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ISTAT - Violenza contro le donne dall'infanzia all'età adulta

Tempo di lettura: 21 minuti
ISTAT - Violenza contro le donne dall'infanzia all'età adulta
ISTAT - Violenza contro le donne dall'infanzia all'età adulta

Stavolta ho fatto qualcosa che di solito non faccio, ovvero lasciarmi prendere dal trend del momento e leggere e commentare anch’io l’ultimo rapporto Istat uscito pochissimi giorni fa. Se ho deciso di farlo è perché da una parte ho visto, purtroppo, veramente tanti contenuti che ne parlavano con i soliti toni apocalittici, ripetendo i numeri del comunicato senza mai aprire il report; dall’altra, leggere questo report non è stato niente di nuovo per me, in quanto al netto di alcuni cambiamenti continua un discorso iniziato dalle indagini precedenti, quella del 2006 e quella del 2014, e che ho già studiato in buona parte per la stesura dell’articolo La società italiana è patriarcale? – Violenza di genere.

Il report si intitola Violenza contro le donne dall’infanzia all’età adulta [Istat 2026] ed è stato pubblicato il 16 settembre. Il titolo che è circolato ovunque è duplice: da un lato “il 15% / 3 milioni di donne hanno subìto violenza fisica o sessuale prima dei 16 anni”, dall’altro “chi l’ha subìta da piccola ha quasi il doppio delle probabilità di subirla da adulta”.

Mi interessava soprattutto una frase nei risultati principali, che ho visto pochi riprendere:

Rispetto al 2014, anno della precedente Indagine condotta dall’Istat, si assiste a una diminuzione delle donne tra 16 e 70 anni (il confronto è possibile solo in questa fascia di età) che hanno subìto violenze sessuali prima dei 16 anni: il 7,8% contro il 10,6%.

Una buona notizia… se fosse vera. Ho passato qualche sera sui tre report, sulle note metodologiche del 2006 e del 2014 e sull’appendice statistica, e sono arrivata alla conclusione che quel confronto non si può fare (e la ragione non è quella che dice l’Istat).

Anticipo i punti, così che sappiate dove sto andando:

  • il calo 10,6% → 7,8% confronta risposte a strumenti diversi: una domanda sola nel 2006, tre nel 2014, quattro nel 2025;
  • l’unica domanda rimasta davvero uguale dà un risultato identico a undici anni di distanza;
  • dentro l’indagine 2025 le ragazze più giovani dichiarano più violenza delle anziane, che è l’opposto di quello che dovrebbe succedere se il fenomeno stesse calando;
  • il calo non è rumore statistico, il margine d’errore è troppo piccolo perché lo sia – e proprio per questo la domanda su cosa l’abbia prodotto diventa più urgente;
  • il testo delle domande del 2025 non è stato pubblicato, mentre nel 2006 e nel 2014 era presente;
  • l’associazione tra violenza infantile e violenza adulta, invece, regge – ma è più fragile di come viene raccontata.

Un avvertimento prima di cominciare: la statistica l’ho studiata da ingegnera, non da demografa. Racconto le cose come le ho capite io e metto tutti i riferimenti tra parentesi quadre, così potete controllarmi. Se trovate un errore, scrivetemi.

Cosa misura l’indagine del 2025

L’Indagine sulla sicurezza delle donne è la terza di una serie: 2006, 2014 e adesso 2025. Nasce da un accordo tra l’Istat e il Dipartimento per le Pari Opportunità e, dal 2022, risponde anche a un obbligo di legge che impone una rilevazione ogni tre anni.

Il campione 2025 è di circa 17.500 donne italiane, intervistate al telefono (tecnica “CATI”) tra marzo e luglio 2025, e 3.100 donne straniere, intervistate di persona (“CAPI”) tra marzo 2025 e gennaio 2026. La popolazione di riferimento va dai 16 ai 75 anni, mentre nel 2006 e nel 2014 si fermava a 70.

Qui conviene fermarsi un attimo, perché è l’obiezione che mi è arrivata più spesso in questi giorni: come si fa a dire qualcosa su venti milioni di donne avendone intervistate diciassettemila, cioè meno di una su mille?

La risposta è che quel rapporto non è la cosa da guardare. Ciò che rende utilizzabile un campione è che sia rappresentativo, cioè estratto in modo che ogni donna della popolazione abbia una probabilità nota di finirci dentro – ed è per questo che l’Istat parte dalle liste anagrafiche comunali e non, mettiamo, da chi passa per strada o risponde a un sondaggio online. Un campione costruito male resta inservibile anche se è enorme.1

Stabilito questo, quanto è precisa la stima dipende dal numero di interviste, non dalla quota di popolazione che coprono: diciassettemila interviste danno più o meno lo stesso margine d’errore che dietro ci sia un milione di persone o trecento milioni.

Vale la pena notare invece un’altra cosa: il campione del 2014 era di 24.761 donne e quello del 2006 di 25.000 [Istat 2015b] [Istat 2006b]. Il 2025 quindi lavora con circa un quinto di interviste in meno su una popolazione più ampia. Non è uno scandalo, ma significa stime un po’ meno precise proprio mentre si pretende di misurare differenze di due o tre punti percentuali.

Le novità vere dell’edizione 2025 sono tre, e vanno riconosciute perché sono miglioramenti:

  • la violenza fisica prima dei 16 anni da qualsiasi autore: nel 2006 e nel 2014 si chiedeva solo se fossero stati violenti il padre, la madre o i fratelli, quindi il perimetro era la famiglia;
  • la violenza psicologica infantile, attraverso le umiliazioni e svalutazioni da parte dei genitori;
  • la costrizione a posare nude o inviare immagini intime, che nelle edizioni precedenti non esisteva.

C’è anche un allineamento con l’indagine europea coordinata da Eurostat, condotta tra il 2021 e il 2024, che permetterà confronti internazionali che prima non c’erano.

Una precisazione che serve, perché ho visto parecchia confusione in giro: la violenza sessuale prima dei 16 anni non è una novità del 2025. Era già rilevata nel 2006 e nel 2014. Lo dico perché nella diretta di presentazione del report l’ufficio stampa dell’Istat ha aperto dicendo che si tratta di dati sull’infanzia “rilevati per la prima volta” [Istat 2026b], che è smentito dal report stesso tre righe più sotto, quando confronta il dato con il 2014. Quando l’imprecisione parte dalla fonte, è difficile prendersela con chi la ripete.

I numeri principali, per avere il quadro:

  • il 15,3% delle italiane e l’11,4% delle straniere tra i 16 e i 75 anni dichiarano almeno una violenza fisica o sessuale prima dei 16 anni;
  • la violenza sessuale riguarda l’8,2% delle italiane e il 3,4% delle straniere;
  • la violenza fisica il 9,2% e il 9,6%;
  • il 4,3% delle italiane e il 4,6% delle straniere riferiscono umiliazioni o svalutazioni “sempre o spesso” da almeno un genitore;
  • più del 58% delle vittime di violenza sessuale non ne ha parlato con nessuno al momento dei fatti.

Quest’ultimo dato, insieme a quello sul ricorso alle istituzioni (il 2,6% ne parla con qualcuno a scuola, lo 0,2% con la polizia, lo 0,1% con i servizi sanitari o sociali), è secondo me la parte più solida e più utile di tutto il report, e ci torno alla fine.

Due precisazioni su come vanno letti questi numeri, perché valgono per tutto il resto dell’articolo.

La prima: “3 milioni di donne” è una stima, non un conteggio. Nessuno ha contato tre milioni di casi: si è chiesto a 17.500 donne e ricavata una percentuale, che è stata proiettata sulla popolazione. È una procedura corretta e con un margine d’errore calcolabile, ma resta una stima – e andrebbe scritta all’indicativo con un po’ più di cautela di quanta se ne veda in giro.

La seconda: un sondaggio misura una cosa diversa da ciò che misurano le denunce. I dati giudiziari contano fatti registrati, quindi sono conteggi solidi ma vedono solo ciò che è stato denunciato – e qui, come si è visto, c’è un importante sommerso. Un’indagine come questa nasce proprio per far emergere il resto; in cambio raggruppa sotto un’unica etichetta episodi di gravità molto diversa, perché basta rispondere “sì” a uno degli item per rientrare nel conteggio. Non sono due stime della stessa quantità, e infilarle nella stessa frase – “tre milioni di vittime ma solo X denunce” – è un confronto che non sta in piedi.

Quello che la documentazione (non) dice

Prima di entrare nel merito del confronto, è utile verificare su cosa possiamo basarci.

L’indagine ha una nota metodologica dedicata [Istat 2026d], ed è un documento fatto bene: c’è il disegno campionario, c’è il metodo con cui sono stati costruiti i pesi, ci sono le numerosità effettive (17.544 italiane rispondenti su 21.000 previste, 3.117 straniere su circa 4.000) con il dettaglio per regione e cittadinanza, e c’è un intero capitolo sulla precisione delle stime.

Quest’ultimo punto conta, perché toglie di mezzo una scorciatoia. Nella presentazione del report la dirigente responsabile, Maria Giuseppina Muratore, dice una cosa giustissima:

quando si parla di fenomeni rari la confrontabilità deve essere fatta con attenzione guardando l’intervallo di confidenza

― Istat, IstaTalk del 16 settembre 2026

Gli intervalli non sono stampati accanto a ogni numero – “le tavole risulterebbero eccessivamente appesantite”, spiega la nota – ma i coefficienti per ricavarli ci sono.

Applicandoli, il margine attorno a una stima delle dimensioni di quella che ci interessa è di circa mezzo punto percentuale2, che è molto meno dei 2,8 punti che separano il 2014 dal 2025. In altre parole: il calo non si spiega col caso, e chi volesse liquidarlo come rumore statistico non potrebbe farlo.

Il che non salva l’affermazione dell’Istat, però; la sposta soltanto. Dire che una differenza non è frutto del caso non è ancora dire che misura un cambiamento del fenomeno. Se due misurazioni sono fatte con strumenti diversi, una differenza solidissima tra le due resta una differenza tra le misurazioni. Anzi, il fatto che sia così netta rende più urgente chiedersi da dove venga.

Le domande: qui il buco c’è davvero

Resta una cosa che nella nota 2025 non c’è, e che nelle note precedenti c’era: il questionario. La nota è un documento di statistica campionaria, e del contenuto delle domande non si occupa.

Ed è un passo indietro, perché le edizioni precedenti in questo erano generose: la nota del 2006 riporta per esteso tutte le batterie di domande, quella del 2014 quasi tutte. Sono documenti che permettono a chiunque di controllare cosa è stato chiesto e come. Per il 2025, niente.

Il report 2025 descrive le domande a parole, senza riportarle. Per la violenza sessuale prima dei 16 anni, per esempio, dice che è stata indagata così:

essere costretta a posare nuda davanti a qualcuno di persona o in foto, video o webcam su Internet quando la giovane non voleva farlo; essere toccata da qualcuno nelle parti intime (i genitali o il seno) contro la propria volontà; essere costretta a toccare le parti intime di un’altra persona; essere costretta ad avere un rapporto sessuale.

Confrontandole con quelle del 2014 si vede che somigliano molto, ma non sono le stesse. E, come vedremo tra poco, la differenza è esattamente il punto.

Per il resto del questionario – la violenza subita da adulte, che è la parte più corposa – possiamo solo presumere che le batterie siano rimaste simili a quelle del 2014, perché il report ne parla negli stessi termini. Ma è una presunzione, non una verifica. Tenetelo a mente quando qualcuno vi dice che l’indagine è “armonizzata”: armonizzata rispetto a cosa, non è dato saperlo dai documenti pubblicati.

Perché non è una serie storica

Veniamo al cuore della questione.

Se mettete in fila i tre numeri sulla violenza sessuale prima dei 16 anni, viene una curva suggestiva: 6,6% nel 2006 [Istat 2006a], 10,6% nel 2014 [Istat 2015a], 7,8% nel 2025. Una crescita drammatica e poi un calo. Ho visto più di un commento costruire su questa parabola un ragionamento sull’efficacia delle politiche di prevenzione.

Il problema è che quei tre numeri sono la risposta a tre strumenti diversi. Basta mettere in fila le domande, così come le riportano le note metodologiche:

#DomandeRisultato
20061”qualcuno l’ha toccata sessualmente o le ha fatto fare una qualsiasi attività sessuale contro la sua volontà”6,6%
20143le hanno toccato le parti intime · si è fatto toccare le parti intime · l’ha costretta a rapporti sessuali10,6%
20254le stesse tre, riformulate · più la costrizione a posare nuda o a inviare immagini intime7,8%

Questo cambia tutto, perché nella ricerca sulla vittimizzazione è un fatto documentato che passare da una domanda generica a più domande su comportamenti specifici aumenta le risposte positive. Una domanda generica (“le è mai capitato…”) costringe chi risponde a fare da sola il lavoro di classificazione: deve decidere se quello che le è successo rientra in “attività sessuale contro la sua volontà”. Domande concrete su gesti specifici abbassano quella soglia e fanno riaffiorare episodi che la domanda unica non intercettava.

L’effetto è stato misurato in condizioni controllate, ed è anche il motivo per cui l’Istat usa la tecnica dello screening [Istat 2006b], e fa benissimo.3 Il problema non è lo strumento; piuttosto, lo è confrontare misure prese con strumenti diversi come se fossero la stessa misura.

Ma allora il salto dal 6,6% al 10,6% non misura un aumento della violenza sulle bambine tra il 2006 e il 2014: misura, in buona parte, il passaggio da una domanda a tre. E infatti l’Istat, molto correttamente, nel 2025 non prova nemmeno a confrontarsi col 2006.

Il confronto che invece fa è con il 2014, e qui la faccenda si fa più interessante, perché nel 2025 le domande non sono tre ma quattro: ne è stata aggiunta una. E aggiungere un item a un indicatore del tipo “almeno una forma di” può solo far salire il risultato, mai scendere. Detto altrimenti: se a parità di strumento il 2025 avesse rilevato le stesse tre cose del 2014, il numero sarebbe stato ancora più basso di 7,8%.

Il che rende il calo, all’apparenza, ancora più marcato. Ma prima di festeggiare conviene guardare dentro il numero.

L’unica domanda rimasta identica non si è mossa

Scomponendo le forme di violenza sessuale, il quadro cambia parecchio:

Forma di violenza20142025 (italiane)
Le sono state toccate le parti intime10%7,2%
È stata costretta a toccare le parti intime3%2,1%
Costretta a un rapporto sessuale0,8%0,8%

La domanda sul rapporto sessuale imposto – la più grave, e quella la cui formulazione è rimasta di fatto invariata – dà lo stesso identico valore a undici anni di distanza. Tutto il calo si concentra nelle due domande a soglia più bassa e più interpretabile.

E, guarda caso, è proprio su una di quelle che la formulazione è cambiata. Nel 2014 si chiedeva se qualcuno “si sia fatto toccare le parti intime anche se lei non voleva farlo”; nel 2025 si parla di essere “costretta a toccare le parti intime di un’altra persona”. “Anche se non volevi” e “sei stata costretta” non sono la stessa soglia: la seconda richiede una coercizione attiva, la prima si accontenta della mancanza di consenso. Alzare la soglia fa scendere il numero, e il numero infatti è sceso.

Questo non dimostra che il calo sia tutto qui: una domanda può essere stata riformulata senza che sia la riformulazione a spiegare la differenza. Ma è la spiegazione che va scartata per prima, prima di attribuire il calo al fenomeno – e il report non ci prova nemmeno.

Che non sia una fissazione mia lo suggerisce l’Istat stessa. Sempre nella diretta di presentazione, Muratore dice:

per la violenza sessuale, quando i quesiti erano uguali, insomma simili, si assiste a una diminuzione dal 10,6% al 7,8%

― Istat, IstaTalk del 16 settembre 2026

Il confronto, insomma, vale se i quesiti sono gli stessi – solo che nel report scritto quella condizione non compare da nessuna parte, e il calo è affermato e basta. I quesiti però, come abbiamo visto, da tre sono diventati quattro, e uno dei tre è stato riformulato.

E la fascia d’età?

L’Istat presenta la restrizione ai 16-70 anni come la condizione che rende possibile il confronto (“è possibile solo in questa fascia di età”). Vale la pena chiedersi quanto pesi davvero.

Poco, a giudicare dai numeri del report stesso: mettendo insieme italiane e straniere sull’intera fascia 16-75 si arriva a circa il 7,75%, contro il 7,8% dichiarato per i 16-70.4 Togliere le settantenni sposta qualche centesimo di punto. È presentata come la garanzia di comparabilità, mentre il cambiamento dello strumento – che sposta parecchio – non viene menzionato.

Un’altra spiegazione possibile sarebbe che nel frattempo sia cresciuta la quota di donne straniere, che dichiarano molta meno violenza sessuale infantile (3,4% contro 8,2%). Ma non regge: in entrambe le indagini le straniere sono circa il 9,6% della popolazione di riferimento.5 La composizione è la stessa, e questa strada è chiusa – il che è un punto a favore della lettura dell’Istat, e mi sembra giusto dirlo.

Il calo che non c’è: il paradosso delle coorti

C’è però una cosa che, secondo me, chiude la questione, e sta dentro il report 2025 stesso.

Un’indagine retrospettiva intervista nello stesso momento donne nate in decenni diversi: le 16-24enni raccontano un’infanzia vissuta tra il 2010 e il 2025, le 65-75enni una vissuta tra la fine degli anni Cinquanta e i primi Settanta. Se la violenza sulle bambine fosse davvero diminuita, le giovani dovrebbero dichiararne meno delle anziane.

Succede il contrario. Dall’appendice statistica [Istat 2026c], per le italiane:

Classe di etàViolenza sessuale prima dei 16 anni
16-249,5%
25-348,3%
35-447,4%
45-548,6%
55-648,6%
65-757,1%

Il valore più alto è quello delle ragazze più giovani. E nel 2006 il rapporto era rovesciato: il report di allora scriveva esplicitamente che “le donne più giovani da 16 a 24 anni hanno subito meno violenza sessuale prima dei 16 anni rispetto alle altre” [Istat 2006a].

Mettiamo insieme i due fatti. Confrontando indagini diverse, la violenza sessuale infantile risulta in calo. Confrontando coorti diverse dentro la stessa indagine, risulta in aumento. La relazione tra giovani e anziane si è addirittura invertita tra il 2006 e il 2025.

Queste tre cose non possono essere tutte vere come descrizioni del fenomeno reale. Possono benissimo essere tutte vere, invece, come descrizioni di quanto si è disposte a raccontare: generazioni più giovani, cresciute in un clima culturale in cui certi episodi hanno un nome e non sono più derubricati a “cose che succedono”, li riconoscono e li riferiscono più facilmente. È la stessa ipotesi che l’Istat usa altrove nel report, quando spiega il legame tra titolo di studio e violenza dichiarata con “una maggiore predisposizione delle persone con maggiori strumenti culturali a riconoscere e far emergere la violenza subìta”.

Solo che se quella spiegazione vale per l’istruzione, vale anche per le coorti. E se vale per le coorti, vale anche tra un’indagine e l’altra – e allora il calo 10,6% → 7,8% non si può leggere come un calo del fenomeno.

Attenzione, però, a non ribaltare l’errore: non sto dicendo che un calo sia implausibile. Negli Stati Uniti una diminuzione degli abusi sessuali sui minori a partire dagli anni Novanta è documentata, e non solo dai dati amministrativi.6 Il punto è che lì a mostrarlo sono misurazioni ripetute con lo stesso strumento su coorti successive, che è precisamente ciò che qui non abbiamo.

Il report, comunque, questa tensione non l’affronta mai. Il capitolo sul confronto col 2014 e il capoverso sulle differenze per età stanno a una pagina di distanza l’uno dall’altro e non si parlano.

Lo stesso problema, ma peggio, sulla violenza fisica

Sulla violenza fisica il gradiente per età è ancora più ripido: il 13,7% delle 16-24enni italiane contro il 5,0% delle 65-75enni, quasi il triplo. Che sia triplicata in cinquant’anni è difficile da sostenere, e l’Istat infatti non lo sostiene – attribuisce la differenza anche “al problema del ‘ricordo’ di situazioni relativamente meno gravi”.

Su questo il report è più accurato di quanto mi aspettassi: guardando la sola forma grave (“colpita, picchiata”) il dato è piatto, tra il 3,0% e il 3,8% dai 16 ai 64 anni. Le forme lievi crollano con l’età, le forme gravi no.

È lo stesso schema visto per la violenza sessuale, ed è un pattern che dovrebbe far riflettere chiunque legga questi dati: gli indicatori a soglia bassa si muovono molto e in modo incoerente, quelli a soglia alta stanno fermi. La lettura più semplice è che i secondi misurino qualcosa di stabile e i primi misurino, in buona parte, quanto siamo disposti a chiamare violenza le cose.

Cosa regge: il ciclo della violenza

Fin qui ho demolito parecchio, quindi è giusto dire cosa invece tiene.

Il risultato principale del report – l’associazione tra violenza subita nell’infanzia e violenza subita da adulte – è robusto, coerente con il 2014, coerente con i dati europei e coerente con una letteratura internazionale molto ampia. Nella tabella, la quota di donne che hanno subìto violenza fisica o sessuale da adulte, a seconda di che cosa avevano vissuto da piccole:

Da piccolaHa subito violenza fisica/sessuale da adulta (italiane) - 20142025
Totale31,5%31,9%
Ha subìto violenza sessuale prima dei 16 anni58,5%57,2%
Ha subìto violenza fisica dal padre64,2%68,2%
Ha subìto violenza fisica dalla madre64,8%64,4%
Ha assistito alla violenza del padre sulla madre54,9%53,7%

Le basi non coincidono al decimale – il 2014 copre tutte le donne 16-70, il 2025 le sole italiane 16-75 – ma quello che si legge è che gli indicatori non si sono praticamente mossi. Una replica a undici anni di distanza, su campioni indipendenti, è un buon segnale di solidità: qui, dove le domande sono rimaste le stesse, i numeri restano fermi.

Detto questo, tre cautele che nel report non ci sono.

L’aritmetica

Il confronto corretto non è tra il 57,2% e il 31,9%, perché quest’ultimo è la media di tutte le donne e quindi include già le vittime: il termine di paragone giusto è chi da piccola non ha subìto violenza, che è circa il 29,6%.7 L’associazione ne esce semmai un po’ più forte – 57,2 contro 29,6 è quasi esattamente un raddoppio – ma è un numero che il lettore dovrebbe avere, e che non c’è.

Il metodo

Tutte le analisi del report sono bivariate: si incrociano due variabili alla volta e basta. Non c’è nessun modello che tenga insieme età, titolo di studio, area geografica, condizione socio-economica – e dallo stesso report sappiamo che almeno due di quelle variabili sono associate sia alla violenza infantile sia a quella adulta. Quanta parte del raddoppio sopravviverebbe a un controllo per i confondenti non lo sappiamo, perché nessuno l’ha pubblicato.

Nonostante questo, il linguaggio del report è apertamente causale: “l’esposizione precoce alla violenza influenza la vita adulta”, “vivere in un clima di violenza rende più vulnerabili”, “assistere alla violenza subìta dai fratelli fa aumentare la quota”. Sono verbi che una tabella a doppia entrata non autorizza.

La relazione tra infanzia ed età adulta

Violenza infantile e violenza adulta sono misurate dalla stessa intervistata, nella stessa telefonata. E il modulo sull’infanzia sta alla fine del questionario: lo dice il report (“appositi quesiti posti alla fine del questionario”) e lo rivendica la presentazione, dove si spiega che si arriva lì “quando si è creato un clima di fiducia tra intervistatrice e intervistata”.

È una scelta sensata, ma ha un costo: quelle domande arrivano dopo che la donna ha passato quaranta minuti a raccontare la violenza subita da adulta. Chi ha appena ricostruito una storia di violenza è plausibilmente più disposta a riconoscerne una nell’infanzia di chi ha appena risposto “no” a tutto – il che da solo produce una correlazione, anche se nel mondo reale i due fenomeni fossero indipendenti.

Non credo affatto che lo siano: la letteratura sulla trasmissione intergenerazionale della violenza è troppo ampia e troppo convergente. Ma tra “esiste un’associazione” e “l’esposizione precoce raddoppia il rischio” c’è di mezzo un lavoro che questo report non fa.

Qualche difetto di pubblicazione

Metto insieme qui tre cose che non riguardano l’analisi ma la confezione, e che mi hanno sorpreso in un prodotto dell’istituto nazionale di statistica.

Prospetto 5 materialmente sbagliato

A pagina 8 c’è una tabella su violenza assistita e violenza subita dai genitori, fatta di due pannelli affiancati che hanno l’intestazione di colonna identica. Ciascuno contiene sei blocchi di righe invece di tre: a sinistra i tre blocchi sono ripetuti due volte identici, a destra le etichette sono le stesse ma i numeri no.

Il testo del report cita solo i valori della prima metà. La seconda metà – sei numeri pubblicati in un documento ufficiale – non è spiegata da nessuna parte, perché l’etichetta che li accompagna è già usata per altri valori. Quasi certamente la tabella doveva avere due indicatori diversi e le intestazioni non sono state aggiornate. Capita a tutti, ma qui è capitato in un documento che poi fa il giro d’Italia.

Figura 1 costruita male

Confronta italiane e straniere in due pannelli affiancati, ma i due assi orizzontali hanno scale diverse: 0-6,0 a sinistra, 0-4,0 a destra. Così le barre delle straniere sembrano più lunghe anche quando il valore è più basso. In più ogni categoria ha tre barre ma una sola etichetta numerica, e due valori su tre dal grafico non si ricavano.

Indicatori di qualità applicati a intermittenza

L’appendice Excel segnala con un asterisco le stime con errore relativo superiore al 35%, e ce ne sono parecchie. Nel report, però, i Prospetti 1 e 3 pubblicano dati per singola cittadinanza – romene, ucraine, albanesi, marocchine, cinesi, filippine, rifugiate – senza nessun asterisco e senza nessuna numerosità, che pure stanno nella nota metodologica: sono numeri che andrebbero letti accanto alle percentuali, e nessuno dei due documenti li mette vicini.

Il caso limite è quello che l’Istat sceglie di commentare. Il report scrive che le donne marocchine dichiarano violenza sessuale prima dei 16 anni nello 0,2% dei casi, e aggiunge che il dato “può anche far pensare a una particolare difficoltà nel rispondere a tali quesiti”. Ma lo 0,2% di 371 intervistate è meno di una rispondente, e su un numero così non si può costruire nessuna interpretazione.8

Lo stesso vale per lo 0,0% di albanesi costrette a un rapporto sessuale, o per il 2,3% di rifugiate nella stessa condizione, che corrisponde a sei intervistate su 276. Sono numeri che andavano lasciati fuori, o pubblicati con l’asterisco che l’Istat usa altrove.

Una parentesi sulle domande “elastiche”

Fin qui ho parlato di come cambia una domanda tra un’edizione e l’altra. C’è però un’obiezione più generale, che a queste indagini viene rivolta da anni: che alcune domande siano formulate in modo abbastanza largo da far rientrare nel conteggio situazioni molto diverse tra loro. È il cuore di Violenza sulle donne: le anti-statistiche di Davide Stasi [Stasi 2021], che conto di recensire a parte.

Qui mi limito al punto che serve al ragionamento, perché è verificabile nelle note metodologiche e riguarda l’etichettatura degli item. Due esempi, entrambi dalla batteria classificata come violenza fisica:

è mai capitato che un uomo ABBIA MINACCIATO DI COLPIRLA FISICAMENTE in un modo che l’ha davvero spaventata

è mai capitato che un uomo l’abbia SPINTA, AFFERRATA, STRATTONATA, LE ABBIA STORTO IL BRACCIO O TIRATO I CAPELLI facendole del male o spaventandola

Il primo non descrive una violenza fisica: descrive una minaccia, più la reazione emotiva di chi la riceve. Nel secondo quella “o” è disgiuntiva, quindi basta lo spavento e il danno fisico non è necessario. Sono scelte difendibili se l’obiettivo è misurare un costrutto ampio di violenza – ed è quello che l’indagine dichiara di voler fare – ma allora l’etichetta “violenza fisica” porta il lettore a immaginare tutt’altro.

Lo stesso vale per il fatto che basta un solo “sì” per finire tra le vittime: gli indicatori “almeno una forma di” funzionano così per costruzione, ed è prassi standard, ma significa che dentro il 31,5% del 2014 convivono una minaccia che ha spaventato e uno stupro. Qui va riconosciuto che l’Istat i dati disaggregati li pubblica – le forme più gravi, stupri e tentati stupri, erano il 5,4% – quindi il problema è di comunicazione più che di metodo. Solo che il numero che arriva ai giornali è sempre il primo.

Che è, in fondo, la stessa cosa che sto contestando al report 2025: i numeri per capire ci sono quasi tutti, ma quello che viene messo in prima pagina è sempre il più impressionante e il meno qualificato.

”E gli uomini?”

C’è una domanda che torna ogni volta che esce un report come questo, e che merita una risposta seria invece delle due che si sentono di solito (“perché la violenza è un fenomeno di genere” da un lato, “perché i dati sugli uomini li nascondono” dall’altro).

Comincio da un fatto che con questo report c’entra direttamente. Nel 2023 il Servizio Analisi Criminale del Ministero dell’Interno e Save the Children hanno pubblicato un’analisi dei dati SCUDO, l’applicativo interforze che registra gli interventi delle forze dell’ordine per presunta violenza domestica o di genere [SAC–Save the Children 2024]. Su oltre 17mila interventi e 19.152 presunte vittime, il 72% sono donne, con un’età media di 41 anni. L’asimmetria è netta.

Ma poi c’è questo passaggio:

Le presunte vittime minorenni, nel 2023, sono state 2.124, di cui 1.086 femmine e 1.036 maschi

Cioè: tra i minorenni la parità è quasi perfetta, 51% contro 49%. L’asimmetria di genere che caratterizza la violenza domestica tra adulti, nell’infanzia semplicemente non c’è.

Questo, a mio parere, è il limite strutturale più serio del report Istat 2025, e nessuno l’ha sollevato. Il report parla di violenza nell’infanzia, cioè esattamente dell’ambito in cui le altre fonti disponibili mostrano la minore differenza tra maschi e femmine. Ma intervista solo donne. Quindi, per costruzione, non può dire se il 15,3% sia un dato alto, basso o normale: manca il termine di paragone. Non sappiamo se i bambini italiani subiscano più o meno violenza fisica delle bambine, perché non è stato chiesto a nessuno.

Non è una critica ideologica: senza un gruppo di confronto, un numero da solo non dice se c’è un effetto di genere.

Il punto non è la simmetria, è che la domanda non viene posta

Va detto che l’Istat una risposta ce l’ha, e non è stupida. L’indagine è disegnata per misurare la violenza basata sul genere; risponde a un obbligo di legge e a una direttiva europea scritti in quei termini; e un questionario per gli uomini richiederebbe uno strumento diverso, perché – ha spiegato Muratore nella presentazione – gli uomini subirebbero violenza in contesti in buona parte differenti9.

È una risposta seria sul piano del mandato istituzionale, e non è nemmeno vero che l’Istat non chieda mai nulla agli uomini: l’Indagine sulla sicurezza dei cittadini, che copre entrambi i sessi, va avanti dal 1997 e include un modulo su molestie e violenze sessuali.

Il report 2025 la cita nelle prime righe della sua nota metodologica, ma lo fa per dire una cosa precisa: che quelle rilevazioni “non sono sufficienti per rilevare la violenza subìta dalle donne da qualcuno che le è molto vicino”. Ed è esattamente il punto.

L’argomento con cui si giustifica l’esistenza di un’indagine ad hoc sulle donne vale parola per parola anche per gli uomini, e nessuno l’ha mai condotta. In particolare, sulla violenza subita prima dei 16 anni dai bambini maschi – cioè il tema di questo report – in Italia non esiste, che io sappia, una sola stima di prevalenza.

Non sto ipotizzando malafede: sospetto che c’entrino più il mandato, il budget e l’inerzia che una volontà di nascondere qualcosa. Ma il risultato non cambia. Ogni tre anni, per legge, misuriamo con grande cura metà del fenomeno, e dell’altra metà continuiamo a non sapere nulla – mentre l’unica fonte amministrativa disponibile ci dice che, tra i minorenni, quella metà pesa quanto la prima.

Cosa succede se le domande le fai agli uomini

Un tentativo di scoprirlo c’è stato, ed è l’Indagine conoscitiva sulla violenza verso il maschile di Macrì e colleghi, pubblicata nel 2012 sulla Rivista di Criminologia, Vittimologia e Sicurezza [Macrì et al. 2012]. L’idea è semplice e, secondo me, giusta: prendere il questionario Istat del 2006, declinarlo al maschile e vedere che cosa rispondono gli uomini.

Quello che ne esce non è una stima di quanta violenza subiscano gli uomini italiani, e gli autori sono i primi a dirlo: il campione è spontaneo, fatto di poco più di mille volontari raggiunti via web e su carta, e i risultati – scrivono – rispetto a quelli Istat “non sono sovrapponibili”. Chi cita quel lavoro come se fosse una replica riuscita gli attribuisce una portata che il lavoro stesso si nega.10

Resta però il fatto che, quando le domande vengono poste, le risposte arrivano – e non sono poche né banali. Uomini che riferiscono di essere stati colpiti, minacciati con un’arma, costretti a rapporti non voluti, e con percentuali che nessuno si aspetterebbe di trovare nemmeno in un campione autoselezionato. Non sappiamo quanto pesino nella popolazione, e con quel disegno non lo sapremo mai; ma sono abbastanza da giustificare la domanda successiva, che è poi l’unica che conta: e se la facesse qualcuno che ha i mezzi per farla bene?

Perché il punto, alla fine, non è se quei numeri fossero credibili: è che sono passati quattordici anni e restano gli unici disponibili.

Cosa mi porto a casa

Il report 2025 contiene una notizia che non è quella che è stata raccontata.

La notizia raccontata è che la violenza sulle bambine sta diminuendo. Quella affermazione, allo stato dei documenti pubblicati, non è sostenibile: confronta strumenti diversi, il calo si concentra tutto negli item a soglia bassa, l’unico item rimasto identico non si è mosso di un decimale, e dentro la stessa indagine le coorti giovani dichiarano più violenza delle anziane. Non sto dicendo che la violenza sulle bambine non sia calata – può benissimo essere calata. Sto dicendo che con questi dati non si può sapere, e che il report avrebbe dovuto dirlo.

La notizia vera, per me, è quella che sta nascosta nel capitolo sul silenzio: il 58% delle bambine non ne ha parlato con nessuno, il 2,6% con qualcuno a scuola, lo 0,2% con la polizia, lo 0,1% con i servizi sanitari o sociali. Quei numeri non dipendono dalla formulazione delle domande, non hanno bisogno di una serie storica per essere allarmanti e dicono una cosa precisa e operativa: le istituzioni che dovrebbero intercettare la violenza sui minori, nell’esperienza di chi l’ha subita, non esistono. Se un report deve servire a orientare le politiche, come dice di voler fare, è da lì che partirei.

Sul resto, la mia posizione è cambiata in una direzione che non mi aspettavo. Ero partita convinta che il problema di queste indagini fosse l’opacità metodologica, e invece la documentazione c’è ed è di buona fattura. Quello che resta è un problema più sottile: una differenza inattaccabile tra due misurazioni non dice nulla, se le due misurazioni sono fatte con strumenti diversi.

Il rigore campionario dell’Istat è fuori discussione; è il confronto nel tempo a non reggere, e nessuna precisione sul campione può sistemarlo. Serviva una riga di cautela sulle domande cambiate, e quella riga non c’è.

A questo si aggiunge l’unica vera lacuna documentale: il testo del questionario 2025, che nel 2006 e nel 2014 veniva pubblicato e oggi no. È la cosa che permetterebbe a chiunque di verificare in mezz’ora quello che a me è costato svariate ore di confronti tra edizioni diverse.

C’è poi una cosa che non si risolve pubblicando file, e che mi lascia più perplessa di tutto il resto. Questo è un report sulla violenza nell’infanzia – l’unico ambito in cui i dati che abbiamo, per quanto parziali, non mostrano un’asimmetria di genere. Eppure la domanda è stata posta soltanto alle donne. L’ultima volta che qualcuno ha provato a farla anche agli uomini era il 2012, con mezzi artigianali e risultati che non reggono; da allora, niente.

Ogni tre anni, per obbligo di legge, misuriamo con grande cura metà del fenomeno e dell’altra metà continuiamo a non sapere nulla – e non per un complotto, ma perché il mandato è scritto così e nessuno ha chiesto di allargarlo.

Nel frattempo, se qualcuno vi dice che la violenza sulle bambine in Italia è in calo del 27%, sapete cosa chiedergli.


Bibliografia

[Ellsberg e Heise 2005] Ellsberg M. e Heise L., Researching Violence Against Women: A Practical Guide for Researchers and Activists, World Health Organization e PATH, Washington DC 2005. Link

[Finkelhor e Jones 2004] Finkelhor D. e Jones L.M., Explanations for the Decline in Child Sexual Abuse Cases, Office of Juvenile Justice and Delinquency Prevention, gennaio 2004. Link

[Fisher 2009] Fisher B.S., The Effects of Survey Question Wording on Rape Estimates: Evidence From a Quasi-Experimental Design, Violence Against Women, vol. 15 n. 2, 2009, pp. 133-147. Link

[Istat 2006a] Istat, La violenza e i maltrattamenti contro le donne dentro e fuori la famiglia. Anno 2006, testo integrale. Link a b

[Istat 2006b] Istat, Indagine multiscopo sulla sicurezza delle donne – Aspetti metodologici, 2006. Link a b

[Istat 2015a] Istat, La violenza contro le donne dentro e fuori la famiglia. Anno 2014, 5 giugno 2015. Link ^

[Istat 2015b] Istat, La violenza contro le donne. Anno 2014 – Nota metodologica, 2015. Link ^

[Istat 2026] Istat, Violenza contro le donne dall’infanzia all’età adulta. Anno 2025, 16 settembre 2026. Link ^

[Istat 2026b] Istat, IstaTalk – presentazione del report, 16 settembre 2026, trascrizione. Link ^

[Istat 2026c] Istat, Appendice – Tavole. Violenza prima dei 16 anni, 2026. Link ^

[Istat 2026d] Istat, Nota metodologica. Indagine sulla sicurezza delle donne 2025, 16 luglio 2026. Link ^

[Kindermann et al. 1997] Kindermann C., Lynch J. e Cantor D., Effects of the Redesign on Victimization Estimates, Bureau of Justice Statistics, 1997. Sul ridisegno del National Crime Victimization Survey si veda anche la scheda della stessa BJS. Link

[Macrì et al. 2012] Macrì P.G., Abo Loha Y., Gallino G., Gascò S., Manzari C., Mastriani V., Nestola F., Pezzuolo S. e Rotoli G., Indagine conoscitiva sulla violenza verso il maschile, Rivista di Criminologia, Vittimologia e Sicurezza, Vol. VI, n. 3, settembre-dicembre 2012. Link ^

[SAC–Save the Children 2024] Servizio Analisi Criminale – Direzione Centrale della Polizia Criminale e Save the Children, Violenza domestica e di genere nel 2023. Un’analisi dei dati SCUDO, 2024. Link ^

[Stasi 2021] Stasi D., Violenza sulle donne: le anti-statistiche. Breviario ragionato di resistenza alla propaganda. ^


Note

Footnotes

  1. Che la dimensione non basti lo mostra il caso di scuola: nel 1936 il Literary Digest raccolse oltre due milioni di risposte e sbagliò clamorosamente la previsione sulle presidenziali americane, perché aveva pescato i nominativi da elenchi telefonici e registri di automobilisti – cioè da una fetta di popolazione più benestante della media. Due milioni di interviste mal campionate valgono meno di duemila fatte bene.

    All’opposto, una volta che il campione è costruito correttamente, la frazione di popolazione che copre è quasi irrilevante. Con le 17.544 intervistate di questa indagine e una stima intorno al 15%, l’intervallo di confidenza al 95% è di circa mezzo punto percentuale; rifacendo lo stesso conto per popolazioni di dimensioni molto diverse si ottiene ±0,528 punti per un milione di donne, ±0,532 per venti milioni, ±0,533 per trecento milioni – la differenza compare dalla terza cifra decimale. La correzione che tiene conto di quanto è grande la popolazione pesa solo quando si intervista una quota consistente del totale, cosa che in un’indagine nazionale non succede praticamente mai.

    Questi conti valgono per un campionamento casuale semplice; l’indagine Istat usa un disegno stratificato con pesi calibrati, quindi i margini veri vanno ricavati dai coefficienti della nota metodologica – e per la stima dell’8,2% danno ±0,4 punti, un ordine di grandezza analogo.

  2. La nota metodologica fornisce un modello che lega l’errore relativo di una stima alla sua dimensione, ε = √(exp(a + b·log Ŷ)), con i coefficienti tabulati per area e cittadinanza. Per l’Italia, donne italiane, valgono 8,67 e −1,12; applicati alla stima dell’8,2% (circa 1.650.000 donne) danno un errore relativo del 2,5%, cioè un intervallo di confidenza al 95% di 8,2% ± 0,4 punti. Con i coefficienti della nota 2014 (9,48 e −1,17) sulla stima del 10,6% si ottengono ± 0,45 punti. I due intervalli non si sovrappongono nemmeno da lontano.

    Trattare le due indagini come campioni indipendenti è un’approssimazione, e l’Istat – che ha i microdati – saprebbe fare di meglio; ma la distanza è tale che nessun affinamento cambierebbe la conclusione.

  3. La misura più pulita dell’effetto viene da un confronto quasi-sperimentale tra due indagini nazionali americane condotte sulle stesse studentesse, una con domande generiche e una con domande comportamentalmente specifiche: le stime di violenza sessuale cambiano in modo netto [Fisher 2009]. Lo stesso era già successo su scala nazionale nel 1992, quando gli Stati Uniti riscrissero lo screening della loro indagine di vittimizzazione aggiungendo descrizioni più puntuali, e le stime di stupro e aggressione salirono di colpo [Kindermann et al. 1997].

    Le linee guida dell’Organizzazione mondiale della sanità raccomandano proprio le domande su comportamenti concreti, perché le parole cariche di stigma – “violenza”, “stupro” – producono sistematicamente sottostima [Ellsberg e Heise 2005]. L’Istat descrive la propria scelta negli stessi termini fin dal 2006: la tecnica dello screening «consiste nel sottoporre all’intervistata una batteria di domande sulla tipologia e sul numero di comportamenti violenti subiti», e la decisione è stata «quella di non parlare di “violenza fisica” o “violenza sessuale”, ma di descrivere concretamente atti e/o comportamenti» [Istat 2006b]; la nota del 2014 ripete il passaggio quasi alla lettera [Istat 2015b].

    Vale la pena segnalare che la nota metodologica del 2025 non nomina mai lo screening, né descrive il questionario: che sia stato usato di nuovo lo si desume dal report e da come ne parla l’Istat in presentazione, non da un documento che lo attesti.

  4. I totali di popolazione sono quelli della nota metodologica [Istat 2026d]: 20.055.569 donne italiane e 2.143.930 straniere tra i 16 e i 75 anni. Si ottengono anche per inversione dai valori pubblicati nel report (8,2% pari a circa 1.650.000 italiane; 3,4% pari a circa 72.700 straniere), il che è un utile controllo di coerenza tra i due documenti.

  5. Per il 2014 la quota di straniere si ricava dalla nota metodologica (2.063.893 donne straniere tra 16 e 70 anni) e dal report (6.788.000 vittime pari al 31,5%, da cui una popolazione di circa 21,5 milioni).

  6. Il riferimento è al lavoro di David Finkelhor e Lisa Jones per il Crimes against Children Research Center [Finkelhor e Jones 2004]: negli Stati Uniti i casi di abuso sessuale su minori accertati dai servizi di protezione sono scesi di circa il 40% tra il 1992 e il 2000. Gli autori passano in rassegna sei spiegazioni alternative – tra cui un atteggiamento più restrittivo dei servizi e un calo delle segnalazioni – e concludono che una parte del calo è reale, sostenuta anche dalle autodichiarazioni raccolte in indagini indipendenti.

    È un buon promemoria del fatto che questi fenomeni possono diminuire davvero; ed è anche un buon esempio di come lo si dimostra, cioè incrociando fonti diverse e usando strumenti stabili nel tempo.

  7. Il valore del 29,6% si ricava risolvendo 31,9 = 0,082 × 57,2 + 0,918 × x, dove 0,082 è la quota di italiane che hanno subìto violenza sessuale prima dei 16 anni e 57,2 la quota di queste che hanno subìto violenza da adulte.

  8. Applicando anche a questa stima il modello della nota metodologica, con i coefficienti che l’Istat fornisce per il Marocco, l’errore relativo supera l’80%: l’intervallo di confidenza va da zero a circa mezzo punto percentuale. È esattamente il tipo di stima che l’appendice segnalerebbe con l’asterisco, se l’asterisco fosse usato anche lì.

  9. Riporto il passaggio per esteso, perché la risposta è più articolata di come la si sente riassumere. Muratore dice:

    «oggetto di questa indagine sono soltanto le donne e non i e non gli uomini. E c’è una motivazione logica […]. Questa è un’indagine creata proprio per rilevare la violenza sulle donne basata sul genere, quindi sono gender-related violence ed ha una metodologia particolare. È chiaro che gli uomini subiscono molte situazioni di violenza, tanto è vero che […] se andiamo a vedere il dato sugli omicidi, il 70% più o meno sono uomini che sono uccisi rispetto al 30% delle donne. […] Ma gli uomini sono vittime di violenza in situazioni molto diverse da quelle di cui sono [vittime] le donne, quindi molto più legati ai contesti esterni, ad esempio alle risse, la violenza negli stadi. Quindi sono diversi fattori di rischio non legati al genere. Noi facciamo questa indagine che è disegnata proprio per rilevare la violenza basata sul genere. Quindi per gli uomini servirebbe un questionario specifico, diverso, e noi la disegniamo così anche perché è legata alla normativa che viene richiesta, la legge 53/2022, che chiede di misurare la violenza contro le donne – per l’Istat è obbligatorio ogni 3 anni – ed è legata anche alla Convenzione di Istanbul e alla direttiva europea sulla violenza, che è proprio sulla misurazione della violenza contro le donne e la violenza domestica».

  10. Qualche dettaglio per chi volesse farsi un’idea propria.

    Il campione è di 1.058 uomini tra i 18 e i 70 anni, raggiunti con questionario cartaceo e online; il 41,1% sono separati e il 13,0% divorziati – oltre la metà del totale – e l’83,2% ha figli, una composizione che suggerisce con una certa precisione attraverso quali reti sia circolato il questionario. Il segnale più netto dell’autoselezione è che l’item A8 (“non ho mai subito violenze fisiche di nessun tipo da parte di una donna”) raccoglie zero risposte: gli autori scrivono che “tutti i compilatori hanno descritto almeno un tipo di violenza subita”. Una prevalenza del 100% non è una stima di prevalenza, è il segno che ha risposto solo chi aveva qualcosa da raccontare.

    Il passaggio meno difendibile del lavoro è l’ultimo, dove il 63,1% dell’item più frequente viene proiettato sui 20,7 milioni di uomini italiani per ricavarne “5.031.000 uomini” vittime: è lo stesso salto dalla stima campionaria al conteggio di cui si accusa l’Istat, fatto però senza un campione probabilistico alle spalle.

    Vale infine la pena notare che alcuni item classificati come violenza sessuale sono formulati in modo molto largo – per esempio “è capitato che una donna abbia iniziato con te i preliminari di un atto sessuale, per poi rifiutarlo senza fartene comprendere il motivo” (48,7%) – il che è la stessa obiezione che si muove all’Istat, portata parecchio più in là.

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