Parità di genere... che d'è?

Pubblico qui un mio breve intervento che ho scritto per il dibattito sulla parità di genere trasmesso sul canale YouTube del mio collega Francesco, con cui collaboro nell’ambito del progetto social “Oltre il Genere”.


Per rispondere a questa domanda, mi piacerebbe partire da un commento che ho letto di recente su Instagram (non chiedetemi l’autore, tanto non sono presente per rispondere, e comunque non ve lo direi lo stesso 😉).

Lavoro all’università, e nel 2025 sento ancora che gli uomini dicono alle donne “eh ma cosa ti serve fare carriera, falla fare a lui che deve mantenere una famiglia”. Le donne che hanno posti di potere sono ancora una grande minoranza stando ad ISTAT. Se ci fosse davvero la parità, i posti di potere sarebbero coperti al 50%.

Questo commento mette in luce due aspetti: da una parte il persistere di atteggiamenti sessisti, dall’altra l’idea che la parità di genere coincida con una distribuzione perfettamente simmetrica nei cosiddetti ruoli di potere. Ma è davvero così?

Per cercare una risposta è utile distinguere tra uguaglianza di opportunità e uguaglianza di risultati.

L’uguaglianza di opportunità, in ambito lavorativo come altrove, significa che uomini e donne hanno lo stesso accesso a istruzione, carriera e libertà di scelta, senza barriere legali o culturali. In un contesto simile, gli ostacoli che una persona incontra non dipendono dal suo genere: ciascuno può aspirare a ciò che desidera sulla base di capacità e inclinazioni, e il fatto di essere uomo o donna non determina il successo o il fallimento di tale scelta.

L’uguaglianza di risultati, invece, guarda più che altro all’esito: se in una certa professione i dirigenti sono 70% uomini e 30% donne, si conclude che la parità non c’è. In questa prospettiva, l’unica prova di esistenza della parità sarebbe una divisione simmetrica.

Ma questa conclusione è potenzialmente fuorviante. Una società può garantire piena uguaglianza di opportunità e produrre comunque risultati numericamente squilibrati, perché le scelte individuali non sono per forza di cose identiche per tutti i membri dello stesso gruppo.

Lo mostrano bene i paesi con gli indici più alti di parità secondo le classifiche internazionali, come Svezia e Norvegia: uomini e donne scelgono percorsi formativi e professionali diversi, e le differenze numeriche si accentuano. Più libertà porta anche a più differenze negli outcome, non necessariamente a una distribuzione paritaria.

Allo stesso modo, un 50/50 perfetto non è di per sé garanzia di equità: potrebbe essere frutto di quote imposte, pressioni sociali o strategie aziendali, e potrebbe comunque occultare difficoltà che gli individui incontrano e che dipendono con ogni probabilità dal loro genere.

Un conto è una disparità numerica, un altro è una disuguaglianza sostanziale: la prima descrive semplicemente una differenza nei numeri; la seconda implica che quella differenza sia causata da ostacoli legati al genere: ad esempio, una legge che impedisce alle donne di iscriversi all’università, oppure il pregiudizio che rende difficile per un uomo trovare lavoro come insegnante di asilo.

Gli ostacoli possono essere culturali o normativi, espliciti o impliciti, ma confondere disparità e disuguaglianza porta a soluzioni superficiali che inseguono le percentuali senza affrontare le cause.

La vera sfida, dunque, non dovrebbe essere forzare simmetrie matematiche, ma piuttosto rimuovere le barriere che ancora oggi condizionano alcune scelte. Significa contrastare i pregiudizi culturali, garantire procedure trasparenti, promuovere meritocrazia.

Solo allora potremo accettare le differenze numeriche per ciò che sono: il frutto di decisioni libere, non il sintomo di un’ingiustizia sottostante.

In conclusione, parità di genere non vuol dire metà uomini e metà donne ovunque. Vuol dire che nessuno debba sentirsi dire “la carriera la deve fare lui” e che tutti abbiano la stessa possibilità di provarci. Le percentuali sono utili come fotografia della realtà, ma non bastano a definire l’equità: una distribuzione 70/30 può essere compatibile con la parità, così come un 50/50 può non esserlo affatto.

Il punto non è costruire una società simmetrica, ma una società giusta.