Babbo Natale o Mamma Natale?

Visto che siamo in periodo natalizio, vorrei condividere alcune riflessioni nate dalla visione dell’ultimo reel di @cimdrp — video che ho apprezzato nell’intento, ma che mi ha lasciato anche qualche sentimento contrastante.

Ho trovato il messaggio chiaro, ben scritto, anche potente a suo modo. L’idea di fondo — che la “magia del Natale” non avvenga da sola, ma sia il risultato di un lavoro concreto e spesso invisibile — è difficile da contestare. È vero che organizzare il Natale significa tempo, energie, attenzione mentale, dispendio emotivo. Ed è vero che questo lavoro, storicamente e ancora oggi, ricade più spesso sulle donne.

Il video lo racconta con immagini evocative: i biscotti fatti in casa, la tavola curata, i regali pensati su misura, le playlist, i giochi dopo mangiato. E poi le sensazioni di calore familiare, di vicinanza, di amore. Eppure, si dice, “Ogni anno questa magia ha lo stesso volto, quello di una donna stanca.”

Fin qui, nulla da eccepire.

Eppure, proprio mentre ascoltavo il reel, una domanda ha iniziato a farsi strada nella mia testa: perché le donne fanno questo lavoro?

Per aspettative sociali interiorizzate? Per senso del dovere o paura del giudizio altrui? Il video non lo dice esplicitamente, ma traspare che le ragioni predominanti siano proprio queste: in pratica, o ci pensano le donne, o non ci pensa nessuno.

Non può essere che una donna addobbi la casa, prepari il cenone e impacchetti i regali semplicemente per amore? Perché è un piacere per sé stessa e per fare felici gli altri? Per poter guardare il risultato finale e potersi dire “Che bello, è stata dura ma ne è valsa la pena”? Probabilmente la verità è che si tratti di un mix di tutto questo, che cambia da persona a persona e da famiglia a famiglia.

Nella mia esperienza personale, ad esempio, ci sono sempre state mia madre e mia nonna come colonne portanti del Natale in famiglia. Da bambina partecipavo volentieri anch’io alle preparazioni, perché scegliere la disposizione delle palline sull’albero e posizionare il muschio e la neve finta nel presepio, ascoltando al contempo le classiche canzoncine natalizie, era divertente.

Crescendo sono subentrati altri interessi e altre priorità (penso sia normale che una bambina di dieci anni sia più entusiasta di contribuire al Natale rispetto a una ragazzina di quindici). Nessuno mi ha imposto di farlo, né prima né dopo. In effetti anche mia madre, col tempo, ha ridimensionato molto queste tradizioni, soprattutto quando mia nonna è venuta a mancare e abbiamo gradualmente smesso – lo scrivo con molta nostalgia – di ospitare cenoni in grande stile con i parenti tutti.

Questa esperienza non mi sembra raccontare una storia di sfruttamento evidente, ma piuttosto di scelte che cambiano nel tempo, in base al contesto, al significato che attribuiamo ai rituali, all’energia che abbiamo a disposizione.

Ed è qui che nasce la mia ambivalenza. Il video, infatti, propone un esperimento che definirei radicale: “Un Natale senza donne. Uno solo, per vedere come si spegne in fretta tutta la magia.”

Ma è davvero così? O stiamo confondendo il fatto che qualcuno regga uno standard molto alto con l’idea che quello standard sia necessario, naturale, inevitabile?

Quella suggerita è un’immagine forte, ma anche, a mio parere, estremamente semplificata: suggerisce che, se le donne smettessero di occuparsene, tutto crollerebbe — e che il resto della famiglia sarebbe incapace di reggere anche una versione diversa, magari più essenziale, della festa.

Se il lavoro natalizio è sempre e solo letto come “lavoro imposto”, rischiamo di cancellare completamente la dimensione della scelta, del piacere e dell’identità. Molte donne amano preparare il Natale, e vogliono che sia fatto in un certo modo. Per alcune è un gesto d’amore, per altre un momento creativo, per altre ancora una forma di continuità con la propria storia familiare. Altre ancora faticano a delegare non tanto perché “gli uomini non aiutano”, ma perché il problema non è chi lo fa, bensì come. Una tavola meno curata, un menù più semplice, regali meno personalizzati spesso non vengono vissuti come un’alternativa accettabile, ma come una perdita.

Ridurre tutto a “le donne fanno, gli uomini non capiscono” mi sembra una semplificazione che non rende giustizia alla complessità delle relazioni reali.

Il concetto di “sciopero”, evocato nel reel come gesto simbolico, mi lascia perplessa proprio per questo motivo. Lo sciopero funziona quando esiste un rapporto di lavoro chiaro e una controparte definita. In famiglia, invece, il confine è molto più sfumato. Chi sarebbe il “datore di lavoro”? Il partner o i figli? La società e le aspettative interiorizzate? La paura del senso di colpa?

Quando si dice “proviamo a smettere così gli uomini capiranno”, si rischia di costruire un colpevole astratto. Molti uomini, credo, non chiedono un Natale iper-organizzato. Alcuni si adattano a uno standard deciso da altri, altri nemmeno immaginano che quello standard sia negoziabile.

C’è infine un aspetto comunicativo che trovo problematico. Il post che accompagna il video costruisce implicitamente un “noi” e un “loro”: da una parte le donne che portano il carico, dall’altra gli uomini che “non capiscono”, o che al massimo fanno eccezione ma restano fuori norma.

Quando a questo schema si aggiunge la reazione stizzita verso chi solleva obiezioni educate, magari liquidate come “non capite il punto, siete parte del problema” 1, il discorso smette di essere un invito alla riflessione e diventa una narrazione chiusa, impermeabile alla critica.

E questo, a mio avviso, è un peccato. Perché trasforma un tema interessante e reale in qualcosa di divisivo, in cui chi prova a introdurre complessità viene percepito come ostile o inconsapevole. Non credo che riconoscere il valore del lavoro di cura richieda necessariamente di contrapporre uomini e donne come blocchi monolitici.

Forse una domanda più onesta, e anche più scomoda, sarebbe: quanto di questo carico è davvero imposto, e quanto è sostenuto perché dà senso, identità o controllo a chi lo porta avanti? E ancora: quali sono i costi reali — emotivi, relazionali, simbolici — del dire “quest’anno no”? Perché spesso il vero ostacolo non è il partner sul divano, ma la paura del vuoto, della delusione, del senso di colpa.

In questo senso, il problema non è che le donne “fanno il Natale”. Il problema è quando farlo diventa l’unico modo socialmente accettabile per essere una “brava donna”, e quando il non farlo comporta conseguenze che non tutti possono o vogliono sostenere. Ma questa dinamica non si risolve semplicemente spostando la colpa su “gli uomini” come categoria astratta.

Chiudo tornando all’inizio: ho apprezzato l’intento del video, e credo sia giusto parlare di carichi invisibili e di lavoro non riconosciuto. Allo stesso tempo, sento il bisogno di difendere uno spazio di ambivalenza, di scelta e di responsabilità condivisa, senza ridurre tutto a una lettura univoca. Perché se ogni gesto femminile viene letto solo come risultato di un’oppressione, rischiamo di perdere proprio ciò che rende le persone — donne comprese — soggetti, e non solo vittime di un sistema.

Questo Natale, quanto di ciò che fai lo fai perché “deve essere fatto”, e quanto perché lo scegli davvero?

Note

Footnotes

  1. Nello specifico, ora non vedo più alcune risposte perplesse che ricordo di aver letto tra i commenti, che oltretutto in seguito alla pubblicazione sono statu chiusi.

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