Polarizzazione & "gender war"

Oggi vorrei partire da un libro letto qualche anno fa: Why we’re polarized (“Perché siamo polarizzati”, purtroppo mai tradotto in italiano) di Ezra Klein. Il focus è la politica americana, in particolare post prima elezione di Trump, ma certe riflessioni che propone valgono anche per noi.

In Why we’re polarized, l’autore sostiene che la divisione politica odierna non riguarda tanto le opinioni contrastanti quanto le identità in conflitto: la forza che alimenta la polarizzazione nel dibattito non è il disaccordo ideologico, ma la fusione delle istanze politiche con ciò che siamo. Quando l’affiliazione si intreccia con razza, religione, cultura o genere, l’inevitabile compromesso che caratterizza i dibattiti inizia a sembrare piuttosto un tradimento; il dissenso diventa personale.

Negli ultimi decenni i due partiti americani si sono “riordinati” lungo linee identitarie, e le differenze culturali un tempo distribuite tra i due si sono progressivamente raggruppate attorno a due poli. Il risultato è ciò che Klein definisce una “mega-identità”: un marchio sociale che orienta i valori, le relazioni, persino il senso morale. Non discutiamo più di politiche pubbliche, ma difendiamo l’onore del nostro gruppo. I media dal canto loro amplificano l’indignazione e premiano l’emotività, mentre la complessità e le sfumature vengono punite. Così la polarizzazione diventa un meccanismo che si autoalimenta.

La stessa dinamica si ritrova oggi nella cosiddetta “guerra tra i generi”. Le discussioni sulla parità, diritti e ruoli femminili e maschili riproducono gli stessi processi: il passaggio dalle idee politiche all’identità, e quindi dal confronto tra le opinioni alla difesa delle stesse.

Per molte donne, temi come i diritti riproduttivi, la violenza sessuale o la parità nel lavoro non sono questioni teoriche su cui si può discutere. Affrontarle significa toccare la propria esperienza, la sicurezza, la dignità, l’autonomia del proprio corpo. È difficile restare “neutrali” quando in gioco c’è la propria libertà o quella delle proprie figlie, sorelle, madri. Parlare di aborto, ad esempio, non è solo dibattere di leggi o di etica: è chiedersi chi decide cosa succede al mio corpo, e non è una domanda a cui si possa facilmente rispondere con distacco o con moderazione.

Per gli uomini la dinamica è spesso speculare. Il successo dei movimenti femministi ha messo in discussione i ruoli tradizionali, ma ha anche lasciato molti senza un punto di riferimento identitario. Tanti si sentono accusati o esclusi da un discorso che sembra definirli solo in negativo: “il problema”, “il privilegio”, “il patriarcato”. Quando il cambiamento sociale viene raccontato soprattutto come emancipazione femminile, può essere percepito — non sempre a torto — come un regresso maschile. La perdita di status o di certezza morale può essere vissuta come una minaccia esistenziale.

Entrambe le reazioni, però, nascono dal medesimo impulso umano: proteggere la propria identità di gruppo. Come nota Klein, tutti tendiamo al “ragionamento direzionato” (ne parlo anche nel mio articolo su “The Scout Mindset”): interpretiamo i fatti e le informazioni per difendere il valore morale del gruppo a cui sentiamo di appartenere. E più l’identità di genere diventa politicizzata, più reagiamo in modo emotivo e difensivo a qualsiasi cosa sembri minacciarla. Così, ciò che dovrebbe essere un confronto su diritti e convivenza diventa una lotta per la legittimazione.

Capire questi meccanismi non significa rinunciare alle proprie convinzioni, ma riconoscere che molte delle nostre reazioni nascono da qualcosa di più profondo della ragione. Quando parliamo di genere, non discutiamo solo di diritti o statistiche: stiamo mettendo in gioco noi stessi, le nostre paure, la storia che ci ha formati.

Forse il primo passo per disinnescare la “guerra dei sessi” è riconoscere che dietro ogni posizione apparentemente rigida e polarizzata c’è una persona, quasi sempre con le sue paure e fragilità e il bisogno di essere compresa. Un po’ di curiosità reciproca, di volontà di ascoltare senza giudizi e soprattutto di pazienza non risolveranno certamente ogni contrapposizione, non nel breve periodo, ma potrebbero comunque aprire lo spazio necessario per ricominciare a dialogare davvero.