Una donna su tre senza conto in banca? Quando i conti (correnti) non tornano
Una donna su tre senza conto in banca? Quando i conti (correnti) non tornano
Una storia di titoli frettolosi, grafici sbagliati e percentuali non pervenute.
Questo post, che in effetti è più uno sfogo che altro, nasce come inciso durante la stesura dell’articolo sull’economia e la finanza in Italia.
Cercavo un dato apparentemente banale — quante donne non possiedono alcun conto corrente — ma la ricerca si è trasformata nel solito viaggio psichedelico nella tana del Bianconiglio, tra fonti discordanti, percentuali che non tornano e grafici fuorvianti. A un certo punto l’inciso stava diventando quasi più lungo dell’articolo principale (no, non sono una persona per niente logorroica 😝), quindi ho deciso di farne un pezzo a sé.
Vorrei dunque spendere due parole sull’odissea che è stata trovare una fonte italiana affidabile su un dato apparentemente così semplice.
Perché dovrebbe importarci? Diciamo innanzitutto che il possesso di un conto corrente è considerato a livello internazionale uno degli indicatori base di indipendenza economica e inclusione finanziaria: se in un paese molte donne non possono avere o usare un conto, ciò non si traduce solo in una disuguaglianza statistica, ma nella concreta impossibilità di gestire denaro, risparmio e, in certi casi, perfino la propria sicurezza economica.
Peccato che, prima ancora di poter discutere del problema, bisognerebbe capire di che numeri stiamo parlando… e qui, ahimè, iniziano le grane.
Giornali confusi
Cercando su Google una frase chiave come ‘quante donne hanno conto in banca in Italia’, i primi risultati sono quasi tutti articoli di giornale o di siti collegati a banche e/o attivi nel settore finanziario, ma i numeri che emergono sono molto diversi tra loro.
- Ad esempio, per Ansa (nov 2023) e Il Sole 24 ore (apr 2024) il 58% delle donne ha un conto personale, il 12.9% ne ha uno familiare, il 4.8% né l’uno né l’altro (non è chiaro perchè sommando questi valori, che dovrebbero essere complementari o al limite sovrapponibili, non si arrivi al 100%: forse una grossa percentuale non ha risposto?);
- Per il Corriere (nov 2024) a non avere il conto corrente, “né cointestato né condiviso”, sono il 18%, e solo ⅔ delle rimanenti hanno accesso autonomo a un conto non gestito dal cointestatario;
- Altre testate come Il Bollettino (nov 2024), TgCom24 (ott 2023) si soffermano sul dato del 37% di donne senza conto corrente (riferendosi a un conto personale, anche se non è sempre chiaro);
- Elle (nov 2023) lo associa a una possibile “violenza economica” degli uomini verso le proprie partner;
- Persino un’audizione alla Camera (gen 2022) scrive che “il 37% delle donne in Italia non possiede un conto corrente”, raggiungendo addirittura il 100% tra le “donne che hanno un livello culturale basso” (?).

Sorvolando sul fatto che talvolta i giornali facciano copia e incolla senza le verifiche del caso, da dove vengono dati così diversi?
Quelli tra gli articoli citati che fanno menzione della provenienza del dato, nominano due fonti:
- una ricerca della Global Thinking Foundation del 2020, per la quale purtroppo non sono riuscita a risalire al documento originale, anche se articoli online parlano stavolta di un 14% di donne senza alcun conto corrente;
- la già citata indagine di Episteme e del Museo del Risparmio, del 2017.
Quest’ultima in realtà viene a sua volta ripresa dalla ricerca GltFoundation, almeno a detta della presentatrice di questo video nell’ambito di un evento nel 2023. Sembra di capire, insomma, che l’indagine di Episteme sia un po’ la sorgente di tutto, anche se qui le cose si fanno un pelo confuse (come se non lo fossero già abbastanza).
Ad esempio, a pag. 25 della ricerca troviamo le percentuali di individui intervistati che possiedono un conto corrente personale, e pag. 26 contiene i dati analoghi per il conto familiare. Da qui si legge, per l’appunto, che il 21% delle donne non ha un conto personale, e il 43% non ne ha uno familiare.

Un problema di intersezionalità
Se non foste ferrati con le percentuali (e nel caso lo foste, mi perdonerete per la pedanteria), non abbiamo informazioni a sufficienza per determinare quante donne non possiedano né l’uno né l’altro conto corrente: è possibile che tutte le donne del 21% abbiano un conto familiare, così come nessuna donna lo abbia e faccia dunque parte di quelli senza nessun conto in banca.
Realisticamente i due gruppi si sovrappongono almeno in parte, quindi potremmo ipotizzare un 10% di donne effettivamente senza conto. Il range teorico tuttavia va da 0% (se tutte le donne senza conto personale ne hanno uno familiare) a 21% (se nessuna di loro ce l’ha), quindi senza un dato preciso non possiamo stabilirlo dal solo report della ricerca.
Insomma, sembra che ci abbiano azzeccato — più o meno — solo gli articoli che parlavano di “una donna su 5”, pur con una moderata confusione sul fattore conto personale / cointestato.
Esiste poi un aggiornamento della ricerca di Episteme, pubblicato nel 2020, che però chiede agli intervistati solo se possiedono un conto corrente personale, e non se ne abbiano uno familiare / cointestato. Tra le due, i numeri sono comparabili, seppur in lieve miglioramento (2017: 8.7% degli uomini e 21% delle donne non ha un conto personale. Nel 2020, si scende al 7.9% e al 18.1% rispettivamente).
Rimane comunque il fatto che si tratta di un’indagine a campione, di soli 1003 intervistati nel 2017 e 2020 nel 2020 (spero sia il numero effettivo e che non si siano confusi con l’anno 😅).
37%: la percentuale fantasma
Pur sforzandomi, invece, non sono riuscita a capire da dove possa provenire il dato del 37%, che non torna neanche considerando i possessori dei conti familiari, o la somma di coloro che non hanno un conto di un tipo o dell’altro con coloro che ce l’hanno ma non lo controllano in modo individuale.
Assumendo che ci stiamo riferendo allo stesso report, e non a un altro di cui non sono in possesso, ipotizzo che qualcuno abbia letto male o fatto dei calcoli che non sono stata in grado di replicare, e che gli articoli successivi che hanno citato il numero l’abbiano fatto senza verificare. (C’è ovviamente anche l’opzione che siano inventati di sana pianta, ma non mi piace ricorrere alla mala fede se non ho ragione concreta di farlo.)
In ogni caso, anche assumendo che il numero esista in qualche altra fonte, la cosa fondamentale è sottolineare che da “Episteme 2017” quel 37% non si ricava, né direttamente né indirettamente.
L’aspetto singolare, comunque, è che parecchie testate riportino numeri francamente allarmanti in modo acritico, quando consultando ad esempio i dati raccolti dal World Bank Group si può notare che un 58% di donne titolari di conto corrente è un numero da paesi come l’Arabia Saudita, l’Ecuador o la Turchia, e in ogni caso del tutto fuori scala rispetto alla media europea: da una breve ricerca, infatti, dovremmo essere sul 4-5%, come si può leggere ad esempio dal World Savings & Retail Bank Institute e N26.
Questo per non parlare di quel “100% di donne con basso livello culturale”, che ipotizzo si riferisca alle donne con la sola licenza media… come se la cultura di una persona non possa prescindere dal livello di istruzione (ma forse qui sono io che mi faccio troppe pare mentali). In ogni caso, se il livello di istruzione è un parametro misurabile oggettivamente, quello di cultura non lo è altrettanto).
Anche solo un 14% o un 20% (questo dato però si riferisce alla percentuale di donne senza conto personale, che potrebbero però averne uno condiviso) sono a mio parere valori che dovrebbero destare un allarme immediato e delle misure drastiche per migliorare la situazione… per fortuna però pare che la realtà sia ben diversa: per stavolta quindi avrebbero ragione gli attivisti a non gridare all’emergenza.
La sintesi che non sintetizza
Un altro aspetto che mi ha alquanto infastidito è all’interno del report stesso, o meglio della sua sintesi, che si presume sempre curata da Episteme.
Se non le stesse persone che hanno raccolto i dati e creato il suddetto report, possiamo assumere che si tratti perlomeno di persone vicine al team di ricerca e/o che hanno letto il loro lavoro?
Ebbene, a conti fatti non so chi abbia compilato questa sintesi, dal momento che parecchi dati non tornano, dal numero di intervistati (1003 nel report, 1030 nella sintesi) a quello dei gruppi di uomini e donne (752+251 vs 752+271 — che tra parentesi fa 1023 e non 1030). Inoltre a pag. 1 si trova scritto:
“il 21% delle donne (a fronte del 5% degli uomini) dichiara di non avere un conto corrente personale e il 9.1% neanche uno familiare”
Già quel 5% non torna (dovrebbe essere 8.7%), ma il 9.1% non si capisce come sia stato calcolato, dal momento che, come abbiamo visto, vengono fornite solo le singole percentuali di “donne che non hanno un conto personale” e di “donne che non possiedono un conto familiare”, senza il dato dell’intersezione tra le due.
Può certamente darsi che i dati per arrivare a quel 9% siano stati raccolti ma non finiti nel report — ma a questo punto mi domando: perché?
Il resto delle tabelle presenti è parecchio dettagliato: ad esempio con i valori divisi, oltre che tra uomini e donne, per gruppi d’età, titolo di studio e localizzazione geografica. Sarebbe stata sufficiente un’ulteriore riga per chiarire questo dubbio; eppure, per motivi che non riesco a immaginare, non è stata inclusa.
Grafici bislacchi
Per concludere con un dettaglio poco importante (o forse no), sempre nel report i grafici sono rappresentati in modo assai fuorviante, con un valore sull’80% che visivamente non arriva alla metà di un 90%.

Ho solo accennato alla questione ‘sessismo contro le donne’ menzionando gli articoli che evidenziano, a loro dire, un grave problema per il genere femminile di fatto escluso dall’economia, o le cui finanze sono del tutto o in parte controllate da padri, fratelli o mariti.
Ma al di là delle percentuali spesso incorrette usate per trarre conclusioni più o meno fantasiose, sono anche dettagli come questi che contribuiscono a creare un’immagine distorta di un fenomeno, soprattutto agli occhi di chi legge i dati in modo poco attento. E diciamocelo: già pochi di noi hanno voglia di andare oltre ai titoli degli articoli – quanti sono disposti a ricercare i documenti che vengono menzionati, leggerli per intero e addirittura analizzarli calcolatrice alla mano?
A pensarci bene, comunque, l’indipendenza finanziaria non passa solo dall’avere un conto, ma anche dal saper interpretare correttamente le informazioni che riguardano la nostra economia. Un dato presentato in modo scorretto può trasformarsi in una narrazione allarmistica o fuorviante, e a sua volta alimentare percezioni distorte che influenzano dibattito pubblico e opinioni personali.
Prima ancora di combattere le disuguaglianze reali, in sostanza, dovremmo imparare a riconoscere quando i numeri non significano quello che sembrano.
Morale della favola
Se volessimo trarre una morale da questa storia, per me non sarebbe tanto quella di non fidarsi dei giornali. Che prima di pubblicare un articolo i fatti e i numeri andrebbero verificati mi sembra ovvio, ma a quanto pare è chiedere troppo al giorno d’oggi. La morale, semmai, è per chi legge.
Quello che ho fatto in questo articolo non richiede competenze particolari: ho cercato la fonte originale, ho letto i numeri, ho fatto qualche calcolo. Non servono titoli accademici, solo un po’ di tempo e la volontà di non fermarsi al titolo. Il punto non è diventare fact-checker di professione, ma sviluppare l’abitudine di chiedersi: da dove viene questo dato? Ha senso?
Nel caso specifico, la differenza tra “una donna su tre senza conto” e la realtà (dal 3-5% delle stime internazionali al 9% della sintesi Episteme) non è una sfumatura: è la differenza tra un’emergenza sociale e una situazione in linea con il resto d’Europa. Confondere le due cose non aiuta nessuno, né chi vuole capire la realtà né chi vuole migliorarla.
Non si può verificare tutto, è chiaro. Ma quando un numero ci sembra particolarmente allarmante, o particolarmente conveniente per una certa narrativa, vale la pena fermarsi un momento. A volte basta una ricerca in più per scoprire che i conti non tornano.