [Fondazione Veronesi 2022]. L’esame mammografico è invece gratuito per le donne in tutta Italia fin dal 2000, mentre lo screening per il tumore alla prostata è presente solo da un paio d’anni e in poche regioni (ad es. la Lombardia dal 2024).

Riguardo infine ai tumori che colpiscono entrambi i generi, esiste da diversi anni lo screening per quello al colon-retto, gratuito per entrambi a partire dai 50 anni, mentre quello per il polmone è in fase di sperimentazione.

Per completezza, quello alla mammella rimane il tumore che causa più decessi nella popolazione femminile (oltre 15000 nel 2022) [Istituto Negri 2024]. Quello alla prostata è invece il quarto tumore per mortalità negli uomini (7000 decessi nel 2021), dopo polmone, colon-retto e fegato [Fondazione Veronesi 2024], [Pfizer 2022].

Il senso di questi confronti, naturalmente, non è fare una gara a chi se la passa peggio, né lamentare una mancanza di attenzione verso un gruppo o verso l’altro. Piuttosto, è interrogarsi in modo lucido su quali priorità emergano dalle politiche pubbliche, e se esse riflettano uno squilibrio significativo tra i sessi.

In un paese a struttura patriarcale, ci si potrebbe aspettare uno sbilanciamento sistematico delle risorse in favore degli uomini, soprattutto in ambiti cruciali come la prevenzione sanitaria e la ricerca. Ma i dati sembrano suggerire una realtà più sfaccettata: se da un lato gli uomini risultano i più colpiti da tumori in termini assoluti, dall’altro si osserva una maggiore attenzione istituzionale verso la prevenzione delle patologie femminili.

Questo può avere spiegazioni plausibili – ad esempio, il fatto che il tumore alla mammella sia, a oggi, il più letale nella popolazione femminile. Ciò non toglie, tuttavia, che l’attuale configurazione delle campagne e degli screening sollevi interrogativi legittimi sull’equità degli sforzi preventivi.

Depressione e suicidi: la salute mentale ha un genere?

In questa sezione vorrei esplorare le differenze di genere nei disturbi psichici e nei tassi di suicidio, interrogandoci sul legame con i cosiddetti ruoli di genere, tra aspettative sociali e carichi emotivi. Ma prima di affrontare la questione da una prospettiva comparativa, è utile inquadrare il fenomeno nel suo insieme.

Depressione: i numeri in Italia

Tra il 2015 e il 2017 ISTAT ha rivelato che oltre 2.8 milioni di italiani (il 5.4% della popolazione over 15) soffrono di depressione, inclusi 1.3 milioni affetti da depressione maggiore [ISTAT 2018]. Secondo l’Istituto Superiore di Sanità nel 2023-2024 è stato superato il 6% tra gli adulti e il 9% tra gli over 65 [ISS 2025a].

I disturbi depressivi sono spesso associati a quelli ansiosi, e in generale si verificano con maggior frequenza negli individui con basso livello d’istruzione, negli inattivi o disoccupati, e negli anziani. Uno scarso supporto sociale è tra i principali fattori di rischio in tutte le fasce d’età – soprattutto tra i giovani dove il rischio è quadruplicato –, seguito dalla rottura di relazioni importanti e dalla disoccupazione; negli adulti pesano anche malattie croniche e problemi familiari, mentre negli anziani incidono il basso livello d’istruzione e gli eventi dolorosi.

Il paradosso di genere nei suicidi

I disturbi depressivi sono anche legati alle morti per suicidio, che in Italia oscillano tra i 3200 e i 4000 ogni anno a seconda del periodo considerato – con un picco intorno al 2012-2015 e un calo negli anni successivi. In numeri sono però assai diversi se si considera il sesso degli individui: nel 2015 ad esempio, su 3988 suicidi totali 3105 sono stati attuati da uomini e 883 da donne, dunque circa il 78% dei decessi è attribuibile al genere maschile.

La classe di età più a rischio è quella degli over 65 (19 e 4 casi ogni 100mila abitanti rispettivamente per uomini e donne), seguita dalla fascia 35-64 anni, ma per tutte le classi i suicidi maschili sono circa tra le 3 e le 5 volte il numero di quelli femminili. Quasi il 70% dei casi è associato a una forma di malattia mentale, soprattutto ansia e depressione [ISTAT 2018], [Ilsole24ore 2019], [ISS 2019].

Come mostrato nel grafico e confermato osservando varie analisi [Ghirini e Vichi 2020], negli ultimi 30 anni i suicidi sono stati sostanzialmente stabili anno dopo anno, soprattutto per la popolazione femminile.

Nel rapporto più recente del Ministero della Salute, vediamo che tra gli individui in trattamento presso un servizio di salute mentale nel 2024 (oltre 845.000 utenti, con un tasso standardizzato di circa 172 per 10.000 abitanti adulti), il gruppo più numeroso era quello degli affetti da depressione, con 37 trattati per 10.000 abitanti. A titolo di confronto, quelli in cura per alcolismo o tossicodipendenze sono 3,3 per 10.000 abitanti. Gli utenti trattati erano donne nel 56% dei casi, e guardando alle singole patologie si nota in particolare la differenza degli individui in cura per depressione: 46,5/10.000 ab. per le donne contro 27,0/10.000 ab. per gli uomini. Per entrambi i sessi, la fascia più rappresentata è quella 45-64 anni [Ministero della Salute 2025].

Se come abbiamo visto quasi 4 suicidi su 5 sono da parte di uomini, l’incidenza insomma sembra invertirsi quanto si considerano i ricoveri ospedalieri per malattia mentale, così come per quanto riguarda i tentativi di suicidio.

Per questi non è semplice avere numeri precisi (molti tentativi non vengono segnalati o registrati come tali, i criteri possono variare da regione a regione, difficoltà di misurazione date le variabili soggettive come l’intenzionalità, ecc.), ma ricerche effettuate negli altri paesi europei rilevano che per ogni suicidio effettivo si verifichino quasi 20 tentativi [Castillejos et al. 2021]. A titolo di esempio, la Francia ha contato 11500 morti e 200mila tentati suicidi nel 2019 [Segar et al. 2024], il che proietterebbe sul nostro paese un ordine di grandezza di decine di migliaia di tentativi ogni anno. Si tratta però di una stima approssimativa: il rapporto tra tentativi e suicidi completati varia considerevolmente per età, sesso, metodo e sistema di rilevazione.

Suicidi per 100k ab - uomini

Tasso grezzo di suicidio per 100mila abitanti - uomini (Fonte: WHO)

Suicidi per 100k ab - donne

Tasso grezzo di suicidio per 100mila abitanti - donne (Fonte: WHO)

Tornando a parlare di incidenza per genere, l’Istituto Superiore di Sanità ha esaminato i dati disponibili tramite le schede di dimissione ospedaliera e i casi gestiti dal centro antiveleni di Milano: nei primi, le donne rappresentano il 58% dei ricoverati in seguito a un tentativo di suicidio, mentre nei secondi il 70% [ISS 2008], e queste percentuali sono in linea con i dati a disposizione a livello europeo (ad esempio [Freeman et al. 2017]).

Si evidenzia anche che in generale le donne tentano il suicidio con maggiore frequenza rispetto agli uomini, ma che gli uomini mostrino un’intenzionalità suicidaria più alta: compiono gesti più letali, con maggiore determinazione a morire, e sono il genere che più frequentemente attua i cosiddetti “tentativi seri”. Questa tendenza si riflette nelle modalità scelte: tra gli uomini prevale l’impiccagione (49% dei casi), seguita dal salto da luogo elevato e dalle lesioni da armi da fuoco (entrambi al 16%). Tra le donne il metodo più frequente è il salto (38%), seguito dall’impiccagione (30%) e dall’avvelenamento (10%) – che secondo ricerche internazionali più ampie salirebbe a quasi un quarto dei casi [Värnik et al. 2008], con esiti che variano notevolmente a seconda della sostanza e delle modalità [ISS 2008].

Spiegazioni e ipotesi in letteratura

Quali sono le ragioni alla base delle differenze di genere nel fenomeno del suicidio? Molti ricercatori hanno cercato di rispondere a questa domanda, interrogandosi sul cosiddetto “paradosso di genere”. Tra le ipotesi più accreditate nella letteratura scientifica, che cercano di spiegare le radici psicologiche e socio-culturali di questa disparità, troviamo:

  • Differenze nei metodi utilizzati: gli uomini tendono a scegliere metodi più violenti e letali (come impiccagione o armi da fuoco), mentre le donne ricorrono più spesso a farmaci o ingestione di sostanze. Alcuni studi rilevano che il livello di intento suicidario è simile tra i sessi, ma l’esito differisce per via della maggiore letalità dei metodi maschili. Altri suggeriscono invece che le donne abbiano, in media, un’intenzione di morire più bassa.
  • Tempistiche diverse nell’evoluzione del disagio psichico: alcune ricerche sostengono che le donne tenterebbero il suicidio in una fase più precoce della sofferenza, con finalità meno autodistruttive e un maggiore desiderio di comunicare malessere o cambiare le condizioni di vita.
  • Condizionamenti culturali e norme di genere: alcune teorie ipotizzano che i tentativi più seri vengano evitati da parte femminile anche perché percepiti come “maschili”, essendo più direttamente legati a una volontà definitiva di morire. Inoltre, gli uomini sono spesso socializzati a non esprimere vulnerabilità né chiedere aiuto, interiorizzando modelli basati su controllo emotivo e autosufficienza. Questo può spiegare la loro minore presenza nei servizi di salute mentale e la maggiore probabilità che un gesto suicidario abbia esito fatale.

È evidente che si tratta di un fenomeno complesso, in cui si intrecciano fattori biologici, psicologici e culturali [Rudmin et al. 2003], [Payne et al. 2008], e per cui servono ulteriori studi per comprenderne appieno le dinamiche e promuovere interventi di prevenzione efficaci e sensibili alle differenze di genere.

Comunicazione istituzionale e prevenzione

Resta da chiedersi come le istituzioni e le associazioni di settore stiano affrontando questa asimmetria.

A differenza di tanti altri casi (istruzione, lavoro, violenza intrafamiliare…), quanto emerge da una mia ricerca in merito è che le istituzioni non implementino una separazione tra uomini e donne in fatto di prevenzione al suicidio. Anzi, quasi tutte riportano che si tratta di un problema che affligge gli uomini in particolar modo: ne parlano il Ministero della Salute in occasione della Giornata della Salute Mentale e in una pagina dedicata, il Ministero della Difesa, e naturalmente l’Istituto Superiore di Sanità.

Anche la comunicazione adottata dalle principali associazioni per l’aiuto agli individui a rischio suicidio, come Telefono Amico e SPS, appare del tutto neutra per quanto riguarda il genere, e non ho trovato nemmeno campagne o iniziative rivolte nello specifico alle donne 3.

Il rovescio della medaglia è che dai dati emergono, oltre a un numero maggiore di suicidi compiuti da uomini, importanti differenze nel rischio, nelle motivazioni, nelle modalità e nelle richieste di aiuto tra individui di sesso maschile e femminile. Per questo, se da un lato è positivo che le campagne siano oggi prevalentemente gender-neutral, dall’altro non si può escludere che programmi specificamente mirati potrebbero rivelarsi più efficaci, soprattutto nei contesti giovanili e ad alto rischio.

Come sottolineato da alcune ricerche sulla popolazione più giovane, le ragazze tendono ad attivare reti di supporto e manifestare ideazione suicidaria più spesso dei coetanei maschi, mentre i ragazzi presentano una maggiore letalità nei metodi e minore accesso ai servizi. Per questa diversa configurazione dei fattori di rischio, un approccio unico e neutro può risultare insufficiente nella prevenzione del suicidio in adolescenza [Hamilton e Klimes-Dougan 2015]. Anche altre ricerche raccomandano lo sviluppo di strategie mirate per entrambi i sessi, che tengano conto delle differenze culturali e psicologiche nei modelli di pensiero e comportamento suicidario [Qu et al. 2024].

Conclusioni

Il quadro che emerge da questo capitolo è più sfaccettato di quanto le narrative dominanti – femministe o anti-femministe – tendano a suggerire.

Sul fronte oncologico, gli uomini sono storicamente i più colpiti per numero assoluto di diagnosi (anche se nel 2025 il divario si è quasi annullato), mentre la maggiore attenzione istituzionale, in termini di campagne e screening, è rivolta alle donne. L’analisi di oltre vent’anni di materiali di comunicazione lo conferma: nessuna campagna gender-specific è dedicata agli uomini, neppure per tumori che li colpiscono in misura prevalente. Solo negli ultimi anni si sono visti segnali di riequilibrio, con l’introduzione della Giornata nazionale della salute dell’uomo e dei primi screening regionali per il tumore alla prostata.

Sul fronte della salute mentale, la situazione si inverte parzialmente: le donne accedono di più ai servizi e sono sovrarappresentate tra chi riceve trattamento per depressione, ma gli uomini compiono la netta maggioranza dei suicidi e tendono a restare fuori dai circuiti di assistenza. Le istituzioni riconoscono apertamente la prevalenza maschile del fenomeno, eppure manca un investimento sistematico in strategie calibrate sulle differenze di genere.

In un sistema strutturalmente patriarcale ci si aspetterebbe che gli uomini godessero di risorse sanitarie e protezione istituzionale superiori. I dati non confermano questa ipotesi: mostrano invece asimmetrie che vanno in direzioni diverse a seconda dell’ambito, e che colpiscono entrambi i sessi – con modalità e conseguenze differenti. I ruoli di genere e le aspettative sociali pesano su entrambi, ma nel caso maschile con conseguenze spesso più letali.

La domanda rilevante, allora, non è tanto chi soffre di più, ma chi viene raggiunto meglio dalle cure e dalla prevenzione. E oggi, purtroppo, sembra che siano ancora troppi gli uomini che, per cultura, stigma o mancanza di strumenti su misura, restano esclusi.


Altri temi da esplorare: una mappa per delle analisi ulteriori

Questo capitolo ha toccato due ambiti – prevenzione oncologica e salute mentale – scelti perché offrono indicatori comparativi solidi e punti di riflessione immediati sulla questione del genere. Ma il tema della salute è molto più ampio, e ci sono almeno altre quattro aree che meriterebbero un’analisi dedicata. Le presento qui in forma sintetica, come punto di partenza per approfondimenti futuri.

Vale la pena notare che l’Italia è tra i primi paesi in Europa ad essersi dotata di un quadro normativo esplicito su questo fronte: la Legge 3/2018 (Lorenzin) ha formalmente introdotto l’applicazione della medicina di genere nel SSN, riconoscendo come malattie e cure possano differire significativamente tra uomini e donne.

Dolore cronico e bias diagnostico

Il dolore cronico femminile è un ambito in cui il bias diagnostico appare particolarmente visibile.

Nel caso dell’endometriosi – che colpisce circa 1.8 milioni di donne in Italia – l’ISS segnala che la diagnosi corretta arriva mediamente dopo circa 7 anni, a causa della scarsa specificità dei sintomi e della tendenza, diffusa in diversi contesti clinici, a normalizzare o minimizzare il dolore mestruale [ISS 2025b].

Più in generale, il dolore delle donne viene spesso interpretato come psicosomatico o meno urgente rispetto a quello riferito dagli uomini: un fenomeno documentato a livello internazionale sotto il nome di gender pain gap, con possibili ritardi nell’inquadramento clinico e terapeutico. È uno dei casi in cui la distorsione va chiaramente a svantaggio delle donne.

Approfondimenti:

Malattie cardiovascolari e ricerca sbilanciata

Per decenni la ricerca cardiovascolare ha utilizzato campioni prevalentemente maschili, con effetti sulla generalizzabilità dei risultati e sulla costruzione delle linee guida. Le donne possono presentare manifestazioni d’infarto meno riconoscibili nella pratica clinica – nausea, affaticamento, dolore dorsale o mandibolare – che contribuiscono a un riconoscimento più tardivo.

Molti autori preferiscono parlare non di “sintomi atipici” in senso assoluto, ma di presentazioni meno riconosciute, proprio perché la norma diagnostica è stata costruita su una casistica prevalentemente maschile. Le malattie cardiovascolari restano la prima causa di morte anche tra le donne italiane, eppure queste ultime risultano ancora sottorappresentate negli studi clinici.

Approfondimenti:

Aspettativa di vita e anni in buona salute

In Italia, le donne vivono in media circa 4 anni più degli uomini (85,7 contro 81,7 anni, dati ISTAT 2025), ma questa differenza si riduce drasticamente se si considerano gli healthy life years: in UE nel 2023 il vantaggio femminile di oltre 5 anni in longevità si riduce a meno di 1 anno se si misura la vita trascorsa in buona salute (63,3 anni per le donne contro 62,8 per gli uomini). Le donne trascorrono cioè una quota rilevante degli anni aggiuntivi in condizioni di disabilità o malattia cronica. È una distinzione che sfuma considerevolmente la narrativa semplice sul “vantaggio femminile” in termini di salute.

Approfondimenti:

Disturbi alimentari e sottodiagnosi maschile

I disturbi del comportamento alimentare colpiscono prevalentemente le donne, ma i casi maschili restano spesso sottoriconosciuti, anche perché i criteri diagnostici tradizionali sono stati sviluppati su popolazioni femminili. Negli uomini il disturbo si manifesta frequentemente come eccessiva focalizzazione sulla muscolarità (vigoressia o dismorfia muscolare) più che sul peso, con conseguenze diagnostiche rilevanti.

Secondo i dati del Ministero della Salute i maschi rappresentano circa il 10% dei pazienti in carico per DCA, ma stime di prevalenza nella popolazione generale suggeriscono una quota reale più alta – tra il 20% e il 25% se si includono tutti i sottotipi diagnostici.

Approfondimenti:

Sicurezza sul lavoro

Questo tema si intreccia con il capitolo dedicato alla sicurezza, ma merita un cenno anche in chiave sanitaria.

In Italia oltre il 90% delle morti sul lavoro riguarda uomini (dati INAIL 2024), così come la stragrande maggioranza delle malattie professionali riconosciute – ipoacusie, pneumoconiosi, patologie muscolo-scheletriche da sforzo fisico. Si tratta di una forma di svantaggio strutturale legato alla concentrazione maschile nei settori più esposti a rischio fisico, ma anche a norme culturali che associano la mascolinità alla resistenza e alla sottovalutazione del pericolo.

Approfondimenti:


Bibliografia

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[ISS 2025a] Salute mentale: sintomi di depressione per il 6% degli adulti e il 9% degli over 65, cresce la domanda di cura: https://www.iss.it/-/salute-mentale-sintomi-di-depressione-per-il-6-degli-adulti-e-il-9-degli-over-65-cresce-la-domanda-di-cura ^

[ISS 2025b] Endometriosi: più di 1.800.000 donne convivono in Italia con una diagnosi: https://www.iss.it/-/endometriosi-piu-di-1-800-000-donne-convivono-in-italia-con-una-diagnosi-le-stime-di-incidenza-e-prevalenza-dell-iss ^

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[Panorama della sanità 2025] In Italia solo il 4,5% della spesa è per la prevenzione: https://panoramadellasanita.it/site/in-italia-solo-il-45-della-spesa-e-per-la-prevenzione/ ^

[Payne et al. 2008] Sarah Payne, Viren Swami, Debbi Stanistreet, The social construction of gender and its influence on suicide: a review of the literature, American Journal of Men’s Health: https://www.researchgate.net/publication/244832260_The_social_construction_of_gender_and_its_influence_on_suicide_A_review_of_the_literature ^

[Pfizer 2022] I numeri del carcinoma prostatico in Italia: https://www.pfizerpro.it/aree-terapeutiche/oncologia/tumori-solidi/tumore-della-prostata/i-numeri ^

[Rudmin et al. 2003] F.W. Rudmin, M.V. Ferrada de Noli, J. Skolbekken, Questions of culture, age and gender in the epidemiology of suicide, Scandinavian Journal of Psychology: https://www.researchgate.net/publication/10638208_Questions_of_culture_age_and_gender_in_the_epidemiology_of_suicide ^

[Qu et al. 2024] D. Qu, A. Zhu, R. Chen, Addressing the gender paradox: Effective suicide prevention strategies for women, Cell Reports Medicine: https://www.cell.com/cell-reports-medicine/fulltext/S2666-3791(24)00317-3 ^

[Scocco et al. 2008] P. Scocco, G. de Girolamo, G. Vilagut, J. Alonso, Prevalence of suicide ideation, plans, and attempts and related risk factors in Italy: Results from the European Study on the Epidemiology of Mental Disorders-World Mental Health study, Comprehensive Psychiatry: https://www.sciencedirect.com/science/article/abs/pii/S0010440X07001125?via%3Dihub

[Segar et al. 2024] L.B. Segar, C. Laidi, O. Godin, P. Courtet, G. Vaiva, M. Leboyer, I. Durand-Zaleski, The cost of illness and burden of suicide and suicide attempts in France, BMC Psychiatry: https://bmcpsychiatry.biomedcentral.com/articles/10.1186/s12888-024-05632-3 ^

[Solito et al. 2025] Laura Solito, Letizia Materassi, Erika Greco, Ester Macrì, La salute al femminile. Le disuguaglianze di genere nelle campagne di comunicazione sugli screening oncologici e i vaccini degli ultimi 20 anni, in «Cambio. Rivista sulle trasformazioni sociali»: https://flore.unifi.it/retrieve/261d51c2-08d8-4a82-be4c-fb9a7b51c02a/Cambio_16798_AM.pdf ^

[Värnik et al. 2008] A. Värnik, K. Kõlves et al. Suicide methods in Europe: a gender-specific analysis of countries participating in the “European Alliance Against Depression”, J Epidemiol Community Health: https://jech.bmj.com/content/jech/62/6/545.full.pdf ^


Note

Footnotes

  1. A ‘sto punto forse dovrei mettere un disclaimer: “non sono un medico MA” penso che fin qui ci arriviamo tutti 🙂

  2. Da quanto leggo, ad esempio, la presenza di due cromosomi X offrirebbe una sorta di ridondanza genetica: in caso di mutazione su un gene, la copia sull’altro cromosoma può compensarne la perdita di funzione, riducendo potenzialmente l’incidenza di certi tumori. Si tratta di una semplificazione di meccanismi complessi – come l’inattivazione dell’X e la distribuzione dei geni nelle regioni non pseudoautosomali – ma il principio di fondo è riconosciuto dalla letteratura.

  3. In particolare ho notato che molti siti dedicati alla prevenzione del suicidio (come appunto TelefonoAmico, prevenireilsuicidio.it, 988 Lifeline…) adottano palette prevalentemente azzurre.

    A prima vista, questo potrebbe sembrare una sorta di contrappunto cromatico al rosa spesso utilizzato nei servizi rivolti al pubblico femminile, come quelli per la prevenzione del tumore al seno, i centri antiviolenza o il numero 1522 (che pure, almeno sulla carta, sarebbe aperto a tutti).

    In realtà, però, l’azzurro richiama più comunemente concetti come calma, serenità e stabilità emotiva – tutti pienamente coerenti con l’intento di questi servizi, che è quello di offrire ascolto e aiuto a chi sta attraversando un momento critico. L’associazione con il maschile, in questo caso, sembra dunque del tutto secondaria.

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